L’Italia di Franco Coppi e l’ennesimo rigore di Silvio

Lungi da noi paragonare Berlusconi ad Andreotti. I molteplici mandati al governo della Repubblica Italiana, i processi e persino lo stesso avvocato, pero’, giustificano la scelta di questa provocazione. Il professore Franco Coppi porto’ all’assoluzione Giulio Andreotti ed oggi a fianco di Ghedini provera’ a raggiungere lo stesso virtuoso traguardo con Silvio Berlusconi.

In questi giorni, l’Italia si divide fra chi spera in una condanna ed una interdizione dai pubblici uffici e chi e’ sicuro che l’assoluzione arrivera’ e sara’ un ennesima soluzione all’Italiana.
C’e’ chi parla di catarsi cinematografica di una condanna, rievocando altre famose scene (e.g. Gli Intoccabili), chi si schiera con il Presidente sempre e per sempre e chi crede che una condanna possa rendere l’ex-Premier un martire politico rendendolo cosi’ immortale.
I giornali ritraggono Silvio come un leone in gabbia, un ideatore delle frodi fiscali confortato dal caro amico Gianni Letta e dall’altro lui confida che prevede di ricandidarsi nel 2015 dopo 18 mesi di stop (quando btw avra’quasi 80 anni).
Surreale.
Noi non capiamo, non sappiamo, non ci schieriamo. Siamo troppo lontani dall’azione per capire. Come un arbitro, stanco e zoppo, lontano dal pallone, non vogliamo fischiare piu’. Sul dischetto Silvio si appresta a calciare il suo ennesimo rigore. Chissa’ se segnera’ ancora e se l’Italia la lascera’ passare anche questa volta.
Secondo voi, invece, che cosa succedera’?

Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

Giovane e donna: sono il nuovo Parlamento

Ancora frustrato dalle elezioni? Stai gia’ espatriando?

Sappi che avremo il Parlamento più giovane e donna della storia repubblicana.

I nuovi deputati eletti saranno rispettivamente in media 10 anni piu’ giovani di quelli del precedente governo, cosi’ come  i senatori eletti (5 anni piu’ giovani). E non solo!!! Uno su tre sara’  donna.

Fini non sara’ in Parlamento, come del resto Rocco Buttiglione, Francesco Storace, Antonio Di Pietro ed Ingroia, Raffaele Lombardo, Gianfranco Micciche’, Lorenzo Cesa, Franco Marini ed Italo Bocchino, ma anche Marco Pannella ed Emma Bonino. La Lega si ferma sotto il 4%.

Marta Grande, 25 anni, grillina, potrebbe essere la tua sorellina minore, ma e’ l’immagine di questo nuovo Parlamento: giovane, bello, piu’ femminile ed ingovernabile (speriamo ancora per poco).

Berlusconi non ha vinto le elezioni (anche se per pochissimo) e nel frattempo Bersani offre la camera al Movimento 5 Stelle e chiarisce che rimarra’ al timone del PD fino al prossimo congresso del 2013, quando probabilmente sara’ tempo di Renzi.

Non volevamo un rinnovamento? Ringiovanire il parlamento e avere piu’ donne? E’ iniziata una nuova era? Ci voleva?

Non siamo ancora un paese per giovani, l’età media dei deputati e’ di 45 anni e dei senatori di 53 anni, ma forse e’ il primo passo del cammino.

Cordiali Saluti agli onorevoli uscenti,

In bocca al lupo a Marta Grande, al nostro nuovo, giovane ed irrequieto Parlamento ed a tutti gli Italiani.

Fonti:

– Camera e Senato: E’ una donna su tre

http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/26-febbraio-parlamento-giovane-eta-media-48-anni_cac989ae-8024-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml

– E’ il parlamento piu’ giovane – boom di donne:

http://www.ilmessaggero.it/speciale_elezioni/parlamento_pi_giovane_della_storia_boom_eletti_donne/notizie/254587.shtml

– Bersani:

http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/26-febbraio-bersani_8dc898c2-802b-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml

– I grandi esclusi:

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=40525&typeb=0&Da-Fini-a-Di-Pietro-i-grandi-esclusi-dal-Parlamento

– Non e’ un paese per giovani

http://www.fanpage.it/in-italia-la-classe-dirigente-piu-vecchia-d-europa/

Io voto Silvio

20130101-145725

La campagna elettorale e’ finita, adesso e’ tempo delle dichiarazioni di voto. Se ti rivedi in questo articolo, condividilo per convincere i tuoi amici ancora indecisi o per farne nascere un dibattito.

Se sei o non sei d’accordo commentalo.

Stimoliamo il confronto.

Guarda anche le fonti.

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Odi et IMU

no spamA pochi giorni dal voto, Silvio invia una dichiarazione firmata a milioni di famiglie in cui conferma che rimborsera’ quanto pagato l’anno scorso sul conto corrente oppure in contanti agli sportelli della posta. Scatta la polemica violenta.

Leggi la lettera su italioti.it se non l’hai ancora ricevuta.

Questo e’ cosa dice la legge in materia. Noi non siamo degli esperti in materia.

Tu che ne pensi?

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Autodafé e le 5 C

basta_non_voto_NUna preghiera che nasce dall’analisi del 2012 della politica Italiana e l’astensionismo Siciliano

Eccomi. Sono Alessandro. Sono il terzo. Sono un 29enne che vive a Londra da più 2 anni, e che fra studio e lavoro ha vissuto a Milano, Barcellona, Istanbul, Roma, Parma, Melbourne e Parigi. Sono Siciliano, un Siciliano inquieto e vi scrivo da Palermo, dove ritorno a ricaricare le batterie, quando il fish and chips mi sfianca e ho bisogno di sole, vitamina C e iodio.

Scrivo per fare un autodafé del 2012, dando una personale lettura dell’astensionismo in Sicilia nel 2012.  Come tutti gli autodafé anche questo è composto da:

(i)           Una messa (in metafora un breve excursus dei fatti del 2012 e dell’astensionismo in Sicilia)

(ii)          Una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza (in metafora l’identificazione delle cause)

(iii)         Ed infine una preghiera per il 2013.

A differenza degli autodafé dell’Inquisizione Spagnola, lo scopo non è né la tortura né l’esecuzione al rogo di nessun partito o esponente politico. L’obiettivo unico è piuttosto in una prospettiva apolitica e in chiave ironica e provocatoria di proporre il rogo e la tortura degli Italioti e della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Italiani.

La Messa

All’alba del 2013 molteplici fonti d’informazione compilano bilanci dei fatti del 2012, con Google Zeitgeist in testa. Si torna indietro per un attimo sul 2012 prima di archiviarlo nella cantina delle nostre memorie storiche sempre più povere nonostante i miliardi di terabytes fra clouds e servers installati in giro per il mondo.

Fermatevi. Fermatevi per un attimo a pensare agli eventi del 2012. Pensate a cosa vi direbbe il vostro pc torturato ogni mattina dalla lettura del Corriere.it, della Repubblica, Il Giornale, Financial times, The Guardian, The Telegraph, Sole24ore e altri.

Il 2012 è stato l’anno del governo Monti e di suo nipote chiamato Spread all’asilo. E’ stato l’anno della riforma pensionistica, del decreto liberalizzazioni Monti, dell’IMU, della spending review, dell’accorpamento delle province, della riforma del lavoro e dell’articolo 18 e degli esodati. E’ stato l’anno in cui il posto fisso per tutta la vita è stato definito monotono, delle lacrime della Fornero e dell’invito a non essere “choosy” proprio a pochi mesi della morte di chi ci invitava a “Stay Hungry and Stay Foolish”. E’ stato l’anno degli scandali. Dalla Lega Nord a Fiorito, Lusi e Belsito, dalla Sanità nella Regione Lombardia alla Polverini per la Regione Lazio: tutto in un anno.

E’ stato l’anno delle dimissioni di Monti non più supportato dal Pdl, la proposta di Berlusconi a Monti di guidare il centro-destra alle elezioni ed il successivo ping-pong di battute fra il Professore e l’Imprenditore. Mentre il primo si propone a guida di un’alleanza di centro con l’Agenda Monti, il secondo ribatte secco punto su punto fra D’Urso e Giletti (che si riscoprono giornalisti) ed annuncia la sua nuova fiamma, mentre si accinge a pagare 100.000 euro al giorno alla sua ex-moglie. E infine i magistrati anti-mafia Ingroia e Grasso ingrossano le file di chi scende o sale in politica. Con zampone e lenticchie, tutto sembra essere culminato nella formazione almeno embrionale degli schieramenti politici per l’elezioni politiche del 2013 e dei piani di back-up con acquisti di case e resorts bipartisan tutti rigorosamente a Malindi in Kenya, la nuova Costa Smeralda lontana dai lidi italiani.

Insomma si apre davanti a noi un panorama fra caos, assurdità ed il tipico colore velatamente folkloristico della politica italiana.

E’ stato un anno in cui il girone infernale degli italioti si è affollato sempre di più. E’ stato il trionfo dell’inequivocabile disaffezione degli italiani alla politica e della quasi totale perdita di tolleranza per l’attuale classe politica.

E’ stato l’anno del boom del Movimento Cinque Stelle, dell’impeto rottamatore di Matteo Renzi e del trionfo dell’astensionismo nelle elezioni amministrative in Sicilia.

E’ proprio su quest’ultimo fenomeno che voglio concludere “la messa” prima di proseguire con “la processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza”.

Negli ultimi 11 anni in Sicilia si è votato quattro volte per eleggere il Presidente e l’assemblea regionale. In tre occasioni si è votato nella sola giornata di domenica: (i) maggio 2001; (ii) maggio 2006 e (iii) ottobre 2012. Si votò anche nell’aprile 2008, ma in due giornate e in concomitanza con le elezioni politiche. Per evitare distorsioni, non considereremmo quest’ultima elezione nella nostra analisi dell’astensionismo in Sicilia.

Considerando le tre occasioni di cui sopra si assiste ad un crollo dei votanti in percentuale sugli aventi diritto: da 63,47% del maggio 2001, a 59,16% nel maggio 2006 fino al 47,42% dell’ottobre 2012. A prescindere dell’esito politico delle consultazioni, solo circa 2 milioni di elettori sono andati alle urne sui 4,3 milioni di aventi diritto.

Ci sono quindi 2,3 milioni di Italioti in Sicilia? Quali sono le cause dell’astensionismo?

La processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza

 

L’astensionismo siciliano e quel -16% di elettori alle urne (Vs. 2001) è stato da molti definito un giallo, quindi al di là della provocazione è lungi da me processare dei colpevoli e trarre delle sentenze. Quel che farò è analizzare possibili cause in forma di ipotesi tutte fra loro connesse e a volte parzialmente sovrapposte e chiedervi di testare, criticare, dibattere ed arricchire queste parole.

(i)           L’ipotesi del “Non voto, non sento e non parlo”. Mafia è la prima parola associata alla Sicilia per molti in Italia ed all’estero, quindi è un’ipotesi che va smarcata subito. Questa ipotesi legherebbe il fenomeno dell’astensionismo all’affiliazione mafiosa. Se ne fa portavoce Antonio Ingroia che sostiene la plausibilità dell’astensionismo del voto di mafia, e che questo possa essere un avvertimento ‘politico’ ai possibili interlocutori. Senza fare riferimenti a partiti, Ingroia sostiene che questo possa creare premesse per nuovi discorsi ed eventualmente nuovi patti a Mafiopolis. Avvalla quest’ipotesi anche l’Espresso che pubblica un interessante dato. Su 7.050 detenuti nell’Isola avrebbero votato solo in 46 e si tratta di carcerati comuni e non di mafia. Cosa strana è. Visto che in carcere si è sempre votato. In ogni caso questo spiegherebbe solo circa lo 0,2% degli astenuti, ma potrebbe essere la punta di un iceberg.

(ii)          L’ipotesi del “un minni futti chiù nenti” (I don’t care anymore). Questa ipotesi proviene dal New York Times dall’articolo di Elisabetta Povoledo che attribuisce l’astensionismo nelle elezioni regionali in Sicilia come un segnale inequivocabile della disaffezione degli italiani per la classe politica. Prosegue inoltre commentando che la bassa affluenza alle urne e il successo del movimento di protesta suggerisce che la tolleranza degli italiani verso la classe politica è crollata.

(iii)        L’ipotesi del “no, io non posso scendere”. Strettamente collegata con l’ipotesi di cui sopra, l’ipotesi del “no, io non posso scendere” si riferisce all’impossibilità per ragioni economiche dei siciliani lavoratori fuori sede a rientrare in Sicilia per le elezioni. Il fenomeno dell’emigrazione informale dalla Sicilia coinvolge tutti quelli che lavorano in altre città d’Italia o estere e che formalmente sono ancora residenti in Sicilia. La magnitudo di questo fenomeno è difficile da quantificare, ma facilissima da percepire se vi trovaste per le vie del centro storico a Palermo in un qualunque sabato dell’anno e in un weekend durante le feste natalizie. In quest’ultimo caso vi trovereste travolti da un fiume di ragazzi 20-35enni che vivono altrove e che guadagnano fuori dalla Sicilia. 200€ di biglietto aereo per votare? “No, io non posso scendere”. E non mi riferisco allo scendere in politica, ma allo “scendere in Sicilia” – Sicilianismo, inteso come andare a Sud.

(iv)        Fattore Gattopardo. Chi crede che i Siciliani siano in maggioranza degli Italioti crede nel cosiddetto fattore Gattopardo, ovvero che il popolo Siciliano è un popolo abituato ad essere colonia che non avendo riconosciuto un potenziale leader esterno sulla propria scheda elettorale si è astenuto dalla scelta. Un vero e proprio popolo di Italioti come definito dalle parole di Tomasi di Lampedusa: ”In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “la”; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.

 

Che una, questa o un’altra ipotesi qui non elencata prevalga, il dato dell’astensionismo rimane allarmante. I colpevoli non sono solo gli astenuti, ma anche tutti coloro che hanno smesso di credere che si può cambiare, che si può risalire la china della crisi, che il nostro voto è importante e che è un dovere e non solo un diritto.

Il vero colpevole è in ognuno di noi e nel nostro essere Italioti. Per chiudere il processo quindi, mi sento in dovere di proporre la tortura e di porre al rogo della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Siciliani ed Italiani.

 

La preghiera

L’ultimo passo del nostro cerimoniale è arrivato. Mentre le fiamme avvolgono “l’Italiota che c’è in noi”, è tempo di rivolgere una preghiera per il 2013 non ad un’entità terza e aliena dalle cose del mondo fisico, ma ad ognuno di noi.

5 C per il 2013:

La mia è una preghiera a Credere. A credere nel cambiamento, nel miglioramento, nella possibilità di migliorare l’Italia al di là della vostra collocazione politica.

Siate Coscienti ovunque vi troviate della realtà delle cose in Italia, ad essere aggiornati e a leggere le notizie in maniera critica e costruttiva al di là dei punti di vista politici.

E’ un invito al Commitment. Al fare. Ad impegnarsi e ad andare a votare. Votare come espressione di un diritto e di un dovere.

Siate Coerenti con voi stessi e trasformate il vostro disappunto per la situazione attuale in una forza per il cambiamento e miglioramento futuro.

Infine, miei cari, siate Contenti di essere Siciliani, siate contenti di essere Italiani.

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