La ricerca delle emozioni – Buon Natale …

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Come spesso accade, i markettari l’hanno capito prima di tutti gli altri. Tutti gli altri ne sperimentano gli effetti, ma raramente se ne accorgono. Parliamo della scomparsa delle emozioni. Quante volte ci emozioniamo veramente in una giornata? Ed in una settimana? E in un anno?

Il fatto è che le nostre esistenze (o r-esistenze) stanno diventando sempre più piene di oggetti che ci semplificano il quotidiano, ma ci rinchiudono in un guscio di solitudine e ci rendono incapaci di guardare in faccia, ascoltare, toccare quelli che una volta erano i nostri simili. Magari da simili stiamo diventando uguali, ugualmente incapaci al pathos.

Siamo irresistibilmente attratti dal veloce, dal pratico, dal facile: dal triste.

Le struggenti storie d’amore raccontate nei secoli da poeti e cantori le abbiamo sostituite da youporn.

La lunga telefonata di fine anno a parenti e amici (in teleselezione), l’abbiamo rimpiazzata con un chattino: la sintesi, bellezza. E se poi in un chattino, il nostro interlocutore non è in grado di trasmetterci ansie, paure, preoccupazioni, ma anche felicità, gioia, speranza […], pazienza. L’importante è che ci sia stato un flusso in uscita ed uno in entrata.

Film come il Grande Freddo (1983, Lawrence Kasdan) da spazzatura fatta per essere avidamente consumata e cestinata.

Guardate lo spot della Tempo (trovaunattimo.com/): in una città in piena frenesia natalizia, persone comuni raccontano il loro attimo più bello dell’anno. Essendo persone comuni (o presunte tali), raccontano cose comuni: una telefonata di un amico, la nascita di una nipotina, il ritorno della fidanzata. Il tutto è sapientemente accompagnato da colonna sonora che serve a predisporre l’animo verso la commozione. Eppure è bello. Bravi.

Ancora più bravi, i markettari che hanno confezionato lo spot della Procter per le olimpiadi di Londra: mamme ordinarie che fanno mille sacrifici straordinari per far crescere i loro figli. Il tutto deliziosamente accompagnato da Ludovico Einaudi (youtube.com/watch?v=TaJgjkSMR7s): provate a non piangere.

Ok, asciugate le lacrime, accendiamo il cervello.

Provate a fare un giro per le vie affollate del centro (qualsiasi centro va bene, anche se non siete a Milano) e guardate la gente, studiatela. Potrebbe essere un buon modo per capire quanto stiamo diventando macchine da consumo. Efficientissime.

Orde di automi che incedono per inerzia con la testa bassa e con gli occhi fissi sullo smartphone. Se poi portano una shopping bag ( borsa della spesa), diventano neutrini randomici che si spostano casualmente in tutte le direzioni, incuranti di chi segue, di chi sopraggiunge. Se il caso vuole che tutto questo spettacolo sia anche accompagnato dalla pioggia (fenomeno atmosferico che ancora non siamo riusciti a limitare alle ore di chiusura dei negozi), allora portatevi una poltrona ed una confezione di popcorn. Spettacolo assicurato.

Abbiamo perso il contatto con gli umani. Non siamo interessati agli altri, ma alle situazioni. Non si esce a cena fuori per fare buone chiacchere, per scambiare opinioni, ma solo per poter entrare nel locale figo. Il fatto che poi questi riescano a mangiare e magari ad interloquire è del tutto incidentale.

Ormai riusciamo ad emozionarci solo pagando, quale che sia l’oggetto della transazione. Ma le emozioni a pagamento sono brevi, veloci, tristi. Come le nostre vite del resto.

A breve un qualche governo di paese occidentale, imporrà certamente una tassa sulle nascite, sulle morti, sulle disgrazie, insomma sugli eventi che ancora ci emozionato. Così saremo costretti a dissimulare i pochi ed aridi sentimenti che ci sono rimasti. Ci stiamo preparando al peggio.

Se questo peggio non ci piace (vi sfido a trovare una traccia di bellezza), allora potremmo cominciare dalle cose facili: alzare la testa mentre si cammina, dire buongiorno all’ingresso di un palazzo, ufficio, esercizio (e arrivederci all’uscita), aiutare ad aprire una porta, ad alzare un pacco, preparare un piatto caldo per i senza tetto (plauso ai ragazzi che ho incontrato oggi sotto casa con le borse termiche). Sono tante scene di vita ordinaria che dovremmo cercare di non perdere, di diffondere ed alimentare. Questa è la bellezza di cui siamo capaci. Questo è il Natale che possiamo regalare (a costo zero, a kilometro zero).

Buon Natale

ARTIGIANI E TAMAGOTCHI: la ricerca identitaria nella postmodernità (parte seconda)

postmodernism-copySiamo tutti d’accordo, credo, che il contesto socio-economico in cui viviamo è votato alla massificazione. No, mi direte voi, quella era l‘URSS, in un certo senso. O magari, in termini di accumulazione, lo era il miracolo economico consumistico occidentale di qualche decade fà. Giusto, rispondo io. Qui sta la genialità post-moderna: il tentativo di generare nella massificazione dei surrogati scintillanti che soddisfino la fame di personalità.
Un esempio. Tutti abbiamo un telefonino. Plausibilmente la maggioranza di noi possiede uno smartphone. In base alla categoria di appartenenza – attenzione – abbiamo una gamma più o meno vasta di scelte sulla personalizzazione dell’oggetto. La vastità è determinata dal grado di esigenza di personalizzazione della categoria. Il grado di personalizzazione è esso stesso motivo di identità di ciascuna categoria. Prendiamo le cover degli smartphone. I giovani, per definizione creativi, alla ricerca frenetica di identità e di personalità, hanno a disposizione una quantità pressocchè infinita di cover per i propri affarini comunicanti. Una-quantità-infinita. Venduta a ogni angolo della strada, tanto quanto nei grandi centri di marca. Ad essi, poi, si aggiungano le app, le foto salvaschermo, le suonerie, e così via. Le energie di costruzione del sé, di stratificazione della propria identità si canalizzano in una compulsiva, cieca, bulimica accumulazione di caratteristiche predeterminate per l’oggetto preso ad esempio. Ciò vale poi per tante altre realtà, per tutte quelle che possano soddisfare la sete di personalità, che potremmo supporre siano potenzialmente infinite dato che sono vuote e insufficienti, per cui in continuo ricambio – usa e getta, appunto – in un vortice guidato scientemente dal meccanismo socioeconomico di produzione massiva (ricordate i tamagotchi?…se qualcuno di voi oggi non desidera avere figli potrebbe valutare l’ipotesi di fare causa all’azienda produttrice). La corsa al rinnovamento, al nuovo oggetto, alla nuova composizione di caratteristiche all’interno di esso, sono ancora una volta una negazione dell’ascolto del sé, una rincorsa alla categoria post-moderna dell’individuo, aderente alla vocazione di massa a una PERSONALIZZAZIONE DELL’IMPERSONALE CON TANTI IMPERSONALI COMPOSTI IN MODO PERSONALIZZATO. Il nostro artigiano si è perso nella notte dei tempi. In pratica, ci muoviamo definendoci in una rincorsa all’ultimo prodotto di cui non ci chiediamo – come al solito giustificandoci perchè “non abbiamo il tempo”, anziché interrogarci su una perdita di capacità che originariamente ci appartiene per natura – di chiedercene l’utilità prima che il mondo non ci solleciti ad aderire a questa maratona autodistruttiva. Giriamo in cerchio, a occhi chiusi, accogliendo quello che ci viene offerto. Talvolta non scegliamo nemmeno tra possibilità pre-impostate, piuttosto siamo scelti noi, sulla base della categoria identitaria di riferimento. Queste pratiche di contenimento della paura, di canalizzazione della fantasia nella “spersonalizzazione creativa” hanno travalicato i limiti del mito borghese, ormai proprio del secolo scorso. Il GRANDE VENTRE ETEROPERSONALIZZANTE ha risucchiato i rigurgiti di ribellione dell’umanità, ricomprendendoli come si è pensato di fare con certi movimenti antisistema, annullandone il potere destabilizzante. Parlo ora dell’altra categoria post-moderna, quella dei radical chic, degli alternativi a prescindere, che alla spontanea ricerca della reazione oggi rispondono con “faccio yoga – mangio bio – pratico il neo taoismo”. La globalizzazione ha permesso di ricomporre non solo i sistemi economici, ma di gettare nella mischia identità storiche che avrebbero potuto salvare l’umanità dalla pratica di suicidio di massa in cui ci stiamo trascinando.

Ma l’uomo non cede. La sua natura emerge e la paura, la sana paura del Tempo che scorre lo chiama ancora e ancora a un’ancestrale ricerca del sé. Ogni nuovissima soluzione pseudo alternativa rivela inesorabilmente la propria natura bulimica e il legno lavorato frettolosamente si consuma ben presto nella propria inconsistenza. A un certo punto, non ci torna qualcosa. Ci ritroviamo nei panni degli studenti del film “DIE WELLE” e ci chiediamo come sia possibile, come abbiamo potuto ancora una volta resettare la nostra capacità di scegliere, di discernere sulla base della nostra esperienza. Forse non tutti, ma certo prima o poi la maggior parte di noi si accorge che anziché cercare identità al di fuori, la soluzione sta nel “ritorno al centro”. All’essenza, all’ascolto, al silenzio, alla presenza del sé. Alla comunione con il tempo e con la materia condivisa con il mondo. Con la terra, il legno, il fuoco. Non ci sono intenti animisti o spiritualisti, parlo di natura, nella misura in cui ci riscopriamo esseri pieni e reali nella riconciliazione con il sé. Troviamo il senso del nostro camminare sul suolo qui e ora e per un tempo nella misura in cui percepiamo d’essere tasselli finiti, ma partecipanti del Tutto. E allora ci fermiamo. Respiriamo, scendiamo dalla giostra. E’ stupefacente e rinfrancante osservare il potere della nostra Natura di richiamarci a noi stessi. In quel momento il senso di “perdita di tempo” che mi domina e che mi sconvolge quando mi vedo commettere gli stessi errori, le stesse deviazioni neganti la mia essenza, forse non è che parte anch’esso della Natura stessa dell’uomo, che è finita, o meglio ciclica nel percorso di scoperta e riscoperta del sé. E’ ciò che travolge me e voi nel leggere gli antichi greci, percependo la rivelazione di ciò che si è, che si è sempre stati e non si smettrà mai di essere, che chiama come una voce nota da sempre e che poi ci fa chiudere il libro e continuare esattamente come prima, ammutolendo il brivido di consapevolezza per il troppo a cui chiama. La paura, ancora una volta. Chiede anni, decenni, secoli. Viene dai nostri padri e sarà trasmessa ai nostri figli. Ciò che resta vivo è la consapevolezza di un ritorno e c’è qualcosa oltre di noi e dentro ciascuno che ci richiama. Un istinto che scuote ciclicamente l’umanità e ogni singolo ogni volta che ci si sperimenta nell’eccessiva spersonalizzazione da se stessi.
Questo, per me, è proprio il fulcro della nostra salvezza. Siamo richiamati dalla nostra vocazione artigiana, che freme e si agita se non è appagata. Noi rispondiamo alla nostra natura, anche senza saperlo. Il cucciolo uomo è capace di allontanarsi a giocare, di spingersi fino al limite a cui Mamma Natura e Papà Tempo sono in grado di non perderlo di vista. E lui non si gira neanche, lo sente, lo sa. E’ l’istinto del figlio, noi siamo figli e lo sappiamo.

ARTIGIANI E TAMAGOTCHI: la ricerca identitaria nella postmodernità (parte prima)

postmodernPossiamo affermare che ci sia dato disporre di un certo quantitativo di tutto. C’è un universo in questa affermazione e più precisamente nella definizione quantitativa di quel tutto: “…UN CERTO”, “un po’”, “così tanto (o poco)”. Recentemente mi è capitato di soffermarmi sulla voragine che travolge l’essere umano di fronte alla suddetta quantificazione. Una non definita, ma certamente limitata porzione del tutto. L’uomo non è libero per natura, se per libertà intendiamo l’onnipossesso del tutto. Così com’è gramo il destino di chiunque tenti che persegue questo status, evidentemente contro natura. La maggior parte degli appartenenti alla specie umana approccia questa finitezza esistenziale adottando curiose strategie. In particolar modo, su quella che è per eccellenza la piattaforma di tensione della limitatezza: il tempo della propria presenza al mondo.
Una parte delle donne e degli uomini, una buona parte, tende istintivamente e senza particolari pretese, a surclassare ogni consapevolezza della finitezza, a viverne gli effetti come dati, in termini generali, e a ignorarne l’essenza, in particolare, con riguardo al tempo. In effetti, al contrario, questa tipologia di individuo ne vive l’essenza propria con una leggerezza tale da parere tanto approdato a un ascetico distaccamento dalle paure dell’ignoto, del finito, dello scarso, oppure, con maggiore probabilità, passivamente transumante nello squarcio di realtà che gli viene concesso. Il concetto del tempo-dono non pare sfiorarlo e lascia che esso scorra senza lasciare traccia di sé.
Altra parte dell’umanità, d’indole e di portata psichica piuttosto lontana dalla prima tipologia, si confronta con questa percezione di limitatezza del tempo come fosse la massima responsabilità lei affidata, a volte avvertendola come una sacra spada di Damocle, un dovere discendente da un prezioso diritto. Questa porzione di esseri umani pare incedere nella vita coesistendo con la dannazione di esser destinata a sacrificarsi per riempire questo vaso temporale, una missione ossessiva che la perseguita alla stregua di un batterio toti-resistente. Questa massa di imbecilli – mi si passi la licenza, poiché mi fregio dell’onore d’appartenere alla categoria in questione -, non solo maltratta il bene prezioso che gli è donato, ma in aggiunta si fa un maestoso mazzo senza motivo.
C’è poi una terza categoria, un olimpo illuminato che, consapevole della limitatezza, dà valore al tempo in una misura armonica, equilibrata e tratta il dono che ha saputo riconoscere con delicatezza e rispetto. In poche parole, essa appare in pace con la natura del dono, di sé, avendo accettato anche il carico d’ombra che essa comporta.
Il senso di paura, in verità, è comune a tutte le categorie. Esso è generato dal senso di ignoto e della morte e spinge ad agire, consapevolmente o meno, in risposta a un’emozione che è evidentemente negativa. Positivo è invece il senso di fiducia che può albergare nel vivere qui e ora, accettando d’essere pulviscolo sotto un cielo, sotto una galassia infinita, di cui si è parte e ad essa si ritornerà. L’accettazione sta nel comprendere che questo è un destino che ci sovrasta, cui noi apparteniamo ma che non ci appartiene, non è di nostro controllo, pertanto non richiede la nostra attenzione. Come il flusso del fiume, esso scorre prima, dentro e oltre di noi, dunque si vive, non si controlla. Il compito a cui l’essere umano per natura è chiamato è partecipare a questo flusso universale per quello che è, che sente di essere. L’uomo esiste per questo: cercarsi, svolgere se stesso, crescere, mutare con sè. Se la propria essenza nel mondo consiste nel regalare fiori ai passanti o curare anziani, cucire camice o stare seduto sotto un fico a suonare il mandolino, non è importante per nessuno tranne che per se stessi come tasselli del mondo. Oltre che importante, è vitale, nello stretto senso del termine. E’ l’unica cosa che davvero importa. In quest’ottica il tempo diviene complice….
La condizione per giungere al discernimento d’una vocazione nell’universo-flusso, che centri l’individualità della esistere in esso, è la fiducia nel tempo e nei suoi accompagnatori: l’ascolto, il silenzio, la pazienza, la presenza a sé. Ben lungi da me predicare culti e dottrine che lascio a anime ben più illuminate della mia. Siamo su un piano molto concreto, per cui farò riferimento a una figura simbolica concreta e molto funzionale alla mia riflessione, ossia l’artigiano.

L’artigiano è colui che agisce nella fase creativa della produzione di un oggetto, in base a un particolare complesso di regole dettate da esperienze conoscitive e tecniche, con strumenti propri, ricorrendo in prevalenza alla manualità. Anzitutto, l’artigiano cerca il materiale. Magari non sa ancora cosa farà con chiarezza, è agli esordi, lo guida l’istinto. L’unica cosa che egli sa con certezza è che tutto parte da una materia da lavorare. Nella mia immagine simbolica, questo è il momento di pars destruens. Il legno, la creta, la pelle provengono da altrove, sono parti di altrove. Essi costituiscono la sostanza presa in prestito per essere rimessa al mondo in altra forma. Un riciclo che incarna la grandezza del mondo che ci contiene e che permeiamo in un’unica grande materia che si trasforma. Siamo noi, in continuo cambiamento, toccati come corde di violino dagli accadimenti, dai cicli della luna e del sole, dalle età della vita nostra e altrui, che re-impastiamo la materia. Essa non cambia, siamo noi artigiani capaci di lavorare noi, la materia unica che abbiamo a disposizione. Essa probabilmente ha un destino chiaro, o forse più d’uno. La nostra azione ha un peso, dunque. La vita e il tempo sono concessi per la ricerca, tuttavia, non per una mèta. Ritroveremo noi stessi solo in comunione con l’universo, proprio nell’incontro con quell’ignoto, sarà la morte il ricongiungimento, come hanno detto giganti saggi del passato. Qui e ora camminiamo e ci modelliamo sulla base del cammino. I concetti di fine, di scopo, di conclusione, sono solamente risposte a una visione antropocentrica dettata dalla limitatezza del tempo che ci tocca, ma che ci permette anche di concepire un “inizio” per noi, che dà un senso al partecipare.
E qui sta la pars construens del cammino che può essere realizzata solo a partire dall’adesione alla realtà secondo il principio della fiducia nel tempo. L’artigiano non può produrre in meno tempo di quello che chiede la materia o le materie che si trova tra le mani. Specie se la materia è l’unica che sa e che può lavorare, il suo compito dall’inizio alla fine della propria vita sarà lavorarla. Egli non valuterà come finirla, nemmeno quanto o come la lavorerà, ma dedicherà il tempo a sua disposizione a prendersi cura del lavoro a cui è chiamato, fidandosi del tempo che chiede, basandosi solo su di esso. La fiducia nel tempo conserva l’essenza del lavoro artigianale. L’uomo che lavora la materia, così come l’essere che lavora su di sé, sa che servirà la pazienza. Solo questo modus operandi farà sì che il proprio agire abbia un senso, poiché si muoverà secondo le proprie esigenze. Non ci sono scorciatoie: pazientando il lavorato si sedimenta o chiama nuove direzioni, fermenta, filtra quanto serve e separa quello che non serve, assorbe il presente sulla base del passato e mostra direzioni future, o forse no. Pazienza, dunque, ancella del Tempo. Per accogliere tutto ciò, per entrare in comunicazione con la materia si cui siamo composti, serve Silenzio e Capacità d’Ascolto. Anch’esse sono appartenenti alla fiducia nel Tempo e senza di esse vi è il concreto rischio di imboccare direzioni alla cieca, molto probabilmente etero-determinate, allontanandosi dal percorso che potremmo definire “nostro”, secondo il grado di ascolto e di comunicazione che la propria essenza è in grado di sostenere. Questo grado d’ascolto è la Presenza a se stessi, quella che spesso mal utilizziamo ingozzandola di impegni, di mansioni, in un unico grande “SI” anticipatorio, euforico e senza ragioni, che nega la scelta. Questo percorso è immerso nel rumore e nell’evasione che priva l’essenza di ossigeno per affermarsi e nega un’identità all’essere. In questo stato non c’è fiducia nel tempo, bensì fuga. Non c’è silenzio e ascolto, ma solo rumore e chiusura. Non c’è presenza, ma negazione del sé. Infatti, non appena un alito di vento schiude la porta, non appena si muove una tenda, si agita un tappeto, l’essere si scopre nudo nel mondo e viene travolto dalla paura delle morti e dell’ignoto, in tutte le forme che ciascuno sperimenta nella propria vita: relazionali, psichiche, emotive.
Entrambe le categorie umane descritte all’inizio praticano questo giro di giostra, consapevoli o meno delle paure che sperimentano comunque, alimentando ogni parte affamata e assetata del sé con ciò che giunge, che gli è detto, che li attraversa nei contesti che sperimentano, da un’immagine, da una cultura e per la quasi totalità dei casi ciò non corrisponde al prodotto di una comunicazione con i bisogni reali, su una strada strutturata secondo la propria personalissima materia.
Tornando al nostro artigiano, è evidente come il prodotto che egli potrebbe realizzare non è decisamente in linea con il mondo in cui viviamo. Potremmo dire che esso non sia di moda. Il punto di rammendo della nonna, la cucina veramente primaria – e non la bio-glamour-minimal-vegan-genuine cuisine – , la sedia montata a chiodi sono fuori luogo nella cultura dominante. Non sono neanche vintage, ma solo sciatti, insipidi, scomodi.
La cultura dominante, per capirsi, è quella che è riuscita a trovare delle soluzioni produttive ai difetti dell’impreciso, rudimentale operato dell’artigiano. E come tutte le soluzioni smart, usa e getta, take away, easy listening, bip and go, ovviamente, non produce altro che una gran quantità di spazzatura, in senso letterale e simbolico del termine.

(segue…)

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