Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

Autodafé e le 5 C

basta_non_voto_NUna preghiera che nasce dall’analisi del 2012 della politica Italiana e l’astensionismo Siciliano

Eccomi. Sono Alessandro. Sono il terzo. Sono un 29enne che vive a Londra da più 2 anni, e che fra studio e lavoro ha vissuto a Milano, Barcellona, Istanbul, Roma, Parma, Melbourne e Parigi. Sono Siciliano, un Siciliano inquieto e vi scrivo da Palermo, dove ritorno a ricaricare le batterie, quando il fish and chips mi sfianca e ho bisogno di sole, vitamina C e iodio.

Scrivo per fare un autodafé del 2012, dando una personale lettura dell’astensionismo in Sicilia nel 2012.  Come tutti gli autodafé anche questo è composto da:

(i)           Una messa (in metafora un breve excursus dei fatti del 2012 e dell’astensionismo in Sicilia)

(ii)          Una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza (in metafora l’identificazione delle cause)

(iii)         Ed infine una preghiera per il 2013.

A differenza degli autodafé dell’Inquisizione Spagnola, lo scopo non è né la tortura né l’esecuzione al rogo di nessun partito o esponente politico. L’obiettivo unico è piuttosto in una prospettiva apolitica e in chiave ironica e provocatoria di proporre il rogo e la tortura degli Italioti e della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Italiani.

La Messa

All’alba del 2013 molteplici fonti d’informazione compilano bilanci dei fatti del 2012, con Google Zeitgeist in testa. Si torna indietro per un attimo sul 2012 prima di archiviarlo nella cantina delle nostre memorie storiche sempre più povere nonostante i miliardi di terabytes fra clouds e servers installati in giro per il mondo.

Fermatevi. Fermatevi per un attimo a pensare agli eventi del 2012. Pensate a cosa vi direbbe il vostro pc torturato ogni mattina dalla lettura del Corriere.it, della Repubblica, Il Giornale, Financial times, The Guardian, The Telegraph, Sole24ore e altri.

Il 2012 è stato l’anno del governo Monti e di suo nipote chiamato Spread all’asilo. E’ stato l’anno della riforma pensionistica, del decreto liberalizzazioni Monti, dell’IMU, della spending review, dell’accorpamento delle province, della riforma del lavoro e dell’articolo 18 e degli esodati. E’ stato l’anno in cui il posto fisso per tutta la vita è stato definito monotono, delle lacrime della Fornero e dell’invito a non essere “choosy” proprio a pochi mesi della morte di chi ci invitava a “Stay Hungry and Stay Foolish”. E’ stato l’anno degli scandali. Dalla Lega Nord a Fiorito, Lusi e Belsito, dalla Sanità nella Regione Lombardia alla Polverini per la Regione Lazio: tutto in un anno.

E’ stato l’anno delle dimissioni di Monti non più supportato dal Pdl, la proposta di Berlusconi a Monti di guidare il centro-destra alle elezioni ed il successivo ping-pong di battute fra il Professore e l’Imprenditore. Mentre il primo si propone a guida di un’alleanza di centro con l’Agenda Monti, il secondo ribatte secco punto su punto fra D’Urso e Giletti (che si riscoprono giornalisti) ed annuncia la sua nuova fiamma, mentre si accinge a pagare 100.000 euro al giorno alla sua ex-moglie. E infine i magistrati anti-mafia Ingroia e Grasso ingrossano le file di chi scende o sale in politica. Con zampone e lenticchie, tutto sembra essere culminato nella formazione almeno embrionale degli schieramenti politici per l’elezioni politiche del 2013 e dei piani di back-up con acquisti di case e resorts bipartisan tutti rigorosamente a Malindi in Kenya, la nuova Costa Smeralda lontana dai lidi italiani.

Insomma si apre davanti a noi un panorama fra caos, assurdità ed il tipico colore velatamente folkloristico della politica italiana.

E’ stato un anno in cui il girone infernale degli italioti si è affollato sempre di più. E’ stato il trionfo dell’inequivocabile disaffezione degli italiani alla politica e della quasi totale perdita di tolleranza per l’attuale classe politica.

E’ stato l’anno del boom del Movimento Cinque Stelle, dell’impeto rottamatore di Matteo Renzi e del trionfo dell’astensionismo nelle elezioni amministrative in Sicilia.

E’ proprio su quest’ultimo fenomeno che voglio concludere “la messa” prima di proseguire con “la processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza”.

Negli ultimi 11 anni in Sicilia si è votato quattro volte per eleggere il Presidente e l’assemblea regionale. In tre occasioni si è votato nella sola giornata di domenica: (i) maggio 2001; (ii) maggio 2006 e (iii) ottobre 2012. Si votò anche nell’aprile 2008, ma in due giornate e in concomitanza con le elezioni politiche. Per evitare distorsioni, non considereremmo quest’ultima elezione nella nostra analisi dell’astensionismo in Sicilia.

Considerando le tre occasioni di cui sopra si assiste ad un crollo dei votanti in percentuale sugli aventi diritto: da 63,47% del maggio 2001, a 59,16% nel maggio 2006 fino al 47,42% dell’ottobre 2012. A prescindere dell’esito politico delle consultazioni, solo circa 2 milioni di elettori sono andati alle urne sui 4,3 milioni di aventi diritto.

Ci sono quindi 2,3 milioni di Italioti in Sicilia? Quali sono le cause dell’astensionismo?

La processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza

 

L’astensionismo siciliano e quel -16% di elettori alle urne (Vs. 2001) è stato da molti definito un giallo, quindi al di là della provocazione è lungi da me processare dei colpevoli e trarre delle sentenze. Quel che farò è analizzare possibili cause in forma di ipotesi tutte fra loro connesse e a volte parzialmente sovrapposte e chiedervi di testare, criticare, dibattere ed arricchire queste parole.

(i)           L’ipotesi del “Non voto, non sento e non parlo”. Mafia è la prima parola associata alla Sicilia per molti in Italia ed all’estero, quindi è un’ipotesi che va smarcata subito. Questa ipotesi legherebbe il fenomeno dell’astensionismo all’affiliazione mafiosa. Se ne fa portavoce Antonio Ingroia che sostiene la plausibilità dell’astensionismo del voto di mafia, e che questo possa essere un avvertimento ‘politico’ ai possibili interlocutori. Senza fare riferimenti a partiti, Ingroia sostiene che questo possa creare premesse per nuovi discorsi ed eventualmente nuovi patti a Mafiopolis. Avvalla quest’ipotesi anche l’Espresso che pubblica un interessante dato. Su 7.050 detenuti nell’Isola avrebbero votato solo in 46 e si tratta di carcerati comuni e non di mafia. Cosa strana è. Visto che in carcere si è sempre votato. In ogni caso questo spiegherebbe solo circa lo 0,2% degli astenuti, ma potrebbe essere la punta di un iceberg.

(ii)          L’ipotesi del “un minni futti chiù nenti” (I don’t care anymore). Questa ipotesi proviene dal New York Times dall’articolo di Elisabetta Povoledo che attribuisce l’astensionismo nelle elezioni regionali in Sicilia come un segnale inequivocabile della disaffezione degli italiani per la classe politica. Prosegue inoltre commentando che la bassa affluenza alle urne e il successo del movimento di protesta suggerisce che la tolleranza degli italiani verso la classe politica è crollata.

(iii)        L’ipotesi del “no, io non posso scendere”. Strettamente collegata con l’ipotesi di cui sopra, l’ipotesi del “no, io non posso scendere” si riferisce all’impossibilità per ragioni economiche dei siciliani lavoratori fuori sede a rientrare in Sicilia per le elezioni. Il fenomeno dell’emigrazione informale dalla Sicilia coinvolge tutti quelli che lavorano in altre città d’Italia o estere e che formalmente sono ancora residenti in Sicilia. La magnitudo di questo fenomeno è difficile da quantificare, ma facilissima da percepire se vi trovaste per le vie del centro storico a Palermo in un qualunque sabato dell’anno e in un weekend durante le feste natalizie. In quest’ultimo caso vi trovereste travolti da un fiume di ragazzi 20-35enni che vivono altrove e che guadagnano fuori dalla Sicilia. 200€ di biglietto aereo per votare? “No, io non posso scendere”. E non mi riferisco allo scendere in politica, ma allo “scendere in Sicilia” – Sicilianismo, inteso come andare a Sud.

(iv)        Fattore Gattopardo. Chi crede che i Siciliani siano in maggioranza degli Italioti crede nel cosiddetto fattore Gattopardo, ovvero che il popolo Siciliano è un popolo abituato ad essere colonia che non avendo riconosciuto un potenziale leader esterno sulla propria scheda elettorale si è astenuto dalla scelta. Un vero e proprio popolo di Italioti come definito dalle parole di Tomasi di Lampedusa: ”In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “la”; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.

 

Che una, questa o un’altra ipotesi qui non elencata prevalga, il dato dell’astensionismo rimane allarmante. I colpevoli non sono solo gli astenuti, ma anche tutti coloro che hanno smesso di credere che si può cambiare, che si può risalire la china della crisi, che il nostro voto è importante e che è un dovere e non solo un diritto.

Il vero colpevole è in ognuno di noi e nel nostro essere Italioti. Per chiudere il processo quindi, mi sento in dovere di proporre la tortura e di porre al rogo della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Siciliani ed Italiani.

 

La preghiera

L’ultimo passo del nostro cerimoniale è arrivato. Mentre le fiamme avvolgono “l’Italiota che c’è in noi”, è tempo di rivolgere una preghiera per il 2013 non ad un’entità terza e aliena dalle cose del mondo fisico, ma ad ognuno di noi.

5 C per il 2013:

La mia è una preghiera a Credere. A credere nel cambiamento, nel miglioramento, nella possibilità di migliorare l’Italia al di là della vostra collocazione politica.

Siate Coscienti ovunque vi troviate della realtà delle cose in Italia, ad essere aggiornati e a leggere le notizie in maniera critica e costruttiva al di là dei punti di vista politici.

E’ un invito al Commitment. Al fare. Ad impegnarsi e ad andare a votare. Votare come espressione di un diritto e di un dovere.

Siate Coerenti con voi stessi e trasformate il vostro disappunto per la situazione attuale in una forza per il cambiamento e miglioramento futuro.

Infine, miei cari, siate Contenti di essere Siciliani, siate contenti di essere Italiani.

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