Una drammatica metafora calcistica di cosa sta succedendo

pd-pdl-pacmanokLa partita la vedo così: una squadra composta dalla vecchia politica con numero 10 Berlusconi, Bersani di punta, una difesa a 4 composta dalla granitica vecchia scuola PD e un centrocampo anch’esso a 4 composto dai colonnelli PDL; il più classico dei classici 4-4-2 all’italiana.

L’altra squadra, quella dei giovani, capitanata da Matteo Renzi fantassita, sarebbe composta da nomi nuovi del PD, un regista esperto in demolizioni delle tattiche avversarie come Salvatore Grillo e un po’ di uomini del 5 stelle per un 3-5-2 più moderno e dinamico.

Grazie al mio spirito calcistico che mi porta a visualizzare questa sfida atipica, con vecchio PD e PDL dalla stessa parte e nuovo PD e 5 stelle dall’altra, comincio a capire cosa stia succedendo.

Mi succede come quando ero al liceo, dove per focalizzare chi erano i vari filosofi con le loro teorie gli davo un ruolo ben specifico: Marx stopper, Nietzsche fantasista con Shopenhauer a supporto e Kant centrocampista alla Pirlo. Ecco ora si, riesco a focalizzare la grande presa per il culo che i grandi vecchi stanno cercando di tirarci.

Se in realtà Berlusconi volesse “a tutti i costi” l’accordo con il PD perché sa che se si va al voto con Renzi la prende in quel posto? E se il PD cercasse Berlusconi perché se si va al voto con Renzi la vecchia nomenclatura di sinistra se la prenderebbe in quel posto anche lei?

È solo un semplice ragionamento di tattica calcistico-politica, che però mi intriga molto, mi da da pensare!

Sembra un grande passo avanti il governissimo PD più PDL, ma in realtà è la più classica delle porcate all’italiana: far sembrare che cambi tutto per non cambiare niente.

Finirà che la squadra dei giovani prenderà un bel gol in fuorigioco di 3 metri al novantaduesimo. Si lascerà fuori dalla stanza dei bottoni buona parte del paese che chiede un cambiamento vero, che voterebbe Renzi, Grillo e la parte del PD disposta a cambiare e fare di questo paese qualcosa di moderno, innovativo e in cui un giovane possa dirsi orgoglioso di viverci.

Napolitano ha cercato con i 10 saggi di prendere tempo per fare riforme istituzionali per andare al voto con calma in autunno, o per per permettere alle vecchie nomenclature di mettersi d’accordo?

Vincerà ancora la vecchia squadra allenata da Trapattoni o Nereo Rocco, invece che quella nuova allenata da Conte o Mourinho, con buona pace per la champions che continueremo a non vincere per manifesta incapacità di cambiare.

 

Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

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