Grillo il Marchese, ovvero: perché io sono io e voi non siete…

il marchese del Grillo

 

L’odore del potere, al movimento 5 Stelle, credo sia iniziato a piacer da subito.

Abbiamo fin ora nel dopo elezioni 2 dati di fatto importanti:

Gli 8 punti di Bersani appaiono responsabili e indirizzati ad un cambiamento.

I proclami dei parlamentari a 5 stelle sono sempre più paradossali e si sta portando la situazione al ridicolo.

Mi chiedo, ormai in continuazione, come mai i Grillini non si “accontentino” delle proposte del PD, che sembrano già portare ad un cambiamento epocale.

E se Il 5 stelle non scendesse a patti, perchè una volta ottenute le riforme sulla pubblica amministrazione tanto agognate, buona parte dei suoi elettori non li rivoterebbe più?

Lo scenario è il seguente: un “movimento” nato per riformare rifiuta la fiducia ad un governo che propone molti deii loro stessi punti, tra cui: l’annullamento delle provincie, dimezzamento dei parlamentari, diritti civili alle coppie omosessuali, legge sulla corruzione, incandidabilità e ineliggibilità sui doppi incarichi, economia verde ecc ecc.

Il pensiero maligno nasce perché il ragionamento politico che vi è dietro mi sembra chiaro come spiegato 2 paragrafi prima: “…buona parte dei miei mi ha votato per le riforme proposte dal PD e se ora le facciamo e poi si torna a votare, non avrò mai lo stesso potere, la stessa percentuale, i miei elettori si sposteranno su chi ha più esperienza per governare!”

E allora dico che il movimento 5 stelle sta diventando come tutti gli altri partiti che ha sempre biasimato.

Oggi tutti noi, non abbiamo bisogno di rivoluzioni, abbiamo bisogno di evoluzioni.

Abbiamo bisogno di un De Gasperi, di un Togliatti, di un Moro o un Berlinguer, non di un neo Mussolini o un nuovo Stalin che decidono cosa è meglio per tutti.

L’antifona per i grillini potrebbe essere: chi troppo vuole nulla stringe!

Il rischio è che anche la nostra povera Italia alla fine non stringa nulla, bloccata come sempre dagli egoismi di pochi, senza alcuna lungimiranza, che si profetano come i novelli martiri della nazione e non si accorgono che, con questi atteggiamenti tipici da adolescenti, si posizionano proprio come chi hanno sempre criticato.

Politica è dialogo. Il 5 stelle non è più un gruppo extraparlamentare; una volta entrati in parlamento devono fare il meglio per il paese e da Italiano oggi vedo il bene del paese in un accordo con il PD: non un inciucio, ma politica su punti comuni, riforme costituzionali e la riforma elettorale…ma ormai mi sa tanto che l’odore del potere ha dato la testa anche ai neoparlamentari in felpa, maglietta e scarpe da ginnastica, che in questo modo finiscono per assomigliare sempre più a chi è sempre in doppiopetto, con le scarpe lucidate, la cravatta blu e il profumo per coprire l’odore di marcio che vi è dietro l’immagine del buon padre di famiglia.

Un Paese da salvare

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“L’espressione Mani Pulite designa una stagione degli anni novanta caratterizzata da una serie di indagini giudiziarie condotte a livello nazionale nei confronti di esponenti della politica, dell’economia e delle istituzioni italiane. Le indagini portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano detto Tangentopoli. Furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex Presidenti del Consiglio.” (Fonte: Wikipedia).

Una descrizione, quella di Wikipedia, che potrebbe dipingere in parte il quadro italiano al giorno d’oggi, se non fosse che non è ancora stata coniata una espressione che classifichi questo secondo periodo storico di cui siamo protagonisti.
Mentre si pensa a scendere in campo contro la magistratura e si legittima il pagamento di tangenti in qualità di “condizione di necessità se si ha da trattare con qualche regime o Paese del terzo mondo”, ci sfugge di vista il vero motivo per cui bisognerebbe manifestare: non contro la magistratura, ma contro chi il nostro Paese lo sta corrodendo, in nome della politica, delle istituzioni, delle lobby.

Sì, perché a 20 anni dall’inchiesta che ha travolto l’Italia, la sua classe politica, le istituzioni, l’industria e i partiti, modificando gli equilibri tra grandi e piccoli gruppi di imprese, condannando a raffica manager e imprenditori, ci troviamo purtroppo in una situazione similare.

In un rapporto de Il Sole 24 Ore, realizzato incrociando i dati di Guardia di Finanza, agenzia investigativa Kroll e ultime cronache finanziarie, emerge che le società italiane attualmente sotto inchiesta delle Procure valgono in Borsa circa 150 miliardi di Euro, metà del valore globale di Piazza Affari.
Un dato che fa guadagnare all’Italia il secondo posto nella classifica dei Paesi più corrotti d’Europa (dopo la Grecia) e il settantesimo posto in quella della Banca Mondiale per la facilità di fare impresa.

La cronaca delle ultime settimane porta alla mente lo spettro dell’illegalità radicata, quella del 1992, con la sostanziale differenza che l’Italia è oggi reduce da un fase depressiva, una crescita zero e una pesante recessione. Fardelli non poco pesanti da sopportare.

C’è MPS, su cui gravano molteplici accuse tra cui l’acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santander dietro pagamento di presunte tangenti, la stipula di derivati per “magheggi” di bilancio, la percentuale (il 5% su ogni operazione) pagata sottobanco a dirigenti che si occupavano del business bancario. Il tutto sotto il benestare della Fondazione controllante, di nomina PD, e piccole sviste di Consob e Banca d’Italia.

C’è Finmeccanica, sul cui Presidente grava l’accusa di corruzione internazionale, peculato e concussione per la vendita di elicotteri AgustaWestland all’India a seguito di tangenti. Sotto l’ala protettiva della Lega, che spinge per la nomina di Orsi in qualità di Presidente di Finmeccanica, ma ora ritratta. Ritratta anche il vecchio governo tecnico, che di fronte a un “palese imbarazzo per la condotta di Orsi”, sembra aver peccato di impasse decisionale nella sostituzione del presidente della statale Finmeccanica, quando in una intercettazione Supermario dichiara “non gli stringo la mano, capirà che si deve dimettere”. Della serie: se mio figlio ruba non gli dico bravo, almeno non lo farà più. O se il mio ex Presidente del Consiglio ha più reati che calciatori nella sua squadra di calcio non gli stringo la mano, capirà che non si deve ricandidare.

C’è Saipem (controllata Eni), con l’indagine sulle presunte tangenti (quasi 200 milioni di Euro) dell’AD Scaroni per gli appalti in Algeria tramite una società di Hong Kong che fungeva da “collettore di mazzette”.
Spunta anche un oscuro caso di collocamento lampo del 2,3% di quota di Saipem ad opera di BlackRock (il più grande gestore di fondi globale) precedente al profit warning che ha affondato il titolo in borsa lo scorso gennaio.

Ci sono i prestiti BPM concessi a numerosi esponenti delle forze politiche di centro-destra e relativi amici e parenti (La Russa, Santanchè, Brambilla, Romani) dall’ex-Presidente Ponzellini, in un periodo in cui chiedere un mutuo è più difficile che trovare lavoro.

Ci sono una serie di scandali che stanno corrodendo il nostro Paese, ridicolizzandolo sulle pagine dei giornali mondiali, echeggiando a un mani pulite bis che non ci fa onore.
Il colpevole è uno solo: questa incessante commistione Stato, Politica, Industria che è radicata nel DNA italiano e che fatica ad andarsene. Il conflitto di interesse sembra far parte della nostra economia, divenendo il filo conduttore della nostra Italia.

Il conto delle contaminazioni tra politica, pubblico e privato è salato, e non è a carico dei responsabili.
Finmeccanica, Mps, Saipem seminano punti percentuali in borsa, perdono contratti a livello internazionale, diminuiscono la propria competitività a favore della concorrenza: il prezzo lo pagano i dipendenti, con il posto di lavoro, e il nostro Paese, con la rispettabilità. Con i ringraziamenti di studi legali e banche d’affari, che si leccano le dita.

Dove sta il ruolo della politica, o meglio, dove dovrebbe essere?
La politica al giorno d’oggi non pone regole, ma assiste tacitamente al declino, intervenendo silenziosamente per portare l‘acqua al mulino più opportuno.
Il suo compito dovrebbe essere quello di essere imparziale e creare un contesto giuridico ed economico ottimale per il corretto svolgimento dell’attività d’impresa. Purtroppo non è così.
Se la storia italiana è caratterizzata da questo forte legame tra la politica e l’industria, forse è giunto il momento di cambiare.
Non per visioni economiche, non per schieramento politico sinistra-assistenzialismo-Stato versus destra-libero mercato-privato: il distacco è una necessità, per porre fine al perenne magna magna che ci affligge.

La nostra Italia ha bisogno di due attori fondamentali per riemergere.
In primo luogo i cittadini, con la volontà e l’intenzione di cambiare la propria visione dell’interesse comune.
L’illegalità, la corruzione, le tangenti, i falsi in bilancio, le truffe, le bugie, le condanne penali dei politici dobbiamo cominciare a vederle come un male, come un cancro che distrugge la nostra società. Non dobbiamo continuare a premiarle e sostenerle, nascondendoci dietro a un banale “uno vale l’altro”. No, uno non vale l’altro.
In secondo luogo il nuovo governo, con una riforma del sistema politico che vada a pulire quel marcio che c’è sotto, che limiti i conflitti di interesse, che punisca chi fa i propri interessi a danno di molti, in primis a discapito del nostro Paese.

L’inesistenza di un solo grande vincitore in queste elezioni può forse rappresentare una speranza per noi cittadini: il grande compromesso cui si deve scendere per arrivare a un governo potrebbe far camminare tutti su un filo spinato, ponendo più attenzione al giudizio dei cittadini sul proprio operato.
Dopo tante belle parole spese in campagna elettorale sulla necessità di riforme, di legalità, di revisione dei contorti sistemi politici, ci auguriamo che qualcuno passi ai fatti.
Per far sì che questa “tangentopoli eterna” diventi solo un lontano ricordo.

Io voto Ingroia

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