Puzza di vecchio!

puzza di vecchioAncora a qualche giorno di distanza, la puzza di vecchio che arriva dalla piazza della CGIL e della parte a sinistra del PD mi fa male.

Mi fa male allo stomaco e ancora di piu’ alla testa, perche’ non la capisco. Non capisco come sia possibile andare ancora in giro a parlare di difesa del lavoro quando di lavoro non se ne vede piu’ nemmeno l’ombra. Che cosa difendere?

Ma non si vuole capire che sto benedetto mondo e’ cambiato e che se non cambiamo anche noi con lui finiamo male?

Non si vuole capire che i sindacati non hanno mai combinato nulla negli ultimi 40 anni e che funzionavano forse, in un mondo in cui avevano senso: dal dopoguerra alla fine anni 70.

Non si vuole capire che usando le stesse parole di sempre, antiche di decenni come: lotta di classe, padrone, comunismo, ecc ecc, si sta fuori dalla realta’ piu’ di quanto gia’ la nostra povera Italia non lo sia?

Non si vuole capire, o forse si qualcuno l’ha capito. L’ha capito votando alle europee e anche alle primarie. Renzi non ha cambiato le sue idee sui sindacati, sul posto fisso, sul lavoro in generale, non vedo perche’ non indignarsi prima difronte al nuovo despota invece che adesso.

Ora che la manifestazione di Roma e’ finita e le urla della Camusso e di Landini spariranno presto, speriamo sparisca con loro anche questo odore di passato che e’ duro a morire e che e’ compartecipe della situazione in cui ci troviamo.

Abbiamo bisogno di un sindacato che usi parole nuove, non di 40 anni fa e che soprattutto sappia difendere il lavoro e non il parassitismo, sappia difendere la crescita del lavoro e non il suo declino lento e inesorabile, sappia difendere chi vuole lavorare e non ha lavoro, sappia difendere l’Italia e non il suo fantasma.

Allo stesso, aspettiamo quantomeno le scuse del ministro dell’interno per il comportamento vergognoso della polizia contro i manifestanti dell’AST di Terni; anche questo un atteggiamento che puzza di vecchio e che fa male, al cuore pero’, non piu’ alla testa.

Più di ciò che siamo

più di ciò che siamo

Non sogniamo più.

E’ ormai un dato di fatto.

Ormai la crisi non è solo economica, ma è prevalentemente di valori e prospettive, di visioni, di slanci.

O, per meglio dire, la crisi economica deriva da una crisi di identità e di sogni, da una mancanza di appartenenza. La crisi economica stessa ha successivamente  alimentato questi buchi nell’animo delle persone, per farci sprofondare ancora di più in questo circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

Non ci rendiamo conto che siamo arrivati a richiedere alla nostra vita la mera soddisfazione di bisogni primari:  lavoro, scuola, sanità, casa.

Spesso chi non trova soddisfatte le suddette categorie diventa ogni giorno più triste, rassegnato; nemmeno incazzato. Oppure sì, incazzato, ma di quell’incazzatura che si trasforma solo in frustrazione, che tira fuori il peggio dell’essere umano: estremismi di destra e sinistra, razzismi, ideologie e populismi.

Il problema però è che non solo chi non arriva alla fine del mese e non ha una famiglia a cui badare perde fiducia nell’ uomo e in un mondo diverso, ma anche chi sta bene economicamente e la famiglia ce l’ha.

Nella mia seppur breve esperienza lavorativa, l’unica forza che faceva andare avanti molte persone che ho incontrato era la loro famiglia. Lavoravano perché avevano dei figli da mantenere e quello era il loro motore. A meno di essere tra i fortunati che hanno il lavoro che hanno sempre sognato, spesso questo è l’unico motivo che ti spinge ogni mattina ad entrare nel tritacarne quotidiano. Allo stesso tempo però le stesse persone vivevano doppie vite: avevano amanti ed erano distrutte dentro. Ma perché tutto questo? Perché questa infelicità che sembra inseguirci in continuazione a cui non riusciamo a scampare?

Perché le persone non sanno più volare. Appena uno raggiunge una più o meno solida tenuta economica pensa alla vacanza, alla macchina più figa, alle bevute con gli amici, alle belle ragazze… Tutte cose vane, che non rimangono.

Siamo pieni di persone autorealizzatesi: sul lavoro, affettivamente, con un bella famiglia, una casa… Ma che dopotutto non si bastano mai ed entrano in crisi o in depressione.

Non può bastare essere diventati un qualcuno se non si ha un fine più alto. Non può essere il sogno della vita di un uomo avere un lavoro e una famiglia, avere sicurezza economica per poter andare in vacanza e uscire a cena.

Senza uno slancio l’uomo muore. Senza nuove idee l’uomo muore. Senza nuove battaglie l’uomo muore.

Vivere di cose vuote, che non apportano nessun valore e nessun arricchimento della persona, porta l’animo umano a morire, anche se si ha la fortuna di avere lavoro e famiglia.

La famiglia non è sicuramente una cosa vuota, è l’unità sociale di base da cui deve partire tutto il resto, ma se non c’è nulla che va oltre, anche quella muore. Non può essere l’origine e il fine.

Non si può solo chiedere alla politica, bisogna anche dare alla politica perché la situazione migliori e cresca. Bisogna dare in modo attivo alla società.

Tutto questo era il pane dell’Italia ed è svanito.

Ma la colpa non è nostra, è dell’ingranaggio stesso in cui viviamo, è la più grande colpa della società “evoluta” in cui  siamo cresciuti e che non vogliamo, o non riusciamo, ad abbandonare.

Vivere di cose vane e senza partecipazione è l’eredità che ci hanno lasciato decenni di crescita economica, di benessere e di estremismi. L’Italia è sempre stato un paese ricco di lotte e ideali, che si è assopito dopo la dura parentesi del terrorismo e degli anni di piombo in generale. È negli anni ’80 che siamo entrati nel circolo vizioso, in un relativismo dilagante, non potendo più sopportare la violenza di pochi che è riuscita a rovinare la passione politica e sociale di molti. Abbiamo iniziato tutti a farci degli shampoo; ci siamo concentrati su quale prodotto fosse meglio usare… ”son convinto che sia meglio quello giallo senza… canfora”, senza guardare più al di là, non capendo che la realtà è là fuori,oltre la doccia di casa, e ne abbiamo perso il contatto.

Ed ecco i risultati: l’abbandono di qualsiasi forma di appartenenza politica e non da parte dei giovani e il menefreghismo imperante che si traduce in un’ottica drammatica di breve periodo. La stessa ottica che ruba il futuro al singolo e alla lunga l’Italia, ed è ormai un’epidemia dilagante che pervade la nazione in tutte le sue forme:

  • La politica, che non fa altro che promettere risultati nei prossimi 2 anni senza indicare una via vera e solida
  • La cattiva imprenditoria che non ha investito negli anni per crescere, ma ha solo arricchito se stessa, spesso non rinunciando alla macchina nuova e alla casa più bella
  • Gli studenti a cui tutto deve essere riconosciuto e che non si riconoscono doveri
  • I professori, bravi per natura e contrari a ogni valutazione
  • Gli impiegati e gli operai, tutti sempre con diritti acquisiti intoccabili e inscalfibili che non capiscono che ormai si è tutti sulla stessa barca, lavoratore e datore di lavoro

Per combattere tutto questo cosa serve? Una nuova rivoluzione?

Serve un nuovo sogno, una nuova via, un nuovo leader che sappia unire, che sappia fare una politica che porti a benefici e sacrifici per tutti, che indichi una nuova aggregazione, una nuova sintesi dopo il disfacimento di tutti questi anni. Un nuovo punto di riferimento che guardi al mondo e non all’Italia, che guardi al sistema lavoro per intero e non solo alle singole parti, che riparta dall’educazione dei ragazzi e dalla scuola, perché da essa dipende tutto.

Chi verrà? Non vedo nessuno all’orizzonte. Nessun Berlinguer, nessun Moro. Ma nemmeno nessun Obama. E sono triste.

Noi Italiani abbiamo bisogno di eroi sempre, tutti i giorni purtroppo. Alla faccia di Brecht che chiamava “Beato” il Paese che non ne ha bisogno.

Non essendoci nessuno all’orizzonte allora tocca a noi, ma avere un ideale è faticoso. Vivere di slanci è impegnativo e richiede costanza, quella costanza che solo i sogni ti mettono nel cuore. Costanza significa sacrificio, il padre di ogni grande impresa. Solo col tempo e con il sudore della fronte si riesce e si può provare a essere più di ciò che siamo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Chaplin-Il-grande-dittatoredi sognare

di libertà

di amore

di sentirci amati

di un futuro

di leader

E’ tremenda l’attualità di questo pezzo. In assenza di sogni viene fuori la bruttezza dell’uomo, il suo essere animale, ecco che allora i grandi uomini si fanno avanti, per dare sogni di grandezza.

Buon inizio settimana a tutti

COME STELLE NELLA NOTTE

stelle-nella-notteVi siete mai fermati a pensare quale possa essere il punto di vista di un 17enne sulla crisi e tutto il resto? Il pezzo di seguito, secondo classificato al Secondo Concorso Giornalistco Roberto Romualdo, e’ stato scritto proprio da un 17enne, e lo riproponiamo qui con il permesso speciale dell’autore, per ricordarci che i giovani, quelli giovani davvero, sono ancora capaci di sognare…

COME STELLE NELLA NOTTE

Nati abbastanza presto per ricordarci l’Italia nel boom del benessere. Attualmente abbastanza coscienti per comprendere ciò che ci accade intorno. In grado di fare un paragone oggettivo tra la situazione in cui viviamo oggi e quella in cui abbiamo vissuto la nostra infanzia. Queste sono le caratteristiche che ci distinguono dalle generazioni precedenti. Nati a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, ci ritroviamo a dover fronteggiare una situazione di cui non abbiamo colpe e, malgrado questo, ci sforziamo di non abbatterci. Tutti sono a conoscenza degli effetti della crisi economica e molti, nonostante le difficoltà, cercano di fare qualcosa per tutelare il nostro futuro. Ciò deve stimolarci affinché sfruttiamo al meglio le possibilità che ci vengono offerte. Piangersi addosso e incolpare le generazioni precedenti non serve a niente. Dobbiamo sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo a disposizione, in modo da essere i primi a pensare al nostro futuro. Nel proprio piccolo ognuno di noi, contribuirà necessariamente al miglioramento della situazione attuale, avendo infatti toccato il fondo, o essendo vicini a farlo, non potremo che risalire. Noi saremo i protagonisti di questa risalita. Tutto ciò che di positivo riusciremo a fare ci porterà una notevole gratificazione date le condizioni in cui ci troviamo e la scarsa fiducia che molti adulti hanno in noi. Ci troviamo così a dover scegliere tra farsi trascinare nella crisi (economica e morale), dando ragione a chi si mostra scettico nei nostri confronti, oppure darsi da fare per riuscire a smentire questi ultimi approfittando delle possibilità che ci sono concesse da chi invece crede in noi. Senza rendercene conto subiamo l’azione di circostanze che con il tempo e la maturità accresceranno in noi una serie di forti motivazioni e stimoli che ci spingeranno a reagire per cambiare le cose. Immersi nel buio della notte in cui viviamo, noi giovani rappresentiamo le uniche stelle ancora visibili.

Le prime parole di Laura Boldrini Nuova presidente della Camera per gli Italioti


laura_boldrini_2011

«La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione».

«Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio, cerchero’ di portare assieme a ciascuno di voi, con cura ed umilta’ la richiesta di cambiamento che alla politica ogni richiedono tutti gli Italiani, soprattutto i nostri figli.»

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Accendiamo il futuro

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Il diavolo veste griffato, fa slide, è un mago di excel, non arriva a fine mese.

Se hai più amici sul Milano Roma del lunedì mattina che al parchetto, se guardando la TV la sera vorresti allineare i titoli a destra, se accumuli 20 e più ore di straordinari non retribuiti al mese, se porti il pranzo da casa per risparmiare e lo giustifichi come “dieta”, se hai il frigo pieno di buste di bresaola e petti di pollo che almeno mangi proteine nella speranza che ti faccia muscolo perché non hai tempo per andare in palestra, allora sei un giovane italiano in carriera (forse).

In Italia, in un momento storico in cui trovare un impiego è un problema reale, non ci si può permettere di lamentarsi del proprio lavoro. Le analisi macroeconomiche e dell’occupazione parlano chiaro: 18 mesi di fila di contrazione del PIL a fine 2012, trainato anche dalla decrescita europea, perdita di 1,5 milioni di posti di lavoro dal 2007 a oggi e stima di una possibile inversione di tendenza non prima del 2014, sempre che siano attuate riforme, liberalizzazioni, cambiamenti strutturali. E poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata….

Uno scenario poco promettente, in poche parole!

È alzando gli occhi dal Sole24Ore.com per salutare la nonna al telefono che mi scatta una riflessione.

Nonna: “Quando torni a Milano la prossima volta?”

Io: “Venerdì”

Nonna: “Come siete fortunati voi oggi, con tutti questi trasporti per tornare a casa. Io quando mi sono trasferita a Milano negli anni ’60, tornavo a casa una volta l’anno, d’estate, in macchina, quando chiudeva la fabbrica. Mica c’era l’autostrada sugli Appennini…ci mettevamo un giorno intero di guida! Però scrivevo una lettera alla settimana alla mia famiglia! Sai, non c’erano i telefoni!”.

Siamo davvero così sfortunati?

I giovani hanno sempre incontrato difficoltà, nei secoli dei secoli. Se prima eravamo un popolo di emigrati, senza smartphone, aerei e TAV per tornare a casa, al giorno d’oggi siamo una generazione che fatica ad arrivare a fine mese, a farsi valere, a fare carriera, pur godendo di condizioni socio politiche anni luce migliori rispetto al passato. Fuggiamo all’estero, non basta più il Nord delle grandi fabbriche.

Nell’ultimo rapporto del Censis in tema di Welfare si legge che  “I giovani sono una generazione che, sulla paura delle ridotte tutele e di un welfare che non copre i bisogni sociali che più li preoccupano, costruisce una parte importante della propria percezione sociale della vita.”. Il nostro futuro è frenato dal pessimismo, tradotto in parole povere.

Ragazzi, siamo senza speranza? NO!

Siamo la prima generazione che non migliorerà rispetto ai propri genitori? DIPENDE, FORSE ECONOMICAMENTE.

Ma a quando risalgono i tempi d’oro dei giovani italiani? Qualcuno lo sa?

Agli anni ’50 e ’60, con la fame del dopoguerra, le grandi migrazioni, i turni in fabbrica di 15 ore al giorno?

Agli anni di piombo, con la tensione alle stelle e un clima socio politico allarmante?

Agli anni ’80 e ’90, dove tangentopoli corrodeva l’anima politica e industriale, sfociando nel ’92 con uno scandalo che ha fatto tremare Stato, Politica e Privato?

La verità è che nonni e genitori il futuro se lo sono dovuti creare, proprio come noi: questo saper fare è la più grande eredità che ci lasceranno. La capacità di continuare, rinnovarsi, non lasciarsi intimidire.

Ieri c’erano povertà, un Paese distrutto dalla guerra, un bassissimo livello di scolarizzazione.Siamo diventati un Paese industrializzato, abbiamo esportato le nostre eccellenze, siamo seduti al tavolo del G8.

Oggi affrontiamo di nuovo difficoltà enormi, con disoccupazione alta, un mercato del lavoro rigido, una formazione che vede sempre più spesso ridurre gli incentivi e siamo in competizione con i giovani di altri 4 continenti.

Ma abbiamo, dobbiamo avere dalla nostra parte, la voglia di costruire, di non arrenderci, di continuare nonostante tutto, di ricrearci, di insistere per creare le condizioni migliori per il nostro futuro. Seguendo le orme di nonni e genitori.

È sicuramente difficile, può sembrare utopia. Ma è una ricetta necessaria per accenderlo il nostro futuro.

Non saranno le accuse di essere bamboccioni (Padoa Schioppa 2007), l’Italia peggiore perché precaria (Brunetta 2011), sfigati (Martone 2012), choosy (Fornero 2012) e alla ricerca della monotonia del posto fisso (Monti 2012) a scoraggiarci. La visione dei giovani deve essere quella del futuro: se non sono i nostri politici a darci fiducia, dobbiamo farlo noi stessi.

Non avremo mai un posto fisso (è una riforma impostaci), saremo degli sfigati senza pensione (è un’altra riforma impostaci), faremo lavori atipici per ripagare quel debito pubblico che nei decenni precedenti è stato accumulato (non da noi). Ma ce la faremo, forti di quel carisma e di quella volontà che ci caratterizzano da generazioni.

Mi torna in mente il passo di un libro stupendo, un inno alla speranza, un invito a crederci, che ogni giovane dovrebbe leggere: Cosa tiene accese le stelle, di Mario Calabresi.

“Sono arrivato alla fine di un viaggio cominciato per reazione alle lettere che ricevo ogni giorno dai lettori, per il bisogno di capire se il declino e il pessimismo siano una condizione a cui non possiamo più sottrarci, per capire se sotto la superficie della paura o del cinismo esistano ancora energie fresche, speranze di cambiamento e passioni da far emergere. Per rendermi conto se, nonostante il Paese scivoli ogni giorno un po’ più in basso, ci siano conquiste da riconoscere e nostalgie da ridimensionare.

Ho trovato le mie risposte e, nonostante queste due ore di lezione di fisica, dico al Professor Bignami che per me le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio”.

Declino e pessimismo, paura e cinismo sono una minaccia: in questo buio economico non dobbiamo arrenderci, ma guardare al futuro per costruirlo. Lasciamoci guidare dalle stelle, illuminiamo i nostri sogni, procediamo a testa alta. Nonostante le difficoltà e i limiti imposti, per dimostrare che oggi come ieri non ci arrendiamo, nemmeno quando è buio.

Non siamo la generazione della resistenza, non vogliamo essere quella della desistenza, ma saremo quella dell’insistenza nel volere accendere il nostro futuro!

L’Italia non ce la farà! E gli Italiani?

montanelli

Montanelli diceva che l’Italia non ha memoria, che vive nella contemporaneità, senza passato…

Un grandissimo pezzo, una riflessione importante post elettorale.

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La speranza non è nè di destra nè di sinistra

strade

Non so se sarà il primo o l’ultimo dei miei articoli per il blog di Italioti ma voglio da subito evidenziare una mia attitudine: fare domande. Sono un curioso per eccellenza! Ne pongo in continuazione a me stesso e agli altri e vorrei tenere in questo articolo lo stesso approccio.  Vorrei andare anche oltre cercando di darmi e darvi delle risposte in modo semplice, con l’obiettivo di “renderci piu’ consapevoli di come potrebbe essere l’Italia se solo ci si mettesse in gioco”.

Iniziamo. Chi sono? Alessio, 30 anni appena compiuti, giramondo per lavoro i 3 anni dopo la laurea e da altri 3 anni con fissa dimora a Milano. Ho avuto il privilegio di vivere in diversi paesi (Olanda, Francia, Inghilterra e Stati Uniti) e di aver visitato parecchie città nel mondo.

Vorrei con questo articolo cercare di semplificare i modelli di politica di destra e sinistra utilizzando 4 campi di politica economica e suggerire degli spunti di discussione su cosa potrebbe essere meglio per l’Italia in quegli ambiti.
Partiamo dal primo punto, cerchiamo di semplificare i modelli di approccio economico storico delle due fazioni. Per semplicità userò solo 4 ambiti economici:

                 tabella

Mercato del lavoro

Spero e mi aspetto che la maggior parte delle persone riconosca che in Italia abbiamo bisogno di un mercato del lavoro con una migliore flessibilità.

Questo articolo di Emiliano Mandrone su lavoce.info aiuta a capirne il dettaglio. La sintesi è che vi sono due tipi di flessibilità: la flessibilità “buona” che è quella organizzativa e permette di venire in contro alle esigenze aziendali (Es. Lavoro notturno, festivo, straordinario) e la felssibiltià “cattiva” cioè quella contrattuale (contratti atipici) spesso priva di motivazione da parte dell’azienda se non la convezienza economica. Purtroppo un approccio tale non è stato mai sviluppato in Italia,  perchè quando si sono fatti dei passi avanti da una parte ne sono arrivati 5 indietro dall’altra. Tutto questo per favorire il compromesso, cosi’ da perderci tutti. La mia opinione è che la concertazione è  uno dei piu’ grossi mali dell’Italia!!! È giusto che si interagisca con le parti sociali per capire i punti di vista di tutti e che si cerchi un compromesso ma solo per avere il meglio da una decisione. Questo non va confuso con quello che si fa in Italia, che senza l’accordo di tutti si usa la strategia del “non-decidere” che ha portato l’Italia a rimanere fermi nell’ultimo ventennio.

Questo approccio di che tipo è? Sulla carta dovrebbe essere di destra. Per la sinistra/sindacati già soltanto parlare di lavoro notturno e festivo è ancora, purtroppo, un po’ eretico. In Italia la corrente di pensiero “Renziana” e “Montiana” è forse l’unica che secondo me si avvicina a questo approccio.

Sempre lavoce.info con l’articolo di T. Boeri e P. Graibaldi  sostiene che la riforma Fornero/Monti è incompiuta. Vero, verissimo ma vorrei tanto che si riuscisse a fare un altro “trova le differenze” su come è entrato il decreto Forneo in parlamento e su come è uscito.

Ma tu non ti metti in gioco da Italiano? Certo! E vorrei lanciare la mia prima proposta/provocazione perchè oltre alla flessibile organizzativa  non abbiamo anche una flessibiltà intergenerazionale, mi spiego:

Lavoro da 5 anni (sono sicuro che puo’ valere anche per una persona che lavora da 10) e una delle cose che ho riscontrato, è la quantità di ferie arretrate che mi ritrovo in busta paga e cosi’ è lo stesso per tanti miei colleghi e amici. E allora mi sono chiesto… non saranno troppe le ferie contrattuali?

Per esempio, perchè invece le ferie non posso aumentare in funzione dell’età? Facciamo alcune assunzioni:

  • Quando si è giovani si ha piu’ energia e meno bisogno di riposare
  • Quando si è piu’ giovani si ha meno bisogno di tempo da dedicare alla propria famiglia perchè magari non si è ne sposati ne si hanno figli
  • Quando si è all’inizio della carriera lavorativa si cerca una maggiore retribuzione perchè in valore nominale è sicuramente piu’ bassa e anche “solo” 100 euro in piu’ al mese fanno comodo.

Allora perchè non diamo meno ferie quando si è piu’ giovani e si danno piu’ soldi in busta paga? perchè andando avanti con l’età, o anche attraverso il cambiamento del proprio status (una moglie, un figlio), non si possono aumentare i giorni di ferie e permesso invece dell’aumento di stipendio in modo da poter dedicare piu’ tempo alla famiglia?

Se ora mi avessero detto di poter convertire le mie ferie arretrate in stipendio, senza incorrere in una elevata tassazione, l’avrei fatto immediatamente. Ovviamente, mi rendo conto che lasciare completa liberta’ d’opzione possa portare al rischio di incorrere in soprusi da parte del datore di lavoro, che puo’ mettere nelle “condizioni” il dipendente di scegliere cio’ che è piu’ conveniente per l’imprenditore. Secondo me con i giusti accorgimenti legislativi si potrebbero aiutare i giovani nei primi stadi della vita lavorativa. Sarebbe interessante ricevere i vostri commenti e capire se altre persone hanno scritto in materia per vedere i possibili effetti negativi di un tale approccio.

Perimetro statale

Spero e mi aspetto che la maggior parte delle persone sia d’accordo nel considerare il perimetro statale italiano troppo ampio. Il mio criterio di valutazione è: quando lo stato non è piu’ in grado di gestire una organizzazione cosi’ ampia in modo efficiente ed efficace?

Lo stato dovrebbe cercare di svolgere solo attività che il mercato non è in grado di gestire e sostituirsi per le sue mancanze. Lo stato dovrebbe anche evitare di fare l’imprenditore. Sono due ruoli diversi e ognuno deve fare il suo!

Questo approccio di che tipo è? Questo approccio è sicuramente piu’ di destra che di sinistra, la quale probabilmente vorrebbe aumentare il perimetro statale.

Voglio comunque definire meglio cosa intendo e porto un esempio di quando lo stato invece dovrebbe intervenire: la gestione del bene primario per eccellenza, l’ Acqua.

Acqua pubblica o acqua privata? è uscito da poco un articolo sul corriere.it di Riccardi e Pagano sui risparmi  che a Parigi hanno ottenuto, da due anni a questa parte, passando da un sistema privato ad uno pubblico (35 Milioni di risparmi e 8% di abbasamento delle tariffe). Il risultato è stato ottenuto perchè con l’acqua privata si sono creati due monopoli e nessuna concorrenza. Il mercato in questo caso ha fallito ed è dovuto intervenire lo Stato per sostituirsi. Allo stesso modo è incomprensibile come in alcune regioni del sud Italia, per esempio la Calabria (e parlo con cognizione di causa), tutt’ora in estate vi siano problemi con l’approvvigionamento dell’acqua. Qualcuno non mi venga a dire che è perchè mancano le fonti, perchè altrimenti a Las Vegas o Dubai che cosa dovrebbero fare?

In Italia il perimetro statale deve essere ripensato, diminuito sfruttando le migliori pratiche che ci sono nel mondo. C’è qualcuno che ha già sbagliato prima di noi e purtroppo gli italioti non sanno imparare dagli errori degli altri. La prima cosa a cui guardare sono i servizi pubblici e non tanto perchè debbano diventare privati o meno, ma perchè non devono piu’ essere rifugi per politici falliti!

Pressione Fiscale & Welfare

Spero e mi aspetto che la maggior parte delle persone siano d’accordo sul fatto che la pressione fiscale è il controaltare del welfare: ad una elevata pressione fiscale dovrebbe corrispondere un elevato livello di Welfare e viceversa.

In questo momento in Italia abbiamo un elevata tassazione dovuta a due fattori:

  1. un importante welfare (diciamo su modello europeo di un economia sociale di mercato) anche se con grossi problemi sia di efficienza che di efficacia
  2. un’ elevata evasione fiscale

Partiamo dalla tassazione considerando che il fisco dovrebbe avere tre obbiettivi primari:

  1. coprire i costi derivanti dalla struttura dello stato
  2. perequazione sociale
  3. incentivazione di comportamenti da parte della comunità

Sicuramente in Italia i traguardi sopra descritti non sono stati raggiunti in pieno. Il governo dei tecnici, nell’ultimo anno, ha cercato di ottenere la copertura del bilancio con un aumento delle tasse, dovuto principalmetne ad un’emergenza dichiarata, che la diminuzione di costi (spesa pubblica) non sarebbe riuscita a conseguire in cosi’ breve tempo.

La seconda e la terza finalità invece hanno molta strada prima di potersi considerare realizzate. Si potrebbe fare un elenco infinito sulle cose che si potrebbero attuare. Sicuramente italioti.it cerca e cercherà di fare la sua parte nel proporre qualcosa, per ora mi limito ad evidenziare due azioni concrete, una per ogni scopo:

  1. migliorare lo strumento dell’ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) che potrebbe portare anche ad una riduzione della spesa pubblica. Non è giusto che una persona con un conto in banca di milioni di euro paghi solo il ticket sanitario (50 euro) per un esame come la risonanza magnetica che ne costa allo stato 350; se puo’ permetterselo paga tutta la spesa. È giusto invece che chi non può permettersi i 50€ di ticket non debba pagare l’esame e che sia tutto a carico dello stato. Questo indicatore ha pero’ tutt’ora dei limiti che vanno migliorati, per esempio da un grande peso alla liquidità in banca e meno al casa di proprietà. Secondo me con gli opportuni investimenti per migliorarlo si otterrebero enormi risultati.
  2. Attuare il Piano Giavazzi per la riallocazione degli incentivi alle imprese in modo da ridurre il cuneo fiscale.  Cos’è il piano Giavazzi?  In sintesi, si propone di ripensare i trasferimenti alle imprese seguendo due criteri:
  1. Solo in caso di evidenti fallimenti di mercato e quindi in cui l’intervento dello stato è strettamente necessario
  2. Quando i costi indiretti (amminstrativi o derivanti dalla distorsione degli incentivi) non superino i benefici del trasferimento stesso.

L’assunzione di base, giustificata da analisi macroeconomiche, è che una riduzione della spesa non produttiva compensata da un riduzione della pressione fiscale, porterebbe un vantaggio in termini di crescita, con un aumento del PIL del 1.5% nell’arco di 2 anni, assumendo un taglio degli incentivi di 10 Miliardi di Euro all’anno.

Questo approccio di che tipo è? Forse questo è sia di destra che di sinistra o forse è proprio la sintesi dell’approccio di destra e di sinistra: Vogliamo chiamarlo Centro? Vogliamo chiamarlo senso civico? Vogliamo chiamarla scelta civica?

Quindi è meglio una politica di destra o sinistra? Probabilmente non ha piu’ senso cercare di fare un esercizio del genere ma cercare di guardare l’idee da un altro punto di vista e cioè cosa potrebbe rendere l’Italia un paese migliore. Spero di aver chiarito dove si dovrebbe concentrare l’attenzione della nostra classe dirigente una volta terminato questo circo che chiamano campagna elettorare. Solo 4 punti non mille e alcuni di questi sarebbero a costo zero o addirittura con effetti positivi sul bilancio pubblico.

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