Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

Giovane e donna: sono il nuovo Parlamento

Ancora frustrato dalle elezioni? Stai gia’ espatriando?

Sappi che avremo il Parlamento più giovane e donna della storia repubblicana.

I nuovi deputati eletti saranno rispettivamente in media 10 anni piu’ giovani di quelli del precedente governo, cosi’ come  i senatori eletti (5 anni piu’ giovani). E non solo!!! Uno su tre sara’  donna.

Fini non sara’ in Parlamento, come del resto Rocco Buttiglione, Francesco Storace, Antonio Di Pietro ed Ingroia, Raffaele Lombardo, Gianfranco Micciche’, Lorenzo Cesa, Franco Marini ed Italo Bocchino, ma anche Marco Pannella ed Emma Bonino. La Lega si ferma sotto il 4%.

Marta Grande, 25 anni, grillina, potrebbe essere la tua sorellina minore, ma e’ l’immagine di questo nuovo Parlamento: giovane, bello, piu’ femminile ed ingovernabile (speriamo ancora per poco).

Berlusconi non ha vinto le elezioni (anche se per pochissimo) e nel frattempo Bersani offre la camera al Movimento 5 Stelle e chiarisce che rimarra’ al timone del PD fino al prossimo congresso del 2013, quando probabilmente sara’ tempo di Renzi.

Non volevamo un rinnovamento? Ringiovanire il parlamento e avere piu’ donne? E’ iniziata una nuova era? Ci voleva?

Non siamo ancora un paese per giovani, l’età media dei deputati e’ di 45 anni e dei senatori di 53 anni, ma forse e’ il primo passo del cammino.

Cordiali Saluti agli onorevoli uscenti,

In bocca al lupo a Marta Grande, al nostro nuovo, giovane ed irrequieto Parlamento ed a tutti gli Italiani.

Fonti:

– Camera e Senato: E’ una donna su tre

http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/26-febbraio-parlamento-giovane-eta-media-48-anni_cac989ae-8024-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml

– E’ il parlamento piu’ giovane – boom di donne:

http://www.ilmessaggero.it/speciale_elezioni/parlamento_pi_giovane_della_storia_boom_eletti_donne/notizie/254587.shtml

– Bersani:

http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/26-febbraio-bersani_8dc898c2-802b-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml

– I grandi esclusi:

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=40525&typeb=0&Da-Fini-a-Di-Pietro-i-grandi-esclusi-dal-Parlamento

– Non e’ un paese per giovani

http://www.fanpage.it/in-italia-la-classe-dirigente-piu-vecchia-d-europa/

Io voto Super Mario Monti

super-mario-monti_2333605 (1)

La campagna elettorale e’ finita, adesso e’ tempo delle dichiarazioni di voto. Se ti rivedi in questo articolo, condividilo per convincere i tuoi amici ancora indecisi o per farne nascere un dibattito.

Se sei o non sei d’accordo commentalo. Stimoliamo il confronto.

[Read more…]

Brancaleone l’Italiota – Parte ultima

Brancaleone 3

Eccoci infine alle battute finali della saga del nostro eroe Italiota. Dopo la genesi del valoroso, la descrizione dei nemici (Parte prima) e dei potenti alleati (Parte seconda), scopriamo verso quale ambita meta si dirige repentinamente.

LO RICCO BOTTINO

Ma noi non ci crediamo, dicevamo …

La nostra verità è che per correre nell’arena politica Italiota serve un’organizzazione. Non si arriva ad Aurocastro senza una mappa, senza villaggi ospitali nei quali trovare sicuro giaciglio, viveri e cavalli freschi per il viaggio.

Ma chi dispone di una capillare organizzazione nel territorio Italiota?

I Rossi Comunisti, i quali, tuttavia, sono invisi a Brancaleone Italiota.

La Protezione Civile, che da 10 anni a questa parte è diventata una legione di Silvio Magno.

Poste Italiane, lo vediamo bene Brancaleone con il suo mite faccione all’interno di un poster dal giallo contorno a flirtare con la vecchietta che va a ritirare pensione e gli bestemmia dietro.

Poste

Ma ecco che spunta la vecchia DC, la tanto cara al popolo Italiota Democrazia Cristiana.

E fu così che il tanto coeso popolo cristiano si riunì al servizio di Brancaleone per la riconquista del Feudo Italiota.

Eccolo quindi il ricco bottino che si appalesa in tutto il suo splendore davanti a Brancaleone Italiota, scudieri e popolo (demo)cristiano tutto. La nuova contro-riforma Italiota per la difesa dello status quo.

È forse un caso che ogni qual volta si è presentata l’occasione per la sinistra Italiota di andare al potere, si sia manifestato un evento esterno tale da pregiudicarne la vittoria? Forse è un caso. Forse no.

Lo scenario politico Italiota, reduce dalla peggiore disfatta del Silviomagnismo, con il centro relegato ad una setta fanatico-conservatrice e con una serie di forze minoritarie atte a frammentare il consenso, risultava infatti perfetto perché la sinistra facesse man bassa di consensi.

Ed è proprio in questo scenario che cala dall’alto Brancaleone Italiota, persuaso da forze notturne e misteriose. Cala dall’alto (o sale dal basso a seconda delle varie interpretazioni) quale baluardo dei valori cristiano-bancari-elitari della penisola Italiota.

Chi meglio di Brancaleone Italiota avrebbe potuto garantire la tutela del Vaticano interesse? È bene ricordare, infatti, la prima visita ufficiale di Brancaleone Italiota, in data 14 gennaio 2012. Chi ha omaggiato il nostro salvatore? I terremotati dell’Aquila? I cassintegrati di Pomigliano? Gli alluvionati liguri? Niente di tutto ciò. Brancaleone Italiota è andato a porgere visita al successore di Pietro, il quale ha “benedetto” il nostro eroe per l’avventura intrapresa: “Voi avete cominciato bene in una situazione difficile e quasi insolubile”. Peccato abbiano finito peggio in una situazione più facile (ma questo era prevedibile e non sarebbe corretto dare colpe al nostro condottiero). Cosa ne è stato dell’IMU sui possedimenti della Chiesa, caro Brancaleone?

E che dire degli amici bancari? E dell’elite dei professori?

Caro Brancaleone giù la maschera.

Smettiamola con la storia del bene comune, della politica delle buone maniere, della competenza, del rigore?

Siamo un paese con troppi anni di storia alle spalle, con troppi misteri irrisolti, con troppi nodi mai affrontati. E lei ne è parte integrante tanto quanto les miserables che la appoggiano e che la contrastano.

Non si riceve una nomina a commissario europeo senza essere parte di un sistema di nomine & favori. Non si diventa International Advisor per Goldman Sachs senza avere la possibilità di bussare alle porte che contano. Non si diventa Presidente della più importante Università Italiota senza il consenso maggioritario dell’intellighenzia dominante.

E smettiamola con la storia dell’apprezzamento franco-germanico. Saremo anche un popolo di Italioti assuefatti a qualsiasi forma di malgoverno, sia esso una dittatura dichiarata o malcelata sotto forma di democrazia, sia esso di destra o di sinistra, ma saremo in grado di esprimere una preferenza.

L’emergenza Italiota in cui siamo finiti l’abbiamo creata tutti con fatti, opere, parole ed omissioni – nessuno escluso – nemmeno lei caro Brancaleone.

Quando parlava di bene comune, si definiva al servizio del paese. Ora che corre per vincere, non è più disposto a fare il ministro di altrui governi. Ci viene il dubbio che sia rimasto morbosamente attratto dall’anello del potere. Ci viene il dubbio che non era super partes, ma intra-partes.

Per quello che abbiamo visto fin ora, caro Brancaleone, lei non aiuta a smacchiare il grigio fumo del nostro Tricolore Italiota.

Brancaleone l’Italiota – Parte seconda

brancaleone 2v

Dopo aver trattato brevemente del nostro Brancaleone e dei suoi acerrimi nemici (Leggi)… ci apprestiamo, cari Italioti, a conoscere meglio i suoi compagni di ventura

LI FIDI SCUDIERI

Chi sono i fidi scudieri al fianco del condottiero dal grigio pelo nella battaglia per il Chigio Palazzo?

Alla destra del nostro eroe, cavalca fiero Pier Ferdinando il Bello, tra i primi e più fedeli sostenitori di Brancaleone Italiota.

Egli è presente nelle maestose stanze della politica Italiota fin dal lontano A.D. 1983, quando figurava tra i più stretti collaboratori di Arnaldo Forlani (lo stesso dello storico processo ENIMONT dell’era tangentopolis, il quale ebbe a dire di se stesso: “Parlo senza dir niente? Potrei farlo per ore”). E come il suo maestro, anche Pier Ferdinando il Bello parla in pubblico da trenta lunghi anni senza nulla dire (provate, insulsi Italioti, a fare memoria di una sola idea – non necessariamente politica – degna di menzione, pronunciata dal valente crociato).

Da sempre fervido credente della cristiana famiglia. Verrebbe da chiedergli: “Quale?”. La prima? La seconda? O la famigghia? Con riferimento a quest’ultima, non dimenticate che Pier Ferdinando il Bello si è inoltre distinto nel tempo per il sacro valore dell’amicizia. Noto è infatti quanto egli fosse amico del nobile siculo Totò Cuffaro (si, proprio lui, u Zi Totò “Vasa Vasa” (kiss kiss) – attualmente domiciliato presso il carcere di Rebibbia per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio). Pier il Bello riponeva tanta stima nell’amico.

Ancor più a destra, rispetto al nostro duce, troviamo Giovan Franco del Feudo di Montecarlo. Costui ebbe nella sua vita un percorso tanto travagliato che quando il nostro Brancaleone Italiota ne venne a conoscenza, mosso a lacrima bancaria, volle averlo al suo fianco per affidargli (almeno) un altro mandato parlamentare.

Anch’egli fu eletto per la prima volta alla Camera nell’AD 1983 (proprio come Pier Ferdinando il Bello). Fu segretario del Movimento Sociale Italiano (1987), fortemente voluto dal mentore Giorgio Almirante, salvo essere qualche anno dopo (1995) tra coloro che a Fiuggi ne propiziarono lo scioglimento per dare vita ad una nuova creatura politica, Alleanza Nazionale, di cui venne nominato presidente. Giovan Franco decise quindi (1993) di conquistare l’Urbe (niente marcia questa volta, solo come sindaco), ma venne sconfitto dall’unico uomo sulla terra ad essergli innanzi sul trono dei voltagabbana, Francesco Rutello oculo bello. Allora Giovan Franco di Montecarlo decise di stringere patto con Silvio Magno, insieme a Pietro Ferdinando il Bello, per la conquista del governo. Ma è cosa nota che a Giovan Franco piacciono gli scioglimenti, così prima (2008) avallò la fusione, non paritetica ma patetica, di Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà, poi (2010) ruppe la storica alleanza con Silvio Magno, rimandando la Libertà del popolo al Futuro.

Non vi sembra di vederli i Tre dell’Avemaria – Brancaleone Italiota, Pier Ferdinando il Bello e Giovan Franco di Montecarlo – incedere spediti verso la meta, col sole alto nel cielo ed il vento alle spalle.

A questo punto della nostra storia, non vi viene forse da domandarvi, inermi Italioti, cosa accomuna i valorosi scudieri al nostro Brancaleone Italiota (oltre alla meta, si intende)?

I primi hanno così tanto in comune che potreste insultare l’uno e voltarsi l’altro.
Entrambi sono dei baby-boomers, poi diventati grandi-bloomers.

Entrambi sono cresciuti sotto l’ala protettrice di celebri protagonisti della vita politica italiota.

Entrambi sono entrati in parlamento nel lontanissimo 1983 ed ivi sono rimasti per 5 lustri di luna, 8 Legislature (la metà del numero totale di Legislazioni della Repubblica Italiota, post Assemblea Costituente), 10.780 giorni di Parlamento (dura la vita!).

Arrivano i nostriV

Entrambi hanno avuto come stella polare il DPF, non il Documento di Programmazione Finanziaria, ma il motto Dio, Patria & Famiglia. Non discutiamo certo del rapporto con il Principale, ma in quanto a Patria & Famiglia, i nostri eroi avrebbero potuto fare di meglio. Sulla Patria, di essi non residua traccia, eccezion fatta per una leggina sulle cannette (Legge Fini-Giovanardi) ed una sui neri perigli (Legge Bossi-Fini). Sulla famiglia, per la serie predica bene & razzola come te pare, entrambi hanno contratto duplice matrimonio (nonostante nostra Santa Romana Chiesa).

Entrambi sono stati al fianco del duce Silvio Magno, salvo abbandonarlo a cammino intrapreso. Per primo Pier Ferdinando il Bello, non certo per idee politiche divergenti (si sa che il nulla converge per definizione con se stesso), quanto per una differente visione estetica della figura presidenziale, ed infine Giovan Franco di Montecarlo, reo di aver cospirato per la successione al trono.

Ma il nostro Brancaleone Italiota cosa ha a che spartire con i due più vicini scudieri? Egli che è tanto stimato, apprezzato ed applaudito nei reami vicini et lontani al Feudo Italiota?

Nulla. Diversamente, non sarebbe stato il fiero Cavaliere, di bona figura, tanto ambito dai primi due.

Proprio la distanza del nostro Brancaleone Italiota dagli scudieri, tralasciando un manierismo di facciata, è l’elemento che inquieta maggiormente. I protagonisti di questa commedia Italiota avranno, infatti, incontrato le loro difficoltà nel trovare dei tratti comuni da usare come canovaccio per la campagna elettorale. Se anche un uomo illuminato come Brancaleone, dalle esperienze internazionali, presidente dell’avanguardia universitaria nostrana, arriva a dichiarare che “la famiglia è formata da un uomo e una donna ed è giusto che i figli crescano con madre e padre”, vuol dire che siamo al post-frutta.
Peccato l’aver tralasciato lo Spirito Santo in questo quadretto idilliaco.

Ma dobbiamo veramente pensare che Brancaleone Italiota creda in questa visione? Se un uomo che ha girato il mondo, sedendosi a tavola con individui dalle estrazioni e provenienze più disparate, arriva a simili conclusioni, bene signori, qui non si discute di politica Italiota, ma di antropologia (l’involuzione della specie).

Ma noi non ci crediamo.

Nella prossima ed ultima puntata della saga del nostro eroe (domani mercoledì 30 gennaio) scopriremo perché un uomo così saggio decida di facere a mezzo con omeni da poco e per quale ricco bottino …

Autodafé e le 5 C

basta_non_voto_NUna preghiera che nasce dall’analisi del 2012 della politica Italiana e l’astensionismo Siciliano

Eccomi. Sono Alessandro. Sono il terzo. Sono un 29enne che vive a Londra da più 2 anni, e che fra studio e lavoro ha vissuto a Milano, Barcellona, Istanbul, Roma, Parma, Melbourne e Parigi. Sono Siciliano, un Siciliano inquieto e vi scrivo da Palermo, dove ritorno a ricaricare le batterie, quando il fish and chips mi sfianca e ho bisogno di sole, vitamina C e iodio.

Scrivo per fare un autodafé del 2012, dando una personale lettura dell’astensionismo in Sicilia nel 2012.  Come tutti gli autodafé anche questo è composto da:

(i)           Una messa (in metafora un breve excursus dei fatti del 2012 e dell’astensionismo in Sicilia)

(ii)          Una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza (in metafora l’identificazione delle cause)

(iii)         Ed infine una preghiera per il 2013.

A differenza degli autodafé dell’Inquisizione Spagnola, lo scopo non è né la tortura né l’esecuzione al rogo di nessun partito o esponente politico. L’obiettivo unico è piuttosto in una prospettiva apolitica e in chiave ironica e provocatoria di proporre il rogo e la tortura degli Italioti e della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Italiani.

La Messa

All’alba del 2013 molteplici fonti d’informazione compilano bilanci dei fatti del 2012, con Google Zeitgeist in testa. Si torna indietro per un attimo sul 2012 prima di archiviarlo nella cantina delle nostre memorie storiche sempre più povere nonostante i miliardi di terabytes fra clouds e servers installati in giro per il mondo.

Fermatevi. Fermatevi per un attimo a pensare agli eventi del 2012. Pensate a cosa vi direbbe il vostro pc torturato ogni mattina dalla lettura del Corriere.it, della Repubblica, Il Giornale, Financial times, The Guardian, The Telegraph, Sole24ore e altri.

Il 2012 è stato l’anno del governo Monti e di suo nipote chiamato Spread all’asilo. E’ stato l’anno della riforma pensionistica, del decreto liberalizzazioni Monti, dell’IMU, della spending review, dell’accorpamento delle province, della riforma del lavoro e dell’articolo 18 e degli esodati. E’ stato l’anno in cui il posto fisso per tutta la vita è stato definito monotono, delle lacrime della Fornero e dell’invito a non essere “choosy” proprio a pochi mesi della morte di chi ci invitava a “Stay Hungry and Stay Foolish”. E’ stato l’anno degli scandali. Dalla Lega Nord a Fiorito, Lusi e Belsito, dalla Sanità nella Regione Lombardia alla Polverini per la Regione Lazio: tutto in un anno.

E’ stato l’anno delle dimissioni di Monti non più supportato dal Pdl, la proposta di Berlusconi a Monti di guidare il centro-destra alle elezioni ed il successivo ping-pong di battute fra il Professore e l’Imprenditore. Mentre il primo si propone a guida di un’alleanza di centro con l’Agenda Monti, il secondo ribatte secco punto su punto fra D’Urso e Giletti (che si riscoprono giornalisti) ed annuncia la sua nuova fiamma, mentre si accinge a pagare 100.000 euro al giorno alla sua ex-moglie. E infine i magistrati anti-mafia Ingroia e Grasso ingrossano le file di chi scende o sale in politica. Con zampone e lenticchie, tutto sembra essere culminato nella formazione almeno embrionale degli schieramenti politici per l’elezioni politiche del 2013 e dei piani di back-up con acquisti di case e resorts bipartisan tutti rigorosamente a Malindi in Kenya, la nuova Costa Smeralda lontana dai lidi italiani.

Insomma si apre davanti a noi un panorama fra caos, assurdità ed il tipico colore velatamente folkloristico della politica italiana.

E’ stato un anno in cui il girone infernale degli italioti si è affollato sempre di più. E’ stato il trionfo dell’inequivocabile disaffezione degli italiani alla politica e della quasi totale perdita di tolleranza per l’attuale classe politica.

E’ stato l’anno del boom del Movimento Cinque Stelle, dell’impeto rottamatore di Matteo Renzi e del trionfo dell’astensionismo nelle elezioni amministrative in Sicilia.

E’ proprio su quest’ultimo fenomeno che voglio concludere “la messa” prima di proseguire con “la processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza”.

Negli ultimi 11 anni in Sicilia si è votato quattro volte per eleggere il Presidente e l’assemblea regionale. In tre occasioni si è votato nella sola giornata di domenica: (i) maggio 2001; (ii) maggio 2006 e (iii) ottobre 2012. Si votò anche nell’aprile 2008, ma in due giornate e in concomitanza con le elezioni politiche. Per evitare distorsioni, non considereremmo quest’ultima elezione nella nostra analisi dell’astensionismo in Sicilia.

Considerando le tre occasioni di cui sopra si assiste ad un crollo dei votanti in percentuale sugli aventi diritto: da 63,47% del maggio 2001, a 59,16% nel maggio 2006 fino al 47,42% dell’ottobre 2012. A prescindere dell’esito politico delle consultazioni, solo circa 2 milioni di elettori sono andati alle urne sui 4,3 milioni di aventi diritto.

Ci sono quindi 2,3 milioni di Italioti in Sicilia? Quali sono le cause dell’astensionismo?

La processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza

 

L’astensionismo siciliano e quel -16% di elettori alle urne (Vs. 2001) è stato da molti definito un giallo, quindi al di là della provocazione è lungi da me processare dei colpevoli e trarre delle sentenze. Quel che farò è analizzare possibili cause in forma di ipotesi tutte fra loro connesse e a volte parzialmente sovrapposte e chiedervi di testare, criticare, dibattere ed arricchire queste parole.

(i)           L’ipotesi del “Non voto, non sento e non parlo”. Mafia è la prima parola associata alla Sicilia per molti in Italia ed all’estero, quindi è un’ipotesi che va smarcata subito. Questa ipotesi legherebbe il fenomeno dell’astensionismo all’affiliazione mafiosa. Se ne fa portavoce Antonio Ingroia che sostiene la plausibilità dell’astensionismo del voto di mafia, e che questo possa essere un avvertimento ‘politico’ ai possibili interlocutori. Senza fare riferimenti a partiti, Ingroia sostiene che questo possa creare premesse per nuovi discorsi ed eventualmente nuovi patti a Mafiopolis. Avvalla quest’ipotesi anche l’Espresso che pubblica un interessante dato. Su 7.050 detenuti nell’Isola avrebbero votato solo in 46 e si tratta di carcerati comuni e non di mafia. Cosa strana è. Visto che in carcere si è sempre votato. In ogni caso questo spiegherebbe solo circa lo 0,2% degli astenuti, ma potrebbe essere la punta di un iceberg.

(ii)          L’ipotesi del “un minni futti chiù nenti” (I don’t care anymore). Questa ipotesi proviene dal New York Times dall’articolo di Elisabetta Povoledo che attribuisce l’astensionismo nelle elezioni regionali in Sicilia come un segnale inequivocabile della disaffezione degli italiani per la classe politica. Prosegue inoltre commentando che la bassa affluenza alle urne e il successo del movimento di protesta suggerisce che la tolleranza degli italiani verso la classe politica è crollata.

(iii)        L’ipotesi del “no, io non posso scendere”. Strettamente collegata con l’ipotesi di cui sopra, l’ipotesi del “no, io non posso scendere” si riferisce all’impossibilità per ragioni economiche dei siciliani lavoratori fuori sede a rientrare in Sicilia per le elezioni. Il fenomeno dell’emigrazione informale dalla Sicilia coinvolge tutti quelli che lavorano in altre città d’Italia o estere e che formalmente sono ancora residenti in Sicilia. La magnitudo di questo fenomeno è difficile da quantificare, ma facilissima da percepire se vi trovaste per le vie del centro storico a Palermo in un qualunque sabato dell’anno e in un weekend durante le feste natalizie. In quest’ultimo caso vi trovereste travolti da un fiume di ragazzi 20-35enni che vivono altrove e che guadagnano fuori dalla Sicilia. 200€ di biglietto aereo per votare? “No, io non posso scendere”. E non mi riferisco allo scendere in politica, ma allo “scendere in Sicilia” – Sicilianismo, inteso come andare a Sud.

(iv)        Fattore Gattopardo. Chi crede che i Siciliani siano in maggioranza degli Italioti crede nel cosiddetto fattore Gattopardo, ovvero che il popolo Siciliano è un popolo abituato ad essere colonia che non avendo riconosciuto un potenziale leader esterno sulla propria scheda elettorale si è astenuto dalla scelta. Un vero e proprio popolo di Italioti come definito dalle parole di Tomasi di Lampedusa: ”In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “la”; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.

 

Che una, questa o un’altra ipotesi qui non elencata prevalga, il dato dell’astensionismo rimane allarmante. I colpevoli non sono solo gli astenuti, ma anche tutti coloro che hanno smesso di credere che si può cambiare, che si può risalire la china della crisi, che il nostro voto è importante e che è un dovere e non solo un diritto.

Il vero colpevole è in ognuno di noi e nel nostro essere Italioti. Per chiudere il processo quindi, mi sento in dovere di proporre la tortura e di porre al rogo della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Siciliani ed Italiani.

 

La preghiera

L’ultimo passo del nostro cerimoniale è arrivato. Mentre le fiamme avvolgono “l’Italiota che c’è in noi”, è tempo di rivolgere una preghiera per il 2013 non ad un’entità terza e aliena dalle cose del mondo fisico, ma ad ognuno di noi.

5 C per il 2013:

La mia è una preghiera a Credere. A credere nel cambiamento, nel miglioramento, nella possibilità di migliorare l’Italia al di là della vostra collocazione politica.

Siate Coscienti ovunque vi troviate della realtà delle cose in Italia, ad essere aggiornati e a leggere le notizie in maniera critica e costruttiva al di là dei punti di vista politici.

E’ un invito al Commitment. Al fare. Ad impegnarsi e ad andare a votare. Votare come espressione di un diritto e di un dovere.

Siate Coerenti con voi stessi e trasformate il vostro disappunto per la situazione attuale in una forza per il cambiamento e miglioramento futuro.

Infine, miei cari, siate Contenti di essere Siciliani, siate contenti di essere Italiani.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: