Qualcuno era di destra (prestito non richiesto a Giorgio Gaber)

 

gaberQualcuno era di destra perché era nato in una famiglia borghese, siciliana,  ma che sa che “lavorare stanca”.

Qualcuno era di destra perché un nonno era stato un giovane fascista, l’ altro un socialdemocratico … e poi entrambi due vecchi (ed onesti) democristiani di destra e di sinistra.

Qualcuno era di destra per polemizzare con suo padre.

Qualcuno era di destra anche perché prima (prima, prima…) non poteva essere stato fascista. Non era ancora nato chi potesse metterlo al mondo come figlio della lupa e rifiutava il fascino della nera nostalgia e poi non gli prudevano le mani!

Qualcuno era di destra perché molti personaggi “mitici” della sinistra si erano rivelati agli occhi della Storia dei mostri sanguinari che neanche il cavalier Benito…

Qualcuno era di destra perché vedeva gli Stati Uniti  come una promessa di libertà mantenuta, l’Inghilterra come la terra di approdo del fair play e del merito, la Spagna come il risveglio della Vecchia Europa , il liberalismo come il vessillo del progresso conquistato a forza di giusto merito.

Qualcuno era di destra perché i gulag, le foibe, la frustrazione egualitaria delle tute blu di Mao, la vita degli altri violata dalla Stasi, i fatti d’Ungheria, i carri armati di Tienanmen, Pol Pot, Ceaucescu, i silenzi e le connivenze da finanziamento sovietico  del PCI, eccetera, eccetera, eccetera..

Qualcuno era di destra perché gli piaceva sentirsi solo contro tutti.

Qualcuno era di destra perché frequentava un liceo classico  di professori e compagni di sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante il cinema, il teatro, la pittura, la letteratura, la musica che gli piacevano proiettassero, recitassero, dipingessero, scrivessero, suonassero  con la mano sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante apprezzasse l’amicizia di uomini e la tenera amicizia di donne…quasi sempre di sinistra e quasi mai di destra.

Qualcuno era di destra perché essere di sinistra per tanti come lui era uno status symbol e voleva rifuggire l’omologazione.

Qualcuno era di destra per provare l’ebbrezza di essere in minoranza in una cerchia di amici e conoscenti quasi tutti di sinistra.

Qualcuno era di destra perché assaporava il gusto della vittoria alle urne quando i sinistri musi lunghi bevevano dall’amaro calice della sconfitta.

Qualcuno era di destra ma poco dopo la prima vittoria vissuta sentiva sempre più forte uno sgradevole odore proveniente da destra e non era il fresco profumo di libertà che voleva respirare a pieni polmoni.

Qualcuno era di destra ma cominciava a sentire giramenti di testa e crisi di coscienza come se avesse preso più di un destro alla testa ed allo sterno.

Qualcuno era di destra ma non voleva più leggere e sentir parlare di compromessi morali ammantati da false ragion di Stato maleodoranti di malaffare.

Qualcuno era di destra perché viva la libertà, ma non il libertinaggio delle e nelle istituzioni.

Qualcuno era di destra perché basta con la lotta di classe, si parta dall’uguaglianza ai blocchi di partenza e poi ci si disseti di merito lungo la propria corsa, si proceda con una ridistribuzione dei diritti sociali, no all’iconoclastia indiscriminata delle carte vecchie dei diritti, sì al restauro conservativo che ceda ai figli un po’ di smalto protettivo senza privarne però i padri.

Qualcuno era di destra perché il senso dello Stato ed il rispetto della legge deve rendere uguali tutti i cittadini ed assicurare un vivere ordinato dei diritti in libertà senza calpestare quelli degli altri.

Qualcuno era di destra malgrado da destra ci fosse chi pretendesse di essere “più uguale degli altri” sfregiando ripetutamente lo Stato di diritto.

Qualcuno era di destra perché Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, erano delle persone integerrime, dei padri straordinari nella loro forza e debolezza, dei Servitori esemplari dello Stato in uno stato assai marcio e corrotto, ed erano di destra.

Qualcuno era di destra perché la rivoluzione liberale…? oggi, è troppo presto, il paese non è pronto. Domani, forse, dopodomani chissà, insomma si farà, basta con i carrozzoni delle municipalizzate trainate da e per i clientes, basta con il sei politico nella pagella dell’Italia postsessantonina!

Qualcuno era di destra perché voleva sciogliere lacci e lacciuoli dello statalismo, ma non lasciare che avidi speculatori privati sfilacciassero indiscriminatamente il tessuto collettivo.

Qualcuno era di destra ma preferiva Raitre a Rete quattro.

Qualcuno era di destra malgrado ci fosse il grande partito (o il partito grande) del popolo delle libertà ed avesse dovuto votarlo, anche se per una sola volta. Turiamoci forte il naso!

Qualcuno era di destra anche se non abbiamo mai avuto un vero partito liberale di massa!

Qualcuno era di destra perché non si poteva lasciare il liberalismo alla sinistra riformista eternamente incompiuta ed impotente!

Qualcuno era di destra perché dopo cinquant’anni di governi democristiani, socialisti e  dopo Tangentopoli bisognava riprendersi la cattedra del governo e lasciare i magistrati al solo (ma intoccabile) esercizio del potere giudiziario.

Qualcuno era di destra anche se in mezzo a lui c’erano i ripescati ed i riemersi tra quei democristiani e socialisti di cui non voleva sentir parlare.

Qualcuno era di destra perché provava ogni volta una morsa al cuore allo svincolo di Capaci, un sussulto di doloroso orgoglio per le parole di Paolo Borsellino sull’impegno civile collettivo richiesto per lottare con successo contro la mafia, una ammirazione per il coraggio del giovane Rosario Livatino, un penoso senso di riconoscenza nei confronti di coloro che alla mafia ed al terrorismo hanno dovuto consegnare la propria vita per non cedere al ricatto, al sopruso e per dare una possibilità di riscatto a chi restava nella lotta e nell’inerzia.

Qualcuno, qualcuno credeva di essere di destra, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era di destra perché sognava per l’ Italia libertà e merito, giustizia e progresso, ma con volti più umani e più belli di quelli made in USA, con mani non invischiate in affari da novella America Latina dei plutocrati, da Russia da capitalismo a la KGB, da Libia post coloniale.

Qualcuno era di destra perchè la magistratura deve perseguire tutti i reati con autonomia, abnegazione e senza remore, senza inseguire progetti di bonifica della classe politica laddove la prova del marcio penalmente rilevante non sussista.

Qualcuno era di destra ed era ottimista e pessimista, così in un colpo solo fregava i musoni di sinistra.

Qualcuno era di destra perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di rivendicare anch’egli una morale ed una cultura che non fosse solo quella sbandierata gelosamente e con  alterigia dalla sinistra.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno e quel Qualcuno si è preso – anche se per poco – un grande abbaglio.

Era solo uno slancio, un desiderio che tutto potesse cambiare senza che niente restasse così com’era.

No, niente rimpianti. Solo amarezza per aver dato un po’ di credito ad un filibustiere presentatosi tra le macerie di questo disgraziato paese come condottiero della rivoluzione liberale. E tanto sconcerto per la squallida comitiva di innumerevoli lacchè, piccoli arrivisti, tenaci parassiti, volgari odalische, mediocri erinni che popolano il sottobosco italico.

 

Quel Qualcuno è ancora giovane, forte, lucido abbastanza da gridare ai rapaci ancora in volo ma a quote basse che la sua generazione non ha perso e non intendere perdersi!

Quel Qualcuno crede che in molti dovranno spiegare le loro ali ed anche se punteranno verso  la rotta tracciando traiettorie diverse dalla sua, dovranno provare a volare in alto, come dei gabbiani rinati, e lasciare scie parallele nel cielo che fungano da binari dove far passare il comune sogno di un’ Italia migliore.

Quel Qualcuno sa che il suo Paese può e deve essere la sua Patria e la Patria di tutti coloro che vogliono riprendere a volare.

Quel Qualcuno sa che la sua intenzione di volare potrà realizzarsi spiccando dal nido della avvilente sopravvivenza quotidiana, troppo marcio per continuare a starci dentro.

Perché ormai è l’incubo che si è rattrappito ed il sogno di un’Italia che deve destarsi è ancora espressione di un alto imperativo categorico da librarsi sicuro e fiero nell’aria.

P.S. Chiedo scusa a Giorgio Gaber

Agghiurnò – Il fresco profumo di libertà

BORSELLINORicordare Paolo Borsellino ogni anno trascorso da quel torrido 19 luglio 1992 mi provoca un senso di costrizione e di infiacchimento pari alla sensazione che segue ad una folata di scirocco nell’ora canicolare.

È come se la coscienza subisse un istantaneo processo di desertificazione, non vedesse alcuna oasi ove abbeverarsi, temesse l’arrivo da un momento all’altro da dietro una duna di un predone senza scrupoli a depredarla dei propri averi.

A ventun anni dall’eccidio, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone vengono costantemente evocati dalla politica, dalla magistratura, dal ceto intellettuale come martiri esemplari di una lotta alla mafia, secondo alcuni rimasta senza validi condottieri, secondo altri valorosamente proseguita.

Rifuggo volutamente dalle camarille e dalle faide costantemente innescate tra esponenti dei tre poteri dello Stato e tra questi ultimi ed alcuni giornalisti, troppo spesso più che cronisti polemisti, aventi ad oggetto le indagini nei confronti di uomini delle istituzioni ed  il ruolo dell’azione penale nei confronti della azione politica.

Sull’argomento Paolo Borsellino tenne una lectio magistralis che avrebbe dovuto (o dovrebbe) gettare le basi per una sana comunità politica che si monda da sé delle mele marce senza aspettare o temere l’azione penale, così come  per una equilibrata conduzione di un processo penale nei confronti di un uomo o di un’intera classe  politica, il cui obiettivo deve essere l’accertamento scrupoloso di una verità processuale non il disvelamento di una verità fattuale seppur in assenza di riscontri probatori.

Trovo riprovevole l’utilizzo nella dialettica politica della storia umana, professionale dei Martiri del 1992, al fine di supportare la propria semplicistica, distorta, superficiale visione manichea della società italiana.

Trovo odioso spendere la notorietà acquisita per la conduzione di processi talvolta maldestramente instaurati al fine di accertare eventuali connessioni tra mafia e politica (e troppe volte celebrati in arene televisive) per intraprendere carriere politiche, neanche fossimo negli Stati Uniti dove chi inquisisce può naturalmente mirare al Congresso o al Senato.

Si dovrebbe ritrovare la lucidità, l’equilibrio, la compostezza del ragionamento e dell’eloquio di Paolo Borsellino. Ma anche la sua tenacia, fermezza, il suo rigore morale di uomo e di magistrato.

La sua pacatezza, la sua prudenza, la sua parsimonia verbale non era ignavia, indifferenza, ignoranza dei fatti su cui rispondeva: era professionalità di un integerrimo ed acuto servitore della Legge prima che dello Stato.

Borsellino, semmai, aveva quella capacità – si direbbe a Palermo – di chi “parra muoddo ed impiccica duro”, di chi misura le parole, di chi non pronuncia giudizi affrettati, di chi non dice di sapere anche se non ha le prove come qualche suo incauto allievo, ma di chi inchioda con fermezza le risultanze processuali di cui è arbitro inquirente.

Questa lunga intervista, che ai polemisti delle manette potrà sembrare interessante ma noiosa per l’astensione borselliniana dalle facili battute allusive a retroscena inquirenti o a supposizioni investigative non ancora suffragate, ne è la testimonianza più alta.

Paolo Borsellino, come ogni buon siciliano, sapeva anche tirare fuori la rabbia, la grinta di chi non sopporta i soprusi, le ingiustizie, le bassezze, soprattutto laddove provengano dalle proprie file.

Borsellino si mostrò valorosamente lontano da calcolati equilibrismi istituzionali o da sudditanze alla casta sacerdotale rappresentata da quel CSM – Sinedrio, che ostacolò Giovanni Falcone come capo dell’ufficio Istruzione della procura di Palermo, l’ultima volta appena 24 giorni prima di essere ucciso.

Seppe affrontare e ricomporre lo strappo con Leonardo Sciascia, autore di un editoriale sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987) complesso e troppe volte strumentalizzato da opposte fazioni che” retorica aiutando e spirito critico mancando” vedevano nella lotta alla mafia la salvezza o la dannazione della Sicilia senza cogliere il monito dell’intellettuale di Racalmuto di avversare la mafia con il diritto ed il riscatto delle coscienze e non con le emozioni e con strategie improvvisate all’occorrenza, rifuggendo dal qualunquismo.

Il suo disincanto rispetto all’ineluttabile destino di morte che lo attendeva, la sua disperazione per la morte dell’amico e collega Giovanni, l’angoscia per la solitudine in cui era stato emarginato da alcuni dei suoi stessi colleghi e dalle cosiddette Istituzioni vigliacche se non colluse, l’ansia di non riuscire a completare il suo operato, l’amarezza di sentirsi tradito da persone che credeva sodali, la pena per il futuro sciagurato dei suoi adorati familiari, non gli hanno tuttavia impedito di lasciare un monito a tutte le persone di buona volontà, in special modo alle giovani generazioni: un messaggio di speranza che dovrebbe essere scolpito su pietra in ogni piazza, , tribunale, scuola, università, bottega, ufficio, centro commerciale, autostrada, in ogni luogo di incontro di uomini, esigenze, bisogni, in ogni città, in ogni latitudine.

Caro Giudice Borsellino non smetteremo mai di cercare la bellezza del fresco profumo di libertà, di rifiutare il puzzo del compromesso morale, di fare il tifo per chi come Lei, Giovanni Falcone, tutti i martiri di mafia hanno smosso le coscienze nella nostra terra bellissima e disgraziata.

Per questo ricordare la Sua morte rappresenta un Agghiurnò in alcun modo eclissabile.

Nota a margine: dal 6 maggio 2012 campeggia sul prospetto del Palazzo di Giustizia di Milano – quasi fosse una vela da far gonfiare con il vento della Giustizia – un poster commemorativo di 200 metri quadri che ritrae i giudici Falcone e Borsellino in una delle tante pose che testimoniano il loro forte sodalizio umano e professionale. A margine anche i nomi degli agenti delle scorte e della dottoressa Francesca Morvillo.

Ogni volta che vedo il poster penso che dovrebbe essercene un altro almeno dal 20 luglio 1992 su un’altra mole piuttosto simile, il Palazzo di Giustizia di Palermo. E con una punta di malizia e non poco rammarico ritengo tale omissione l’ennesima grave scortesia che la magistratura palermitana ha riservato ai Martiri del ’92.

Borsellino_baffi

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