Scurò – Il Grillo berciante

ImmagineOggi in particolare quasi nove milioni di cittadini hanno subìto un’onta insopportabile. Non gli elettori del Cavaliere dimezzato (ma non troppo) di Arcore, non quelli confusi ed infelici del Rottamatore machiavellico.

I cittadini elettori del M5S. Un pugno di loro (quasi 21.000) avevano incaricato il lìder maximo ed i capigruppo di andare all’incontro con Matteo Renzi. La performance è stata drammatica.

Quegli oltre otto milioni di cittadini – insieme agli altri, non meno attoniti – hanno dovuto assistere ad otto minuti di propaganda, spregio della dialettica, assenza di contraddittorio sul merito dei problemi di questo disperato Paese.

Non credo che tutti gli otto milioni trovino che il rimedio al mal governo, all’immobilismo, all’incapacità sia strepitare come fossimo allo stadio.

Da parte del depositario della fiducia di oltre otto milioni di cittadini non è giunta una proposta; un tentativo di inchiodare Renzi all’assunzione di almeno un provvedimento votabile dai Cinque Stelle; dai capigruppo neppure una parola, erano lì come statue di cera a fianco del Dittatore del Megafono.

Solo denigrazione, discredito, insofferenza, tracotanza, rivendicazione di primazia dei propri contenuti, senza però misurarsi sugli stessi.

Perchè il Grillo berciante non ha chiesto al giovanotto “marcio” come intenderebbe riformare il mercato del lavoro per fronteggiare disoccupazione e precariato, esodati e pensionati in affanno?

Perchè lo Stratega del palco non ha chiesto al giovanotto dei poteri forti come e dove taglierà la spesa pubblica per abbattere l’IRAP ed il costo dell’energia per le imprese?

Saprebbe Grillo dirci il perché dei suoi omessi cosa, come, quando?

Prima che il Grillo continui a berciare il suo violento inno al “tanto peggio tanto meglio” fino alla catastrofe bisogna che l’altra politica faccia presto qualcosa di buono.

Prima che sia troppo tardi.

Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

Forza Italia Remix

CARTELLI BERLUSCONI FORZA ITALIAIo un po’ lo capisco, Silvio. Chi non vorrebbe tornare al 1994? A un secolo confortevole che ormai conoscevamo bene. A un anno così sbiadito da sembrare memorabile.

La nostalgia funziona così, mischia un po’ tutti gli anni tra di loro e alla fine indugia su quei ricordi che rivalutano intere stagioni.

Nel 1994 tutto sembrava possibile. Il Parma poteva vincere la Supercoppa Europea, Aleandro Baldi e Andrea Bocelli trionfavano a Sanremo, Matteo Renzi girava la Ruota della Fortuna, dove Paola Barale era ancora la sosia di Madonna.

Brenda lasciava Beverly Hills e chiudeva ogni triangolo. Il Postino di Troisi usciva nei cinema e ancora in America non sospettavano che di lì a poco avrebbero smesso di guardare film italiani. Noi, del resto, non sospettavamo che perdendo un Troisi ci avremmo guadagnato una Maria Grazia Cucinotta.

RaiTre mandava in onda Tunnel, RaiUno Beato Tra Le Donne. Chissà come sono invecchiati male i vari concorrenti. Scommetto che l’esercito di spintarelle tornerebbe volentieri al 1994, a quei mesi di spensieratezza e fisici tonici.

Nel 2013 abbiamo invece l’esercito di Silvio, che si raduna a piazza del plebiscito per hashtaggare, che il Signore li perdoni, la #guerracivile. La mancanza di lucidità è evidente, se anni di Festivalbar non hanno insegnato loro che nulla di televisivo può avvenire in agosto.

Nel 1994 c’era Corona, quella vera, con The Rhythm Of The Night. C’era un tempo in cui gli italiani vendevano dischi. E neanche pochi, fuori dai propri confini. Si ballava Sweet Dreams de La Bouche e sulle coste romagnole si diffondeva l’archetipo della vita bassa.

Ambra era Ambra e cantava T’Appartengo. Tra le tante mancanze della Fininvest, quella che più merita condanna e pubblico ludibrio è forse la decisione di rimuovere i contenuti Mediaset da Youtube. Altro che frode fiscale.

Giorgio Faletti presentava Signor Tenente, Jovanotti scriveva Serenata Rap. I più insospettabili sembravano destinati a fare grandi cose.

Nel 1994 il Milan vinceva lo scudetto e Silvio Berlusconi entrava in politica.

Nel 2013 torna Forza Italia. Silvio torna, come se fosse mai stato via, mentre di Ice MC e Alexia non c’è traccia.

E mentre voi siete in vacanza, a Milano spuntano cartelli «Ancora in campo per l’Italia». Ancora in campo. Come se Baggio decidesse di tornare sul prato del Rose Bowl e calciare quel rigore. Perché adesso sì che lo segnerebbe.

The Matthew Renzi Experience

renziexperience

Era l’autunno del 2011 quando Justin Timberlake si fece fotografare nei panni di Presidente degli Stati Uniti, per la promozione di un dimenticabile film con Amanda Seyfried. In quello stesso periodo dichiarò che la pausa che si prendeva dal mondo discografico sarebbe proseguita a tempo indeterminato.

Quasi due anni sono trascorsi, l’attore è tornato a cantare e a vendere come se non fosse passata una settimana – un giorno qualcuno dovrà pur scrivere un saggio sul perché a dominare il mondo sono rimasti solo i Justin, da Vernon a Bieber. Nel frattempo dall’altro lato dell’oceano, nelle province dell’impero, un sindaco aspirante leader proclamantesi sindaco è alle ennesime prove tecniche di guida del partito, o quel che resta di esso. Non si concia tuttavia da leader del mondo libero, bensì da biker del mondo occidentale.

In apparente contrasto con l’americano che canta Suit And Tie, l’inno della giacca e della cravatta, il Matthew Renzi del 2012 diventa Fonzie, l’uomo che non deve chiedere scusa, in una giacca di pelle che per quanto ne sappiamo potrebbe essere firmata Diesel – non foss’altro perché Renzo Rosso  già fu arbiter elegantiarum di Roberto Formigoni.

Due uomini di spettacolo in apparenza così diversi, l’uno il negativo dell’altro, eppure dal percorso così simile.

Occorre ricordare infatti che Justin Timberlake iniziò la propria carriera in quella fabbrica di talento che era il Mickey Mouse Club, a metà degli anni ’90, proprio quando il Matthew comprava le vocali alla Ruota della Fortuna di Mike. D’altronde, il piglio televisivo è qualcosa di innato, non importa se sei nato in Florida o a Rignano.

Ma il successo arriva dopo, in una band di giovanotti che infiammano i cuori della gente teledipendente, gli ‘N Sync per l’uno e il tridente Renzi-Civati-Serracchiani per l’altro. Quando le boyband si sciolgono, è sempre dura dover scegliere su chi puntare. C’è chi scommette su Robbie Williams, chi su Pippo Civati, e non tutti possono vincere.

Chi ha scelto di seguire Justin dal primo giorno ci ha visto lungo. Lo scorso marzo infatti, a soli 31 anni, Timberlake è entrato nella ristretta cerchia dei 5 timers, gli ospiti che hanno presentato per almeno cinque volte il Saturday Night Live, un’istituzione per la televisione americana e un’icona per il mondo dell’intrattenimento. Il Matthew purtroppo in questo non può competere. Nelle sue 5 apparizioni alle Invasioni Barbariche ha pur sempre dimostrato di avere i tempi giusti, ma non ha mai potuto contare su spalle comiche più a fuoco di Daria Bignardi.

Tuttavia il vero capolavoro di carisma del cantante americano sta nelle sue partecipazioni estemporanee allo show notturno di Jimmy Fallon, in cui si diletta a ripercorrere la storia del rap sulle basi gentilmente offerte da The Roots.  All’ultimo giro il conduttore e l’ospite hanno riproposto tra le altre tracce anche Lose Yourself di Eminem, il rapper che dieci anni fa poteva permettersi il lusso di umiliare a parole e a video le popstar teenager senz’anima. Ma, si sa, la vendetta è un piatto che va gustato freddo; come nella tradizione fiorentina JT guarda e passa e, nel 2013, si fa disinvolto interprete di un “Ma ve lo ricordate quando pensavamo che Eminem contasse qualcosa?”. Fatte le dovute proporzioni, MR si sta godendo in egual misura le settimane in cui gli antichi avversari interni lo definiscono una risorsa e gli permettono di fare l’Harlem Shake sul PD.

Justin Timberlake non è il miglior cantante in circolazione, ma in The 20/20 Experience offre una musica pop ben ancorata al presente, più che al futuro, reinterpreta senza rottamare suoni retrò che una produzione orchestrale gli permette di manipolare. In bilico tra fiati, archi e digitale, porta a casa il risultato a colpi di falsetto. Quest’estate sarà in tour con Jay Z e sarà uno spettacolo.

Il Matthew non è il miglior politico in circolazione, ma nell’esperienza 20/13 corre dietro alla cultura popolare di ieri e di oggi, forse ha anche smesso di rottamare. In bilico tra DC e online, risolve l’impasse con la battuta. Questa primavera è stato ospite di Maria De Filippi ed è stato glorioso.

Renzi come Fonzie insegue il miraggio del mainstream, a pochi centimetri dal salto dello squalo. Vuole comunicare con tutti a vari livelli, parlare ai giovani e ai fan degli anni ’90, mescolare alto e basso, Dick In A Box e Let The Groove Get In. Justin Timberlake è stato abbastanza umile e intelligente da saper mescolare carte e incrociare carriere in modo credibile. Il Matthew farà lo stesso.

Forse funzionerà. D’altro canto, tra chi vuole incoronare Justin Bieber a padrone dell’universo e chi Beppe Grillo, esisterà pure un’alternativa.

Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

Mi sento orfano

L'Indio

A ormai 2 giorni dalle elezioni mi sento Orfano.

Orfano di un sogno che avevo accarezzato, quello di riuscire ad entrare finalmente nella terza repubblica.

Terza repubblica per modo di pensare, bipolarismo europeo/americano con due ali destra e sinistra che potessero essere destra e sinistra davvero.

Mi sento orfano di un’idea moderna di Italia, di una socialdemocrazia capace forse di portarci fuori da questa empasse che da troppi anni ci divora.

Orfano di un leader credibile, giovane e che potesse radunare sotto di lui tante persone con uno sguardo nuovo.

Quale sguardo nuovo: uno sguardo riformatore, senza legami col passato, senza essere legati a doppio filo coi sindacati, vecchi anche loro, con un’apertura al mercato “liberale” ed un’attenzione al lavoro “socialista”. Giovane quanto basta per poter pensare a politiche di lungo periodo, senza doversi rifugiare nella ricerca del consenso a tutti i costi. Un leader laico e cattolico, che sappia guardare a temi economici e sociali allo stesso tempo, parlare di chiesa ed omosessualità, di scuola e asili, prospettive, inserendo il tutto in un contesto competitivo mondiale dal quale non ci possiamo sottrarre.

Un sano realista senza legami scomodi col passato, sia di destra che di sinistra, che ha provato ad arginare la deriva antipolitica, invece di alimentarla come abbiamo visto durante questa campagna elettorale.

Un leader che promuoveva le unioni civili per gli omosessuali, che sposava la causa dell’impatto zero e che voleva rottamare la vecchia politica, rinnovare il mercato del lavoro e il lavoro nella pubblica amministrazione…tutte cose che non gli hanno lasciato fare. Una modernità che si spingeva fino al parlare anche con la parte avversa demonizzata, ma con posizioni che parte del paese ritiene sensate e che certi politici, solo perché vengono dall’altra parte del fiume, non ritengono nemmeno degne di essere ascoltate.

La modernità in questo paese è una cosa che si rifugge. Si preferisce sempre il soldo di cacio puzzolente ma che non porta cambiamento che ricercare il nuovo, il diverso per crescere assieme.

Ci sarebbero stati meno grillini persi nel voto. La rottamazione, il dimezzamento dei parlamentari e l’addio alla vecchia politica erano il suo cavallo di battaglia; Monti non si sarebbe candidato aspettando con calma di diventare presidente della repubblica e forse Berlusconi non si sarebbe mai rialzato dallo stato comatoso in cui era caduto, perché non ce l’avrebbe fatta a confrontarsi con uno che funziona come lui sul piccolo schermo, che ha l’età di suo figlio Piersilvio e che non può chiamare comunista.

Avremmo avuto anche una sinistra vera con Vendola più Ingroia: nessun magna magna tipico italiano, ma una vera formazione di vecchio stampo comunista con le lotte giuste del proprio schieramento; e l’italia ne avrebbe solo giovato invece di avere solo urla e schiamazzi.

I mercati sarebbero stati più tranquilli senza ombra di dubbio: le alternative sono Bersani ma con Vendola e Berlusconi col rimborso dell’IMU; Monti non lo considero papabile al governo.

E invece ora ci ritroviamo nello stesso schifo di sempre, a navigare a vista, a non sapere chi vincerà:  abbiamo le proposte di un pazzo a destra, e di un partito di sinistra che di moderno non ha niente ma che ha come al solito il tentacolo estremo che crea instablità e non permetterà un rinnovamento nel lavoro e nelle relazioni sindacali, abbiamo un comico urlatore che raccoglie consensi ogni giorno che passa (e ci mancherebbe altro che non li raccogliesse vista la situazione) e abbiamo i soliti mille partitini che con l’attuale legge elettorale hanno il senso di una foglia di basilico in un sugo all’arrabbiata.

Per tutto questo grazie agli elettori delle Primarie PD tifosi di Bersani.

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