“Questa è una sconfitta dello stato”

cucchiCosì dice l’avvocato di Stefano Cucchi nella dichiarazione post sentenza.

Un caso indecente, inaccettabile per chi pensa di vivere in un paese libero, dove a 70 anni dal fascismo un cittadino crede di poter vivere con la garanzia che se sbaglia non verrà massacrato e infine ucciso da coloro i quali lo dovrebbero proteggere, che dovrebbero proteggere i cittadini tutti.

Non mi ero mai occupato pienamente di questo fatto di cronaca, ma ora non se ne può fare a meno. Non si può fare a meno di constatare che il cancro dell’italia sono forse le istituzioni in generale: non solo i politici, ma tutti gli apparati che si proteggono tra di loro e che sono a tutti gli effetti inattaccabili dai cittadini.

In un paese falcidiato da una povertà economica e spirituale, se chi deve proteggere anche solo quel lieve lumicino di speranza che rimane ci butta sopra secchiate d’acqua, significa proprio che siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Da ieri le nostre leggi non possono più essere quelle dello stato, ma quelle  fondamentali dell’essere umano, anche se contrarie a quelle del paese in cui viviamo.

Lo so, sono discorsi utopistici, sogni. Ma forse ci sono rimasti solo quelli e ieri hanno fatto un altro passo per ucciderli.

Grazie Stefano per averci fatto capire ancora di più da che parte stare.

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Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

Grillo il Marchese, ovvero: perché io sono io e voi non siete…

il marchese del Grillo

 

L’odore del potere, al movimento 5 Stelle, credo sia iniziato a piacer da subito.

Abbiamo fin ora nel dopo elezioni 2 dati di fatto importanti:

Gli 8 punti di Bersani appaiono responsabili e indirizzati ad un cambiamento.

I proclami dei parlamentari a 5 stelle sono sempre più paradossali e si sta portando la situazione al ridicolo.

Mi chiedo, ormai in continuazione, come mai i Grillini non si “accontentino” delle proposte del PD, che sembrano già portare ad un cambiamento epocale.

E se Il 5 stelle non scendesse a patti, perchè una volta ottenute le riforme sulla pubblica amministrazione tanto agognate, buona parte dei suoi elettori non li rivoterebbe più?

Lo scenario è il seguente: un “movimento” nato per riformare rifiuta la fiducia ad un governo che propone molti deii loro stessi punti, tra cui: l’annullamento delle provincie, dimezzamento dei parlamentari, diritti civili alle coppie omosessuali, legge sulla corruzione, incandidabilità e ineliggibilità sui doppi incarichi, economia verde ecc ecc.

Il pensiero maligno nasce perché il ragionamento politico che vi è dietro mi sembra chiaro come spiegato 2 paragrafi prima: “…buona parte dei miei mi ha votato per le riforme proposte dal PD e se ora le facciamo e poi si torna a votare, non avrò mai lo stesso potere, la stessa percentuale, i miei elettori si sposteranno su chi ha più esperienza per governare!”

E allora dico che il movimento 5 stelle sta diventando come tutti gli altri partiti che ha sempre biasimato.

Oggi tutti noi, non abbiamo bisogno di rivoluzioni, abbiamo bisogno di evoluzioni.

Abbiamo bisogno di un De Gasperi, di un Togliatti, di un Moro o un Berlinguer, non di un neo Mussolini o un nuovo Stalin che decidono cosa è meglio per tutti.

L’antifona per i grillini potrebbe essere: chi troppo vuole nulla stringe!

Il rischio è che anche la nostra povera Italia alla fine non stringa nulla, bloccata come sempre dagli egoismi di pochi, senza alcuna lungimiranza, che si profetano come i novelli martiri della nazione e non si accorgono che, con questi atteggiamenti tipici da adolescenti, si posizionano proprio come chi hanno sempre criticato.

Politica è dialogo. Il 5 stelle non è più un gruppo extraparlamentare; una volta entrati in parlamento devono fare il meglio per il paese e da Italiano oggi vedo il bene del paese in un accordo con il PD: non un inciucio, ma politica su punti comuni, riforme costituzionali e la riforma elettorale…ma ormai mi sa tanto che l’odore del potere ha dato la testa anche ai neoparlamentari in felpa, maglietta e scarpe da ginnastica, che in questo modo finiscono per assomigliare sempre più a chi è sempre in doppiopetto, con le scarpe lucidate, la cravatta blu e il profumo per coprire l’odore di marcio che vi è dietro l’immagine del buon padre di famiglia.

Un Paese da salvare

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“L’espressione Mani Pulite designa una stagione degli anni novanta caratterizzata da una serie di indagini giudiziarie condotte a livello nazionale nei confronti di esponenti della politica, dell’economia e delle istituzioni italiane. Le indagini portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano detto Tangentopoli. Furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex Presidenti del Consiglio.” (Fonte: Wikipedia).

Una descrizione, quella di Wikipedia, che potrebbe dipingere in parte il quadro italiano al giorno d’oggi, se non fosse che non è ancora stata coniata una espressione che classifichi questo secondo periodo storico di cui siamo protagonisti.
Mentre si pensa a scendere in campo contro la magistratura e si legittima il pagamento di tangenti in qualità di “condizione di necessità se si ha da trattare con qualche regime o Paese del terzo mondo”, ci sfugge di vista il vero motivo per cui bisognerebbe manifestare: non contro la magistratura, ma contro chi il nostro Paese lo sta corrodendo, in nome della politica, delle istituzioni, delle lobby.

Sì, perché a 20 anni dall’inchiesta che ha travolto l’Italia, la sua classe politica, le istituzioni, l’industria e i partiti, modificando gli equilibri tra grandi e piccoli gruppi di imprese, condannando a raffica manager e imprenditori, ci troviamo purtroppo in una situazione similare.

In un rapporto de Il Sole 24 Ore, realizzato incrociando i dati di Guardia di Finanza, agenzia investigativa Kroll e ultime cronache finanziarie, emerge che le società italiane attualmente sotto inchiesta delle Procure valgono in Borsa circa 150 miliardi di Euro, metà del valore globale di Piazza Affari.
Un dato che fa guadagnare all’Italia il secondo posto nella classifica dei Paesi più corrotti d’Europa (dopo la Grecia) e il settantesimo posto in quella della Banca Mondiale per la facilità di fare impresa.

La cronaca delle ultime settimane porta alla mente lo spettro dell’illegalità radicata, quella del 1992, con la sostanziale differenza che l’Italia è oggi reduce da un fase depressiva, una crescita zero e una pesante recessione. Fardelli non poco pesanti da sopportare.

C’è MPS, su cui gravano molteplici accuse tra cui l’acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santander dietro pagamento di presunte tangenti, la stipula di derivati per “magheggi” di bilancio, la percentuale (il 5% su ogni operazione) pagata sottobanco a dirigenti che si occupavano del business bancario. Il tutto sotto il benestare della Fondazione controllante, di nomina PD, e piccole sviste di Consob e Banca d’Italia.

C’è Finmeccanica, sul cui Presidente grava l’accusa di corruzione internazionale, peculato e concussione per la vendita di elicotteri AgustaWestland all’India a seguito di tangenti. Sotto l’ala protettiva della Lega, che spinge per la nomina di Orsi in qualità di Presidente di Finmeccanica, ma ora ritratta. Ritratta anche il vecchio governo tecnico, che di fronte a un “palese imbarazzo per la condotta di Orsi”, sembra aver peccato di impasse decisionale nella sostituzione del presidente della statale Finmeccanica, quando in una intercettazione Supermario dichiara “non gli stringo la mano, capirà che si deve dimettere”. Della serie: se mio figlio ruba non gli dico bravo, almeno non lo farà più. O se il mio ex Presidente del Consiglio ha più reati che calciatori nella sua squadra di calcio non gli stringo la mano, capirà che non si deve ricandidare.

C’è Saipem (controllata Eni), con l’indagine sulle presunte tangenti (quasi 200 milioni di Euro) dell’AD Scaroni per gli appalti in Algeria tramite una società di Hong Kong che fungeva da “collettore di mazzette”.
Spunta anche un oscuro caso di collocamento lampo del 2,3% di quota di Saipem ad opera di BlackRock (il più grande gestore di fondi globale) precedente al profit warning che ha affondato il titolo in borsa lo scorso gennaio.

Ci sono i prestiti BPM concessi a numerosi esponenti delle forze politiche di centro-destra e relativi amici e parenti (La Russa, Santanchè, Brambilla, Romani) dall’ex-Presidente Ponzellini, in un periodo in cui chiedere un mutuo è più difficile che trovare lavoro.

Ci sono una serie di scandali che stanno corrodendo il nostro Paese, ridicolizzandolo sulle pagine dei giornali mondiali, echeggiando a un mani pulite bis che non ci fa onore.
Il colpevole è uno solo: questa incessante commistione Stato, Politica, Industria che è radicata nel DNA italiano e che fatica ad andarsene. Il conflitto di interesse sembra far parte della nostra economia, divenendo il filo conduttore della nostra Italia.

Il conto delle contaminazioni tra politica, pubblico e privato è salato, e non è a carico dei responsabili.
Finmeccanica, Mps, Saipem seminano punti percentuali in borsa, perdono contratti a livello internazionale, diminuiscono la propria competitività a favore della concorrenza: il prezzo lo pagano i dipendenti, con il posto di lavoro, e il nostro Paese, con la rispettabilità. Con i ringraziamenti di studi legali e banche d’affari, che si leccano le dita.

Dove sta il ruolo della politica, o meglio, dove dovrebbe essere?
La politica al giorno d’oggi non pone regole, ma assiste tacitamente al declino, intervenendo silenziosamente per portare l‘acqua al mulino più opportuno.
Il suo compito dovrebbe essere quello di essere imparziale e creare un contesto giuridico ed economico ottimale per il corretto svolgimento dell’attività d’impresa. Purtroppo non è così.
Se la storia italiana è caratterizzata da questo forte legame tra la politica e l’industria, forse è giunto il momento di cambiare.
Non per visioni economiche, non per schieramento politico sinistra-assistenzialismo-Stato versus destra-libero mercato-privato: il distacco è una necessità, per porre fine al perenne magna magna che ci affligge.

La nostra Italia ha bisogno di due attori fondamentali per riemergere.
In primo luogo i cittadini, con la volontà e l’intenzione di cambiare la propria visione dell’interesse comune.
L’illegalità, la corruzione, le tangenti, i falsi in bilancio, le truffe, le bugie, le condanne penali dei politici dobbiamo cominciare a vederle come un male, come un cancro che distrugge la nostra società. Non dobbiamo continuare a premiarle e sostenerle, nascondendoci dietro a un banale “uno vale l’altro”. No, uno non vale l’altro.
In secondo luogo il nuovo governo, con una riforma del sistema politico che vada a pulire quel marcio che c’è sotto, che limiti i conflitti di interesse, che punisca chi fa i propri interessi a danno di molti, in primis a discapito del nostro Paese.

L’inesistenza di un solo grande vincitore in queste elezioni può forse rappresentare una speranza per noi cittadini: il grande compromesso cui si deve scendere per arrivare a un governo potrebbe far camminare tutti su un filo spinato, ponendo più attenzione al giudizio dei cittadini sul proprio operato.
Dopo tante belle parole spese in campagna elettorale sulla necessità di riforme, di legalità, di revisione dei contorti sistemi politici, ci auguriamo che qualcuno passi ai fatti.
Per far sì che questa “tangentopoli eterna” diventi solo un lontano ricordo.

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