Mondo in fermento o idee in repressione? Noi andiamo a dormire: Buonanotte Italia.

Barricate in fiamme a Kiev, dove “La prima linea è un ammasso di pietre e di uomini che lascia fuori un pezzo di Maidan”, cita il Corriere.

Una protesta anti chavista che scatena la repressione in Venezuela.

Manganelli e spray al peperoncino che si abbattono sui soliti artisti “dai gusti differenti” a Sochi.

E molti altri episodi.

 

Un’ondata di protesta e ribellione ci circonda, mentre noi giochiamo a scacchi con la politica.

Il governo italiano improvvisa un tennis con la democrazia, sfidandosi a colpi di “andate a vedere quanto costava un frigo 30 anni fa” (l’ha detto davvero Grillo, si, l’ha detto), mentre intorno a noi esplode il caos.

 

Non parlo di quella parte del mondo che vive nella paura della guerra, ormai purtroppo parte integrante del quotidiano, che continuiamo ad ignorare e a guardare con distacco finché non ci toccherà da vicino.

Per gli attentati in Nigeria, a Taba, nel sud di Beirut e per le repressioni pluriennali in Siria aspetteremo di accorgerci del prossimo Gheddafi, che andava bene per i Bunga Bunga ma non per il petrolio e la Total.

 

Parlo di quell’evoluzione di pensiero che scuote i Paesi che voglio emergere, spinti da una crescita economica esponenziale e da un maggiore accesso alla cultura, che si vedono tarpare le ali.

Si è passati da una primavera araba a una primavera globale, dove la protesta non si ferma alle questioni politiche ma punta alle questioni sociali e alle libertà personali.

È una globalizzazione che globalizza anche le libertà: è un’apertura mentale che cerca di diffondersi, sono diritti che vogliono essere affermati da cittadini che rivendicano le proprie idee.

Siamo fortunati a vivere in un Paese che ha già lottato per queste libertà, perché poter uscire di casa la mattina senza la paura di saltare in aria sembra essere un lusso riservato a pochi. Ringraziamo le generazioni passate, quelle della guerra, delle manifestazioni, delle proteste per le pari opportunità.

Ormai siamo adagiati sugli allori: non abbiamo nemmeno più il bisogno di protestare, nel nostro mondo Italia perfetto.

 

Non abbiamo nemmeno bisogno di andare a votare: da noi il governo si elegge da sé, risparmiandoci la fatica di andare alle urne.

Buonanotte Italia.

“Non c’è più morale, Contessa”

l-italia-cafonal-di-paolo-sorrentino-107758Tra una globalizzazione economica e un passaggio incompleto alla seconda Repubblica, l’italiano medio si è trovato ad incarnare una curiosa categoria sociologica, che qui chiamerò convenzionalmente “il cialtrone borghese”. Eccone una tipica rappresentazione, nella sua versione capitolina.

20 dicembre, ore 8.00, una nervosa coppia di colleghi – un concentrato di gel per capelli, completi inamidati e cravatte a righe coperti da due camici, coperti a da due woolrich nuovi di pacca – si affaccia al bancone del bar dell’ospedale:

 (Cafoni Borghesi: CB1 e CB2; Barista: B)

CB1: “Un latte macchiato e un caffè, grazieggì.”

B: “Arrivano!”

CB1: “..stav’a dì, sivvoi sento Nino, guarda che mò co sti tassi agevolati…”

CB2 a voce più bassa e avvicinando l’orecchio dell’amico con una mano sul suo braccio, l’altra impegnata a recuperare il dolcificante: “Bono che c’è quello de reumatologia…nun te fa sentì. E poi nun so io, è Cinzia ch’insiste. Sta cazzo de casa ar mare. Già m’ha sbroccato che domenica ho portato a mi padre la cassa de sciampagn’ e i due prosciutti che m’hanno mannato i pazienti”

CB1 incurante delle raccomandazioni di discrezione dell’amico: “ Aho fa’mpò come te pare, però me sa che co’ Cinzia devi sta bono, che già che nun t’ha cacciato de casa…”

CB2: “Ahò, mo pure te? ma porcoddue…na vorta, oh, …poi quella da quanno è nato er pupo s’è lasciata annà, nun se trucca più…e sta tipa poi, ha fatto tutto lei, m’ha cercato su feisbuc, s’è fatta spostà a radiologia da noi …e poi cazzo oh, ma te l’ho fatta vede che è?!”

CB1: “Io nun è che te sto a dì gnente, e come n’te capisco Cì? Però pure lì, è che te nun m’hai dato retta…bastava nun salvà il contatto, nun postà status telefonatissimi che ce stavi a annà a fa roba…vabbè comunque mò è annata. E ringraziaddio che Cinzia nun l’ha detto a tu madre”

CB2 ormai preso dalla questione, ignora il tono di voce e inizia a gesticolare visibilmente. Il dialogo raccoglie l’interesse di un nutrito pubblico, a cominciare dal tizio di radiologia: “Ah, perché nun ce lo sai? La madre de Cinzia ha chiamato mi madre, quaaasocerademmerda. Ah, ma a mì madre nun gli’è mai piaciuta Cinzia, se so prese a parolacce. Sto Natale se dovemo fa er bis de pranzi er 25, nun se ponno vedè manco pè cartolina. Cinzia sta più ‘ncazzata pe questo che perché ho fatto robba co quella de radiologia. Me sa che sta casa ar mare me tocca proprio st’anno.”

Il tizio di radiologia si attacca al telefono. Il barista ridacchia, ammicca alla collega ai cornetti e serve il caffè.

B: “Ecco signori, gentilmente fanno due euro e sessanta centesimi”.

CB2 osserva per un attimo lo scontrino accanto al caffè : “Ah, ma te poi co quella faccenda delle fatture?”

CB1 prende il latte macchiato e lo tracanna come non ci fosse un domani.

CB2: “Ancora?! Ma almeno hai chiamato Fulvio, l’amico mio del Fisco? Guarda che stanno a bastonà a sto giro, nun traccheggià! Fidate che basta na telefonata, a Fulvio gl’ho ripijato la madre piii capelli l’anno scorso, mò me spiccia pure casa si glielo domando! ”.

Driiiiin. Il Samsung del CB2 interrompe la conversazione.

CB2: “Eccola, mi madre. Scusa eh, ma oggi ce devo annà a cena…stamo già a tre telefonate e so solo le otto e un quarto”.

CB2 si allontana per rispondere, esce sulla soglia del bar, si accende una sigaretta e si immerge in un acceso dialogo con la madre, proprio sotto il sensore della porta automatica del locale che si apre a ogni suo gesto o passaggio, bloccando i flusso di clienti. La telefonata si svolge tra una sfilza di lamentele colorite e innumerevoli “vabbè, mammì, vabbè” di risposta a non meglio precisate richieste.

Una volta conclusa la conversazione, CB2 butta la cicca a terra, proprio davanti al posacenere del bar, e borbotta un “nurompercazzo che nun è giornata” al barbone accanto alla porta a vetri. Poi, rientra. Il collega ha già pagato per entrambi. CB2 lo ringrazia affettuosamente. Escono assieme, CB1 butta lo scontrino del bar a terra, accanto al barbone. E al posacenere.

 

La fine della guerra e il miracolo

fine guerraL’Italia é uscita fuori dalla guerra. I nostri ragazzi sono salvi, sono all’estero. Niente morti o quasi, né feriti. Gli effetti di questo immaginario conflitto dureranno, ma abbiamo ancora la nostra immensa bellezza e la nostra vita davanti.

Durissimo è il messaggio di Confindustria oggi. Dal 2007 abbiamo perso quasi il 10% del nostro prodotto interno lordo. Le persone alle quali manca, totalmente o parzialmente, il lavoro sono oggi 7,3 milioni – il doppio di sei anni fa. I segnali di ripresa sono molto deboli. La situazione è, quindi, stata paragonata a una vera e propria guerra.

I forconi, la fiducia, i movimenti, le ristrutturazioni e le rottamazioni sono una manifestazione della fragilità economica, sociale e politica in cui versa il Paese. Venderemo ancora le nostre aziende. Programmiamo la vendita di tutto o parte delle nostre azioni in STM, Enav, Fincantieri, forse Eni.

La guerra è guerra e fa male. Rovina famiglie e intere generazioni. Noi non l’abbiamo combattuta, ma solo subita. Se la nostra classe politica sia stata al fronte, neutrale o inerme non sta a me dirlo.

Guardiamo al positivo, come sempre. Almeno noi, miei cari Italioti.

I nostri giovani sono salvi. Molti di questi sono emigrati sotto le immaginarie bombe economiche e continuano a portare alto l’onore della Patria. Uno schizzo di Giorgio Pirolo, 34 anni, ha generato Chery QQ tra le auto più vendute in Cina. I nostri designers e illustratori sono fra i migliori al mondo e vivono all’estero. E tanti altri fanno bene senza far rumore. Chi è rimasto in patria, è un eroe. Sono riusciti a vivere sotto le bombe e come i nostri vecchi avranno tanto da raccontare ai loro figli.

La nostra classe politica si è ringiovanita parecchio. Il nostro Parlamento è fra i più giovani della nostra storia e ha il più alto numero di donne mai avuto. I movimenti/partiti nati dalla “guerra” sono giovani e donna. Potrete amarli o odiarli, ma questo è un dato di fatto.

I nostri monumenti sono salvi. La Grande Bellezza di questo Paese è intatta o quasi. Sono salvi, sono lì pronti ad accogliere i milioni di turisti che una volta ancora vorranno vedere Roma, Venezia, Firenze e persino la bizzarra torre di Pisa, che pende, ma non crolla. Un po’ come l’Italia tutta forse. La Puglia, la Sardegna, la Sicilia ci sono invidiate all’estero per la loro immensa bellezza.

Arriverà il momento del nuovo miracolo italiano?

I miracoli sono sull’uscio di casa, nei vostri uffici, nelle nostre fabbriche, nelle nostre menti e nella nostra forza. I miracoli sono fatti di sudore, stanchezza e creatività. Sono forgiati dalle mani di chi non dice “basta”, ma trova il modo. Nascono fra le mani rugose di chi si arrangia e ce la fa, di chi si sacrifica, piange (purtroppo) e tira avanti. Nascono dagli occhi sognanti di una donna, dolce e caparbia. Nascono dalle spalle forti di chi in Italia è arrivato solo 3 anni fa e adesso si sente a casa. I miracoli nascono dai nostri vecchi, dalla loro saggezza e dalla memoria di un’Italia vincente.

I miracoli italiani, il calcio insegna, sono nella profonda essenza del nostro essere Italiani, nell’abilità di dare il meglio quando si è in basso, di vincere e stravincere quando si é in dieci. E oggi si siamo in 10. Sì, a -10% del Pil dal 2007. E’ ora di ricominciare a vincere.

Il paese della libertà

festa della libertàPersonalmente trovo che sia giusto che molta gente abbia festeggiato per la decadenza di Berlusconi.

Sono altrettanto convinto che sia sbagliato che molti lo rimpiangano.

Non è ancora abbastanza però. Di questi 20 anni solo la metà sono stati governati da Berlusconi e ancora tanti di coloro che hanno reso possibile lo sfacelo del nostro paese sono ancora li in bella mostra.

Berlusconi diciamo che ha incarnato quello che di peggio è stata l’Italia: qualunquista, populista, senza ideali, senza ragione e solo dedita al piacere. Il tanto vituperato bunga bunga è stato solo lo specchio del paese, una giostra su cui tutti avrebbero voluto salire; anche il più integralista di sinistra se fosse passato per caso davanti alla villa di Arcore e gli avessero assicurato che nessuno lo sarebbe venuto a sapere, ne avrebbe preso parte.

La sentenza, che sia politica o no, ha dato una mano a questo paese, fossilizzato sulla figura di una sola persona, sia a destra che a sinistra, che ha ucciso il libero pensiero politico ed economico. La libertà è stata uccisa da Berlusconi, inteso come idea, l’unica bandiera per tutti i partiti, che fosse da distruggere o incensare.

È paradossale il Giornale che parla di fine della libertà quando di libertà: in economia, nel diritto, nella concorrenza, nella selezione delle persone, nelle manovre finanziarie e chi più ne ha più ne metta, in Italia non se ne è mai vista, nemmeno quando promessa.

Forse dovrebbero intitolare tutti i giornali: libertà finalmente sei tornata fra noi. La libertà di pensiero che gli italiani hanno delegato per tutto questo tempo ai salotti della politica invece di pensare a quello che stava succedendo nel paese, facendosi annebbiare la vista da squallidi teatrini e promesse mai mantenute.

Forza ora, questo è solo l’inizio, può essere la svolta per cambiare qualcosa, per muoversi e dare una vera ripulita. Di questo cambiamento secondo me dobbiamo dare atto al Movimento 5 Stelle, senza il quale non so quanto la vecchia politica avrebbe spinto per il voto palese e la decandenza di Berlusconi.

Abbiamo finito il turno in prigione, è ora di ripassare dal via per cominciare a ricostruire un Italia che avrà sempre i suoi difetti, però almeno che sia nuova e proiettata al futuro, non al presente imperante e privo di vita che ha dominato fin ora.

Ritorna la parola Libertà che ironia della sorte era forse la preferita di Berlusconi. Dobbiamo essere in grado di onorarla questa parola e renderla davvero vita per intravedere un futuro diverso. 

Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

I Tonti Contano

img1024-700_dettaglio2_Camera-governo-LettaUna colomba, due colombe, tre colombe…”Oh, ragazzi sto giro basta. Non facciamo cazzate, ok? Tutti d’accordo? Dai conta, quanti siamo? 20? 30? 40? Continua, continua a contare”.

Un…due…tre…5 Stelle! Grillo si attacca come una Cozza allo scoglio contro “o Purpo” (il polipo) Napoletano che non vuole s-Collarsi…

“Solo un pazzo puo’ avviare un’attivita’ in Italia” scrive Grillo. Occhio alle parole perche’ se dice pazzo richiama inevitabilmente qualcuno alla memoria, se mai ci fosse bisogno di qualche altro trigger oltre a quelli quotidiani. Lui di attivita’ ne ha avviate ben piu’ di una in Italia. E forse a scapito di tanti altri.

Letta intanto non ha letto il post di Grillo perche’ circondato da mattei che gli Renzano intorno senza pace. “Questo matrimonio non s’ha da fare, ne’ domani, ne’ mai”.  Ma in questo frangente cosi delicato e ad alta tensione da quella parte sembrano compatti.

Vorrei scrivere di piu’, vorrei fare un po’ di valutazione critica, un’analisi di quello che sta succedendo…ma un’analisi, per essere tale, presuppone la scomposizione dell’oggetto in questione nelle sue parti costituenti, per poi identificarle e descriverle prima singolarmente e poi in relazione con l’esterno, e tra di loro.

Ma se provo a scomporre il garbuglio politico italiano di questa mattina mi trovo in mano un gomitolo marrone che puzza anche un po’ di merda….e allora l’analisi non mi riesce. Ci vorrebbe piu’ tempo, piu’ calma, piu’ distacco… ma certe volte, come si fa? Sara’ che sono un po’ sfiduciata

Stiamo a vedere che succede oggi.

L’importante e’ finirla

images (1)Rispondo al mio amico Indio per dire che una cosa a me continuano a suscitare, questi articoli: stupore. Sono incredula, e per quanto detesti i luoghi comuni non riesco a non pensare che “al peggio non c’e’ mai fine”. Ma quand’e’ che inizia il meglio? Ma quanto siamo pazienti, o forse stupidi, per tollerare ancora certe affermazioni e non sbattere la porta in faccia a tutte queste schifezze. Perche’ sono schifezze, c’e’ poco da girarci intorno. E allora basta. Basta. BASTA! Eccheccavolo…uno se lo chiede…no? Per lo meno io.

Ma sapete qual’e’ la cosa piu’ grave? Che qui si continua a discutere come sempre di tutto quello che non e’ importante, poi si viene travolti da notizie di cronaca nera che per qualche recondito meccanismo inconscio pare provochino un senso di sollievo in lettori indenni da tali sciagure. E qui invece i dettagli non mancano, purtroppo. Per poi passare a lamentarsi del tempo, che si sa e’ troppo freddo e quest’estate non arriva mai e poi oddiocheafacomefaccioarespirare nell’estate piu’ calda del secolo, d’altronde le cipolle di Tropea l’avevano annunciato. E finire con le chiappe sode di Belen e la gravidanza della Hunziker in spiaggia a Varigotti. Che per qualche altro recondito meccanismo inconscio attirano altrettanta attenzione…

SOS-thelazynigerianVi siete ricordati la crema solare quest’anno? Che il sole scotta. E non fate il bagno dopo aver mangiato l’insalata di riso. Dicono che lo sbalzo termico possa giocare brutti scherzi…a me ad annichilirmi ci pensano le vicende degli ultimi giorni…per non dire mesi. No dai, non voglio dire anni. E allora quasi quasi la gravidanza della Hunziker e’ forse la migliore notizia su cui valga la pena soffermarsi. E’ una provocazione per chi mi stesse prendendo sul serio…Una nuova vita che arriva, per l’Italia quando invece?

A questo punto non e’ chiaro nemmeno piu’ se la colpa, se di colpa si deve parlare, e’ dei giornalisti…se ancora si possono chiamare tali. Ma ve li immaginate arrivare in redazione e pensare “cosa mi tocca scrivere anche oggi”…

Ma si puo’…in Italia? Cuore del Mediterraneo, centro nevralgico di secoli di storia occidentale, crocevia di popoli a arena di scambi di merci, idee, culture e ideali. Si puo’?

Dai ragazzi. Che anche al meglio non c’e’ mai fine, basta volerlo.

Quando l’ottimismo vola…in picchiata!

grafico-crisiLasciate ogni speranza voi che entrate….che uscite…che rimanete.
Una dura realta’ che non deve spingerci a desistere!

Resistere non basta più, serve il cambiamento

Più di ciò che siamo

più di ciò che siamo

Non sogniamo più.

E’ ormai un dato di fatto.

Ormai la crisi non è solo economica, ma è prevalentemente di valori e prospettive, di visioni, di slanci.

O, per meglio dire, la crisi economica deriva da una crisi di identità e di sogni, da una mancanza di appartenenza. La crisi economica stessa ha successivamente  alimentato questi buchi nell’animo delle persone, per farci sprofondare ancora di più in questo circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

Non ci rendiamo conto che siamo arrivati a richiedere alla nostra vita la mera soddisfazione di bisogni primari:  lavoro, scuola, sanità, casa.

Spesso chi non trova soddisfatte le suddette categorie diventa ogni giorno più triste, rassegnato; nemmeno incazzato. Oppure sì, incazzato, ma di quell’incazzatura che si trasforma solo in frustrazione, che tira fuori il peggio dell’essere umano: estremismi di destra e sinistra, razzismi, ideologie e populismi.

Il problema però è che non solo chi non arriva alla fine del mese e non ha una famiglia a cui badare perde fiducia nell’ uomo e in un mondo diverso, ma anche chi sta bene economicamente e la famiglia ce l’ha.

Nella mia seppur breve esperienza lavorativa, l’unica forza che faceva andare avanti molte persone che ho incontrato era la loro famiglia. Lavoravano perché avevano dei figli da mantenere e quello era il loro motore. A meno di essere tra i fortunati che hanno il lavoro che hanno sempre sognato, spesso questo è l’unico motivo che ti spinge ogni mattina ad entrare nel tritacarne quotidiano. Allo stesso tempo però le stesse persone vivevano doppie vite: avevano amanti ed erano distrutte dentro. Ma perché tutto questo? Perché questa infelicità che sembra inseguirci in continuazione a cui non riusciamo a scampare?

Perché le persone non sanno più volare. Appena uno raggiunge una più o meno solida tenuta economica pensa alla vacanza, alla macchina più figa, alle bevute con gli amici, alle belle ragazze… Tutte cose vane, che non rimangono.

Siamo pieni di persone autorealizzatesi: sul lavoro, affettivamente, con un bella famiglia, una casa… Ma che dopotutto non si bastano mai ed entrano in crisi o in depressione.

Non può bastare essere diventati un qualcuno se non si ha un fine più alto. Non può essere il sogno della vita di un uomo avere un lavoro e una famiglia, avere sicurezza economica per poter andare in vacanza e uscire a cena.

Senza uno slancio l’uomo muore. Senza nuove idee l’uomo muore. Senza nuove battaglie l’uomo muore.

Vivere di cose vuote, che non apportano nessun valore e nessun arricchimento della persona, porta l’animo umano a morire, anche se si ha la fortuna di avere lavoro e famiglia.

La famiglia non è sicuramente una cosa vuota, è l’unità sociale di base da cui deve partire tutto il resto, ma se non c’è nulla che va oltre, anche quella muore. Non può essere l’origine e il fine.

Non si può solo chiedere alla politica, bisogna anche dare alla politica perché la situazione migliori e cresca. Bisogna dare in modo attivo alla società.

Tutto questo era il pane dell’Italia ed è svanito.

Ma la colpa non è nostra, è dell’ingranaggio stesso in cui viviamo, è la più grande colpa della società “evoluta” in cui  siamo cresciuti e che non vogliamo, o non riusciamo, ad abbandonare.

Vivere di cose vane e senza partecipazione è l’eredità che ci hanno lasciato decenni di crescita economica, di benessere e di estremismi. L’Italia è sempre stato un paese ricco di lotte e ideali, che si è assopito dopo la dura parentesi del terrorismo e degli anni di piombo in generale. È negli anni ’80 che siamo entrati nel circolo vizioso, in un relativismo dilagante, non potendo più sopportare la violenza di pochi che è riuscita a rovinare la passione politica e sociale di molti. Abbiamo iniziato tutti a farci degli shampoo; ci siamo concentrati su quale prodotto fosse meglio usare… ”son convinto che sia meglio quello giallo senza… canfora”, senza guardare più al di là, non capendo che la realtà è là fuori,oltre la doccia di casa, e ne abbiamo perso il contatto.

Ed ecco i risultati: l’abbandono di qualsiasi forma di appartenenza politica e non da parte dei giovani e il menefreghismo imperante che si traduce in un’ottica drammatica di breve periodo. La stessa ottica che ruba il futuro al singolo e alla lunga l’Italia, ed è ormai un’epidemia dilagante che pervade la nazione in tutte le sue forme:

  • La politica, che non fa altro che promettere risultati nei prossimi 2 anni senza indicare una via vera e solida
  • La cattiva imprenditoria che non ha investito negli anni per crescere, ma ha solo arricchito se stessa, spesso non rinunciando alla macchina nuova e alla casa più bella
  • Gli studenti a cui tutto deve essere riconosciuto e che non si riconoscono doveri
  • I professori, bravi per natura e contrari a ogni valutazione
  • Gli impiegati e gli operai, tutti sempre con diritti acquisiti intoccabili e inscalfibili che non capiscono che ormai si è tutti sulla stessa barca, lavoratore e datore di lavoro

Per combattere tutto questo cosa serve? Una nuova rivoluzione?

Serve un nuovo sogno, una nuova via, un nuovo leader che sappia unire, che sappia fare una politica che porti a benefici e sacrifici per tutti, che indichi una nuova aggregazione, una nuova sintesi dopo il disfacimento di tutti questi anni. Un nuovo punto di riferimento che guardi al mondo e non all’Italia, che guardi al sistema lavoro per intero e non solo alle singole parti, che riparta dall’educazione dei ragazzi e dalla scuola, perché da essa dipende tutto.

Chi verrà? Non vedo nessuno all’orizzonte. Nessun Berlinguer, nessun Moro. Ma nemmeno nessun Obama. E sono triste.

Noi Italiani abbiamo bisogno di eroi sempre, tutti i giorni purtroppo. Alla faccia di Brecht che chiamava “Beato” il Paese che non ne ha bisogno.

Non essendoci nessuno all’orizzonte allora tocca a noi, ma avere un ideale è faticoso. Vivere di slanci è impegnativo e richiede costanza, quella costanza che solo i sogni ti mettono nel cuore. Costanza significa sacrificio, il padre di ogni grande impresa. Solo col tempo e con il sudore della fronte si riesce e si può provare a essere più di ciò che siamo.

Di cosa abbiamo bisogno?

Chaplin-Il-grande-dittatoredi sognare

di libertà

di amore

di sentirci amati

di un futuro

di leader

E’ tremenda l’attualità di questo pezzo. In assenza di sogni viene fuori la bruttezza dell’uomo, il suo essere animale, ecco che allora i grandi uomini si fanno avanti, per dare sogni di grandezza.

Buon inizio settimana a tutti

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: