Mondo in fermento o idee in repressione? Noi andiamo a dormire: Buonanotte Italia.

Barricate in fiamme a Kiev, dove “La prima linea è un ammasso di pietre e di uomini che lascia fuori un pezzo di Maidan”, cita il Corriere.

Una protesta anti chavista che scatena la repressione in Venezuela.

Manganelli e spray al peperoncino che si abbattono sui soliti artisti “dai gusti differenti” a Sochi.

E molti altri episodi.

 

Un’ondata di protesta e ribellione ci circonda, mentre noi giochiamo a scacchi con la politica.

Il governo italiano improvvisa un tennis con la democrazia, sfidandosi a colpi di “andate a vedere quanto costava un frigo 30 anni fa” (l’ha detto davvero Grillo, si, l’ha detto), mentre intorno a noi esplode il caos.

 

Non parlo di quella parte del mondo che vive nella paura della guerra, ormai purtroppo parte integrante del quotidiano, che continuiamo ad ignorare e a guardare con distacco finché non ci toccherà da vicino.

Per gli attentati in Nigeria, a Taba, nel sud di Beirut e per le repressioni pluriennali in Siria aspetteremo di accorgerci del prossimo Gheddafi, che andava bene per i Bunga Bunga ma non per il petrolio e la Total.

 

Parlo di quell’evoluzione di pensiero che scuote i Paesi che voglio emergere, spinti da una crescita economica esponenziale e da un maggiore accesso alla cultura, che si vedono tarpare le ali.

Si è passati da una primavera araba a una primavera globale, dove la protesta non si ferma alle questioni politiche ma punta alle questioni sociali e alle libertà personali.

È una globalizzazione che globalizza anche le libertà: è un’apertura mentale che cerca di diffondersi, sono diritti che vogliono essere affermati da cittadini che rivendicano le proprie idee.

Siamo fortunati a vivere in un Paese che ha già lottato per queste libertà, perché poter uscire di casa la mattina senza la paura di saltare in aria sembra essere un lusso riservato a pochi. Ringraziamo le generazioni passate, quelle della guerra, delle manifestazioni, delle proteste per le pari opportunità.

Ormai siamo adagiati sugli allori: non abbiamo nemmeno più il bisogno di protestare, nel nostro mondo Italia perfetto.

 

Non abbiamo nemmeno bisogno di andare a votare: da noi il governo si elegge da sé, risparmiandoci la fatica di andare alle urne.

Buonanotte Italia.

L’indifferente di oggi

l'indifferenteScrivere. Cosa scrivere?

Sono diversi giorni che mi tormento sul fatto di non avere più un’ispirazione. Apparentemente le parole sono fuggite dalla mia penna e non riesco nemmeno a focalizzare un mezzo argomento politico che mi possa interessare.

E sì che ce ne sarebbero.

Ci sarebbe la Bindi eletta all’antimafia, Renzi e “la Leopolda”, Silvio che vuole di nuovo rompere tutto, il povero ragazzo italiano linciato in Inghilterra, ecc…

Ma cavolo non mi viene nulla. Sono diventato apatico a questo genere di notizie. Già scrissi un articolo del similare qualche mese fa, sul come non mi interessasse più nulla e chiesi alla fine, citando Gaber, di riportarmi nella realtà! Nessuno mi ha aiutato da allora.

Ecco che mi chiedo come fare.

Risuona in me una parola che non mi lascia in pace: realtà!

Che cosa è la realtà? Quella che conta davvero dico.

La realtà è quella che ho descritto sopra dei vari politici? Quelli credo che siano solo accadimenti che ci scalfiscono la vita giusto per qualche minuto mentre scorriamo il corriere.it.

Il pericolo però è che facendosi anestetizzare passo passo, nulla di quello che vediamo sia reputato più degno di nota per le nostre vite.

Che cosa fare? Che cavolo è che può far tornare a me quella voglia che non c’è più? Quella voglia di puntare il dito, indignarsi e schifarsi per tutto quello che c’è intorno e di agire?

Forse la partecipazione è la medicina. L’unica medicina che forse è anche l’unica cosa vera.

E se fosse la realtà ad essere partecipazione e non la libertà?

Fare politica è partecipare in uno dei sui più sublimi significati. Impegnare il proprio tempo per un’idea di mondo che abbiamo in testa. Fare politica è impegnarsi attivamente in una struttura democratica per muovere mozioni, influenzando chi può decidere e in ultima analisi approvare leggi. Fare politica è un modo vero e concreto per cambiare le cose, o quanto meno provarci. Essere “la base” significa provare ad influire con le proprie istanze e richieste sulla direzione del paese.

Credo che fare politica dall’esterno invece, sia come fare l’amore con una bambola gonfiabile.

Fare politica è innanzitutto scegliere che prodotti comprare, quali giornali leggere, cosa guardare in Tv. Ma non basta, bisogna osare il passo successivo: la politica dell’azione. Non basta la vita del buon cittadino qualunque, politica è mettere le mani nella merda per cercare di toglierla da dove sta.
Fortunatamente siamo ancora in una democrazia, coi suoi modi, ma sempre democrazia, che ci dà la possibilità di associarci con chi ci pare come da carta costituzionale.

Sarebbe bello che tutti in Italia avessero la tessera di un partito.

Essere partigiani significa combattere e credere che anche io posso fare la mia parte. Chi non è partigiano, lentamente muore di ignavia.

Le partecipazioni “tanto per” a qualche manifestazione, o qualche firma sotto la solita petizione lasciano il tempo che trovano. È arrivato il momento di militare, di credere e agire per qualcosa che sta andando in merda completamente e grazie alla più classica delle ragioni: il menefreghismo degli italioti. Il nostro menefreghismo, che si vede nei dati: delle affluenze elettorali, degli abbandoni scolastici, del chi non cerca più lavoro, delle aziende che chiudono e chi più ne ha più ne metta!

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Gramsci

Il nostro essere indifferenti e individualisti di oggi ci ha portato dove siamo ora! Agiamo, diamoci una mossa, militiamo! Che sia a destra o sinistra poco importa, l’importante è agire, essere di parte!

Back to reality

Agosto in Italia è simbolo di vacanza, di viaggi, di mare, di sole, di mete sconosciute, di facce abbronzate (e arrossate n.d.a.), di facebook invaso da check-in e foto con le due dita oblique (qualcuno me le deve spiegare poi…), di spensieratezza, di distacco da quel quotidiano che ci attanaglia.
Ad agosto non c’è la crisi: ad agosto c’è il sogno, il “ricomincio a settembre” che è diventato tradizione dai tempi dei nonni che lavoravano in fabbrica.
Terra di emigrati ed emigranti, ad agosto tutto tace in Italia, anche per chi rimane nelle grigie città ma segue la scia di tutti gli italiani che staccano il cervello per “rigenerarsi”.

Mi sono rigenerata anche io, ho voluto staccare per qualche settimana.
Una meta sconosciuta, una realtà totalmente distaccata dalla nostra, un viaggio alla scoperta di nuove culture.
Ma come tutte le cose belle (e brutte), prima o poi si arriva ad una fine.
Questa fine per l’italiano medio si chiama volo-con-scalo-dalla-durata-totale-che-varia-dalle-12-alle-26-ore, che tu sia andato in Marocco, in India o in Australia.

Mi ritrovo così seduta nella lounge Skyteam, e mentre attendo il momento del secondo check-in, decido di approcciare le news sfogliando l’Herald Tribune, edizione week end.
Heathrow, caffè bollente, lounge ordinata e pulita, una piccola oasi di benessere nel malessere di un infinito viaggio intercontinentale.

Ho voglia di riprendere il contatto con la realtà, quella della mia amata informazione europea, fatta di spread, banche e governi in bilico, famiglie reali che crescono, frodi fiscali che spuntano e poi scompaiono nuovamente.

Leggo la prima pagina, per una breve overview di ogni Paese: la tragica notizia di un Egitto in piena rivolta, la situazione oltre oceano del gigante cinese che affronta una crisi del credito, i conflitti in Rwanda, la morte dell’avvocato internazionale che per anni ha difeso criminali politici, dittatori e terroristi facendola franca per 88 anni.
Drammi e questioni serie in prima pagina.
In italia tutto bene allora!
Rifletto ogni volta su quanto siamo fortunati a vivere in un Paese lontano da guerre, genocidi, bombe, rivolte.
Mentre sto per voltare pagina il mio occhio cade su un piccolo trafiletto e di sfuggita legge un ” Berl…”.

No. Basta. Non può essere. Riguarderà il prossimo processo. Sai, magari è anche ora di giudicarlo per tutto quello che ha fatto…la prostituzione minorile non era un reato, tra i tanti?!
Mi incuriosisco e torno alla pagina precedente.
E rimango basita “Aerial ad blitz for Berlusconi”.
Voglio capire: siamo nella merda, indebitati, con un tasso di disoccupazione superiore alla media europea, con la crisi che galoppa, le grandi fabbriche italiane in cassa integrazione, gli esodati, i pensionati da 500 Euro al mese, la mafia (che c’è ancora), un governo che per l’ennesima volta è frutto di un compromesso…e c’è chi pensa a organizzare blitz aerei con striscioni a supporto di un uomo che è palesemente in torto, ci ha governato, ed e’ stato processato per una sola della miriade di infrazioni giudiziarie che ha compiuto?!

Rileggo bene “…small planes flew over crowded beaches, towing banners saying “Forza Silvio, Forza Italia” or “Go Silvio, Go Italy” in disagreement with what Mr Berlusconi’s supporter call a politically motivated convition”.
Ho capito bene allora.
Per i nemici dell’inglese, “piccoli aerei sorvolano spiagge sventolando striscioni “Forza Silvio, Forza Italia” o “Go Silvio, Go Italy”.
Vogliamo dire che non ha commesso fronde fiscale?! Ma è palese!!
E noi vogliamo essere ancora rappresentati da un evasore?

Ragazzi, ma mettiamo striscioni per i disoccupati, le ragazze madri, gli orfani, gli esodati, le persone affette da malattie gravi, la ricerca scientifica, la tutela dell’ambiente in cui viviamo e che per anni abbiamo avvelenato (e stiamo avvelenando) in nome dell’occupazione.

Ma stiamo scherzando? Attonita, mi avvio al check in, è ormai l’ora di imbarcarsi.
Volo Alitalia: speriamo di non trainare nessuno striscione pro-Silvio da Londra a Milano.

Più di ciò che siamo

più di ciò che siamo

Non sogniamo più.

E’ ormai un dato di fatto.

Ormai la crisi non è solo economica, ma è prevalentemente di valori e prospettive, di visioni, di slanci.

O, per meglio dire, la crisi economica deriva da una crisi di identità e di sogni, da una mancanza di appartenenza. La crisi economica stessa ha successivamente  alimentato questi buchi nell’animo delle persone, per farci sprofondare ancora di più in questo circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

Non ci rendiamo conto che siamo arrivati a richiedere alla nostra vita la mera soddisfazione di bisogni primari:  lavoro, scuola, sanità, casa.

Spesso chi non trova soddisfatte le suddette categorie diventa ogni giorno più triste, rassegnato; nemmeno incazzato. Oppure sì, incazzato, ma di quell’incazzatura che si trasforma solo in frustrazione, che tira fuori il peggio dell’essere umano: estremismi di destra e sinistra, razzismi, ideologie e populismi.

Il problema però è che non solo chi non arriva alla fine del mese e non ha una famiglia a cui badare perde fiducia nell’ uomo e in un mondo diverso, ma anche chi sta bene economicamente e la famiglia ce l’ha.

Nella mia seppur breve esperienza lavorativa, l’unica forza che faceva andare avanti molte persone che ho incontrato era la loro famiglia. Lavoravano perché avevano dei figli da mantenere e quello era il loro motore. A meno di essere tra i fortunati che hanno il lavoro che hanno sempre sognato, spesso questo è l’unico motivo che ti spinge ogni mattina ad entrare nel tritacarne quotidiano. Allo stesso tempo però le stesse persone vivevano doppie vite: avevano amanti ed erano distrutte dentro. Ma perché tutto questo? Perché questa infelicità che sembra inseguirci in continuazione a cui non riusciamo a scampare?

Perché le persone non sanno più volare. Appena uno raggiunge una più o meno solida tenuta economica pensa alla vacanza, alla macchina più figa, alle bevute con gli amici, alle belle ragazze… Tutte cose vane, che non rimangono.

Siamo pieni di persone autorealizzatesi: sul lavoro, affettivamente, con un bella famiglia, una casa… Ma che dopotutto non si bastano mai ed entrano in crisi o in depressione.

Non può bastare essere diventati un qualcuno se non si ha un fine più alto. Non può essere il sogno della vita di un uomo avere un lavoro e una famiglia, avere sicurezza economica per poter andare in vacanza e uscire a cena.

Senza uno slancio l’uomo muore. Senza nuove idee l’uomo muore. Senza nuove battaglie l’uomo muore.

Vivere di cose vuote, che non apportano nessun valore e nessun arricchimento della persona, porta l’animo umano a morire, anche se si ha la fortuna di avere lavoro e famiglia.

La famiglia non è sicuramente una cosa vuota, è l’unità sociale di base da cui deve partire tutto il resto, ma se non c’è nulla che va oltre, anche quella muore. Non può essere l’origine e il fine.

Non si può solo chiedere alla politica, bisogna anche dare alla politica perché la situazione migliori e cresca. Bisogna dare in modo attivo alla società.

Tutto questo era il pane dell’Italia ed è svanito.

Ma la colpa non è nostra, è dell’ingranaggio stesso in cui viviamo, è la più grande colpa della società “evoluta” in cui  siamo cresciuti e che non vogliamo, o non riusciamo, ad abbandonare.

Vivere di cose vane e senza partecipazione è l’eredità che ci hanno lasciato decenni di crescita economica, di benessere e di estremismi. L’Italia è sempre stato un paese ricco di lotte e ideali, che si è assopito dopo la dura parentesi del terrorismo e degli anni di piombo in generale. È negli anni ’80 che siamo entrati nel circolo vizioso, in un relativismo dilagante, non potendo più sopportare la violenza di pochi che è riuscita a rovinare la passione politica e sociale di molti. Abbiamo iniziato tutti a farci degli shampoo; ci siamo concentrati su quale prodotto fosse meglio usare… ”son convinto che sia meglio quello giallo senza… canfora”, senza guardare più al di là, non capendo che la realtà è là fuori,oltre la doccia di casa, e ne abbiamo perso il contatto.

Ed ecco i risultati: l’abbandono di qualsiasi forma di appartenenza politica e non da parte dei giovani e il menefreghismo imperante che si traduce in un’ottica drammatica di breve periodo. La stessa ottica che ruba il futuro al singolo e alla lunga l’Italia, ed è ormai un’epidemia dilagante che pervade la nazione in tutte le sue forme:

  • La politica, che non fa altro che promettere risultati nei prossimi 2 anni senza indicare una via vera e solida
  • La cattiva imprenditoria che non ha investito negli anni per crescere, ma ha solo arricchito se stessa, spesso non rinunciando alla macchina nuova e alla casa più bella
  • Gli studenti a cui tutto deve essere riconosciuto e che non si riconoscono doveri
  • I professori, bravi per natura e contrari a ogni valutazione
  • Gli impiegati e gli operai, tutti sempre con diritti acquisiti intoccabili e inscalfibili che non capiscono che ormai si è tutti sulla stessa barca, lavoratore e datore di lavoro

Per combattere tutto questo cosa serve? Una nuova rivoluzione?

Serve un nuovo sogno, una nuova via, un nuovo leader che sappia unire, che sappia fare una politica che porti a benefici e sacrifici per tutti, che indichi una nuova aggregazione, una nuova sintesi dopo il disfacimento di tutti questi anni. Un nuovo punto di riferimento che guardi al mondo e non all’Italia, che guardi al sistema lavoro per intero e non solo alle singole parti, che riparta dall’educazione dei ragazzi e dalla scuola, perché da essa dipende tutto.

Chi verrà? Non vedo nessuno all’orizzonte. Nessun Berlinguer, nessun Moro. Ma nemmeno nessun Obama. E sono triste.

Noi Italiani abbiamo bisogno di eroi sempre, tutti i giorni purtroppo. Alla faccia di Brecht che chiamava “Beato” il Paese che non ne ha bisogno.

Non essendoci nessuno all’orizzonte allora tocca a noi, ma avere un ideale è faticoso. Vivere di slanci è impegnativo e richiede costanza, quella costanza che solo i sogni ti mettono nel cuore. Costanza significa sacrificio, il padre di ogni grande impresa. Solo col tempo e con il sudore della fronte si riesce e si può provare a essere più di ciò che siamo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Chaplin-Il-grande-dittatoredi sognare

di libertà

di amore

di sentirci amati

di un futuro

di leader

E’ tremenda l’attualità di questo pezzo. In assenza di sogni viene fuori la bruttezza dell’uomo, il suo essere animale, ecco che allora i grandi uomini si fanno avanti, per dare sogni di grandezza.

Buon inizio settimana a tutti

Buonanotte Italia

Un vuoto: decisionale, di potere, di idee.
Un vuoto totale.

Un Presidente della Repubblica rieletto per cause di forza maggiore, un partito storico come il PD che si sgretola, un Movimento 5 Stelle che, seppur stella nascente dello scenario politico italiano, più che gridare allo scandalo non sa fare, un Berlusconi ventennale che continua il tira e molla di promesse e compromessi.
E’ l’Italia indebolita, indecisa, priva di comando.
E’ un’Italia che sembra assopita, che fortunatamente dorme come in preda ad una anestesia, per non sentire il dolore.
Si, fortunatamente: in questo vuoto totale che fa seguito a un governo tecnico imposto, a una sinistra che si sfalda e si rinnega, a una destra che non ha piu’ coerenza e a un centro che non esiste, solo un indolenzimento di idee può evitare lo sbaraglio di un Paese.
C’è chi grida al colpo di Stato come se stesse ancora parlando e recitando da un palco della RAI in prima serata, senza pensare al vero peso delle parole.

Se l’Italia non fosse indolenzita, sarebbe un rischio grosso, grave, pericoloso.
Le coscienze vanno stimolate e incanalate costruttivamente, non scosse solamente per creare confusione.

Ma l’Italia dorme, si lamenta, accenna a svegliarsi per poi ricadere in un sonno leggero e disturbato.
La speranza è quella che si svegli guarita, in salute e pronta a ripartire.
I nuovi partiti ed i vecchi, insieme ai loro innovatori, risveglino il nostro Paese con dei programmi, delle azioni, degli accordi, delle coalizioni.
L’Italia che non è al governo non dorme, forse è solo annoiata e stanca, perchè il vecchio è come il nuovo.
Chi lascia la strada vecchia per la nuova, in Italia, sa quello che lascia…ma non trova nulla.

Una drammatica metafora calcistica di cosa sta succedendo

pd-pdl-pacmanokLa partita la vedo così: una squadra composta dalla vecchia politica con numero 10 Berlusconi, Bersani di punta, una difesa a 4 composta dalla granitica vecchia scuola PD e un centrocampo anch’esso a 4 composto dai colonnelli PDL; il più classico dei classici 4-4-2 all’italiana.

L’altra squadra, quella dei giovani, capitanata da Matteo Renzi fantassita, sarebbe composta da nomi nuovi del PD, un regista esperto in demolizioni delle tattiche avversarie come Salvatore Grillo e un po’ di uomini del 5 stelle per un 3-5-2 più moderno e dinamico.

Grazie al mio spirito calcistico che mi porta a visualizzare questa sfida atipica, con vecchio PD e PDL dalla stessa parte e nuovo PD e 5 stelle dall’altra, comincio a capire cosa stia succedendo.

Mi succede come quando ero al liceo, dove per focalizzare chi erano i vari filosofi con le loro teorie gli davo un ruolo ben specifico: Marx stopper, Nietzsche fantasista con Shopenhauer a supporto e Kant centrocampista alla Pirlo. Ecco ora si, riesco a focalizzare la grande presa per il culo che i grandi vecchi stanno cercando di tirarci.

Se in realtà Berlusconi volesse “a tutti i costi” l’accordo con il PD perché sa che se si va al voto con Renzi la prende in quel posto? E se il PD cercasse Berlusconi perché se si va al voto con Renzi la vecchia nomenclatura di sinistra se la prenderebbe in quel posto anche lei?

È solo un semplice ragionamento di tattica calcistico-politica, che però mi intriga molto, mi da da pensare!

Sembra un grande passo avanti il governissimo PD più PDL, ma in realtà è la più classica delle porcate all’italiana: far sembrare che cambi tutto per non cambiare niente.

Finirà che la squadra dei giovani prenderà un bel gol in fuorigioco di 3 metri al novantaduesimo. Si lascerà fuori dalla stanza dei bottoni buona parte del paese che chiede un cambiamento vero, che voterebbe Renzi, Grillo e la parte del PD disposta a cambiare e fare di questo paese qualcosa di moderno, innovativo e in cui un giovane possa dirsi orgoglioso di viverci.

Napolitano ha cercato con i 10 saggi di prendere tempo per fare riforme istituzionali per andare al voto con calma in autunno, o per per permettere alle vecchie nomenclature di mettersi d’accordo?

Vincerà ancora la vecchia squadra allenata da Trapattoni o Nereo Rocco, invece che quella nuova allenata da Conte o Mourinho, con buona pace per la champions che continueremo a non vincere per manifesta incapacità di cambiare.

 

Se la politica è di moda

“Non sono giovane a tempo indeterminato”, “Di sano e robusto abbiamo solo la costituzione”, “Solo il debito è rimasto pubblico”, “Il mio cervello vorrebbe restare”.
Sono alcuni degli slogan di un marchio italiano del fashion, Piazza Italia, retailer che al passo coi tempi attira l’attenzione sulle tematiche del quotidiano con le sue campagne pubblicitarie.
Ricorda vagamente le provocazioni di Oliviero Toscani di qualche anno fa, quando con Benetton ha fatto scalpore.
Ma il segnale è forte: la consapevolezza del bisogno di smuovere le coscienze è diffusa, va oltre i TG, i blog e il parlamento, fino ad insidiarsi nel quotidiano, nella moda che è simbolo del bello e del superfluo, ma anche del nostro Paese.
Siamo pizza, mandolino…e moda. Siamo anche coscienti sempre più del bisogno di cambiamento.
Che sia l’inizio di una nuova epoca di consapevolezza diffusa?

Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

Grillo il Marchese, ovvero: perché io sono io e voi non siete…

il marchese del Grillo

 

L’odore del potere, al movimento 5 Stelle, credo sia iniziato a piacer da subito.

Abbiamo fin ora nel dopo elezioni 2 dati di fatto importanti:

Gli 8 punti di Bersani appaiono responsabili e indirizzati ad un cambiamento.

I proclami dei parlamentari a 5 stelle sono sempre più paradossali e si sta portando la situazione al ridicolo.

Mi chiedo, ormai in continuazione, come mai i Grillini non si “accontentino” delle proposte del PD, che sembrano già portare ad un cambiamento epocale.

E se Il 5 stelle non scendesse a patti, perchè una volta ottenute le riforme sulla pubblica amministrazione tanto agognate, buona parte dei suoi elettori non li rivoterebbe più?

Lo scenario è il seguente: un “movimento” nato per riformare rifiuta la fiducia ad un governo che propone molti deii loro stessi punti, tra cui: l’annullamento delle provincie, dimezzamento dei parlamentari, diritti civili alle coppie omosessuali, legge sulla corruzione, incandidabilità e ineliggibilità sui doppi incarichi, economia verde ecc ecc.

Il pensiero maligno nasce perché il ragionamento politico che vi è dietro mi sembra chiaro come spiegato 2 paragrafi prima: “…buona parte dei miei mi ha votato per le riforme proposte dal PD e se ora le facciamo e poi si torna a votare, non avrò mai lo stesso potere, la stessa percentuale, i miei elettori si sposteranno su chi ha più esperienza per governare!”

E allora dico che il movimento 5 stelle sta diventando come tutti gli altri partiti che ha sempre biasimato.

Oggi tutti noi, non abbiamo bisogno di rivoluzioni, abbiamo bisogno di evoluzioni.

Abbiamo bisogno di un De Gasperi, di un Togliatti, di un Moro o un Berlinguer, non di un neo Mussolini o un nuovo Stalin che decidono cosa è meglio per tutti.

L’antifona per i grillini potrebbe essere: chi troppo vuole nulla stringe!

Il rischio è che anche la nostra povera Italia alla fine non stringa nulla, bloccata come sempre dagli egoismi di pochi, senza alcuna lungimiranza, che si profetano come i novelli martiri della nazione e non si accorgono che, con questi atteggiamenti tipici da adolescenti, si posizionano proprio come chi hanno sempre criticato.

Politica è dialogo. Il 5 stelle non è più un gruppo extraparlamentare; una volta entrati in parlamento devono fare il meglio per il paese e da Italiano oggi vedo il bene del paese in un accordo con il PD: non un inciucio, ma politica su punti comuni, riforme costituzionali e la riforma elettorale…ma ormai mi sa tanto che l’odore del potere ha dato la testa anche ai neoparlamentari in felpa, maglietta e scarpe da ginnastica, che in questo modo finiscono per assomigliare sempre più a chi è sempre in doppiopetto, con le scarpe lucidate, la cravatta blu e il profumo per coprire l’odore di marcio che vi è dietro l’immagine del buon padre di famiglia.

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