Più di ciò che siamo

più di ciò che siamo

Non sogniamo più.

E’ ormai un dato di fatto.

Ormai la crisi non è solo economica, ma è prevalentemente di valori e prospettive, di visioni, di slanci.

O, per meglio dire, la crisi economica deriva da una crisi di identità e di sogni, da una mancanza di appartenenza. La crisi economica stessa ha successivamente  alimentato questi buchi nell’animo delle persone, per farci sprofondare ancora di più in questo circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

Non ci rendiamo conto che siamo arrivati a richiedere alla nostra vita la mera soddisfazione di bisogni primari:  lavoro, scuola, sanità, casa.

Spesso chi non trova soddisfatte le suddette categorie diventa ogni giorno più triste, rassegnato; nemmeno incazzato. Oppure sì, incazzato, ma di quell’incazzatura che si trasforma solo in frustrazione, che tira fuori il peggio dell’essere umano: estremismi di destra e sinistra, razzismi, ideologie e populismi.

Il problema però è che non solo chi non arriva alla fine del mese e non ha una famiglia a cui badare perde fiducia nell’ uomo e in un mondo diverso, ma anche chi sta bene economicamente e la famiglia ce l’ha.

Nella mia seppur breve esperienza lavorativa, l’unica forza che faceva andare avanti molte persone che ho incontrato era la loro famiglia. Lavoravano perché avevano dei figli da mantenere e quello era il loro motore. A meno di essere tra i fortunati che hanno il lavoro che hanno sempre sognato, spesso questo è l’unico motivo che ti spinge ogni mattina ad entrare nel tritacarne quotidiano. Allo stesso tempo però le stesse persone vivevano doppie vite: avevano amanti ed erano distrutte dentro. Ma perché tutto questo? Perché questa infelicità che sembra inseguirci in continuazione a cui non riusciamo a scampare?

Perché le persone non sanno più volare. Appena uno raggiunge una più o meno solida tenuta economica pensa alla vacanza, alla macchina più figa, alle bevute con gli amici, alle belle ragazze… Tutte cose vane, che non rimangono.

Siamo pieni di persone autorealizzatesi: sul lavoro, affettivamente, con un bella famiglia, una casa… Ma che dopotutto non si bastano mai ed entrano in crisi o in depressione.

Non può bastare essere diventati un qualcuno se non si ha un fine più alto. Non può essere il sogno della vita di un uomo avere un lavoro e una famiglia, avere sicurezza economica per poter andare in vacanza e uscire a cena.

Senza uno slancio l’uomo muore. Senza nuove idee l’uomo muore. Senza nuove battaglie l’uomo muore.

Vivere di cose vuote, che non apportano nessun valore e nessun arricchimento della persona, porta l’animo umano a morire, anche se si ha la fortuna di avere lavoro e famiglia.

La famiglia non è sicuramente una cosa vuota, è l’unità sociale di base da cui deve partire tutto il resto, ma se non c’è nulla che va oltre, anche quella muore. Non può essere l’origine e il fine.

Non si può solo chiedere alla politica, bisogna anche dare alla politica perché la situazione migliori e cresca. Bisogna dare in modo attivo alla società.

Tutto questo era il pane dell’Italia ed è svanito.

Ma la colpa non è nostra, è dell’ingranaggio stesso in cui viviamo, è la più grande colpa della società “evoluta” in cui  siamo cresciuti e che non vogliamo, o non riusciamo, ad abbandonare.

Vivere di cose vane e senza partecipazione è l’eredità che ci hanno lasciato decenni di crescita economica, di benessere e di estremismi. L’Italia è sempre stato un paese ricco di lotte e ideali, che si è assopito dopo la dura parentesi del terrorismo e degli anni di piombo in generale. È negli anni ’80 che siamo entrati nel circolo vizioso, in un relativismo dilagante, non potendo più sopportare la violenza di pochi che è riuscita a rovinare la passione politica e sociale di molti. Abbiamo iniziato tutti a farci degli shampoo; ci siamo concentrati su quale prodotto fosse meglio usare… ”son convinto che sia meglio quello giallo senza… canfora”, senza guardare più al di là, non capendo che la realtà è là fuori,oltre la doccia di casa, e ne abbiamo perso il contatto.

Ed ecco i risultati: l’abbandono di qualsiasi forma di appartenenza politica e non da parte dei giovani e il menefreghismo imperante che si traduce in un’ottica drammatica di breve periodo. La stessa ottica che ruba il futuro al singolo e alla lunga l’Italia, ed è ormai un’epidemia dilagante che pervade la nazione in tutte le sue forme:

  • La politica, che non fa altro che promettere risultati nei prossimi 2 anni senza indicare una via vera e solida
  • La cattiva imprenditoria che non ha investito negli anni per crescere, ma ha solo arricchito se stessa, spesso non rinunciando alla macchina nuova e alla casa più bella
  • Gli studenti a cui tutto deve essere riconosciuto e che non si riconoscono doveri
  • I professori, bravi per natura e contrari a ogni valutazione
  • Gli impiegati e gli operai, tutti sempre con diritti acquisiti intoccabili e inscalfibili che non capiscono che ormai si è tutti sulla stessa barca, lavoratore e datore di lavoro

Per combattere tutto questo cosa serve? Una nuova rivoluzione?

Serve un nuovo sogno, una nuova via, un nuovo leader che sappia unire, che sappia fare una politica che porti a benefici e sacrifici per tutti, che indichi una nuova aggregazione, una nuova sintesi dopo il disfacimento di tutti questi anni. Un nuovo punto di riferimento che guardi al mondo e non all’Italia, che guardi al sistema lavoro per intero e non solo alle singole parti, che riparta dall’educazione dei ragazzi e dalla scuola, perché da essa dipende tutto.

Chi verrà? Non vedo nessuno all’orizzonte. Nessun Berlinguer, nessun Moro. Ma nemmeno nessun Obama. E sono triste.

Noi Italiani abbiamo bisogno di eroi sempre, tutti i giorni purtroppo. Alla faccia di Brecht che chiamava “Beato” il Paese che non ne ha bisogno.

Non essendoci nessuno all’orizzonte allora tocca a noi, ma avere un ideale è faticoso. Vivere di slanci è impegnativo e richiede costanza, quella costanza che solo i sogni ti mettono nel cuore. Costanza significa sacrificio, il padre di ogni grande impresa. Solo col tempo e con il sudore della fronte si riesce e si può provare a essere più di ciò che siamo.

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La crisi spegne i sogni dei giovani e li incentiva a contare solo su se stessi?

help-key“In altalena fra la paura per il futuro, irto di molte più difficoltà rispetto a quelle incontrate dai genitori (per il 17% degli adolescenti), al punto da temere di non farcela (6%) – e un certo ottimismo proprio dell’età, che fa pensare loro che la riuscita nella vita dipenda da loro stessi (37%).”

Una triste realtà sui tagli a cultura, istruzione…e sogni!

http://it.fashionmag.com/news/Le-rinunce-dei-giovani-in-tempo-di-crisi-tagli-a-vestiti-sport-gite-e-vacanze,331008.html#.UZsxUXwaySM

Di cosa abbiamo bisogno?

Chaplin-Il-grande-dittatoredi sognare

di libertà

di amore

di sentirci amati

di un futuro

di leader

E’ tremenda l’attualità di questo pezzo. In assenza di sogni viene fuori la bruttezza dell’uomo, il suo essere animale, ecco che allora i grandi uomini si fanno avanti, per dare sogni di grandezza.

Buon inizio settimana a tutti

COME STELLE NELLA NOTTE

stelle-nella-notteVi siete mai fermati a pensare quale possa essere il punto di vista di un 17enne sulla crisi e tutto il resto? Il pezzo di seguito, secondo classificato al Secondo Concorso Giornalistco Roberto Romualdo, e’ stato scritto proprio da un 17enne, e lo riproponiamo qui con il permesso speciale dell’autore, per ricordarci che i giovani, quelli giovani davvero, sono ancora capaci di sognare…

COME STELLE NELLA NOTTE

Nati abbastanza presto per ricordarci l’Italia nel boom del benessere. Attualmente abbastanza coscienti per comprendere ciò che ci accade intorno. In grado di fare un paragone oggettivo tra la situazione in cui viviamo oggi e quella in cui abbiamo vissuto la nostra infanzia. Queste sono le caratteristiche che ci distinguono dalle generazioni precedenti. Nati a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, ci ritroviamo a dover fronteggiare una situazione di cui non abbiamo colpe e, malgrado questo, ci sforziamo di non abbatterci. Tutti sono a conoscenza degli effetti della crisi economica e molti, nonostante le difficoltà, cercano di fare qualcosa per tutelare il nostro futuro. Ciò deve stimolarci affinché sfruttiamo al meglio le possibilità che ci vengono offerte. Piangersi addosso e incolpare le generazioni precedenti non serve a niente. Dobbiamo sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo a disposizione, in modo da essere i primi a pensare al nostro futuro. Nel proprio piccolo ognuno di noi, contribuirà necessariamente al miglioramento della situazione attuale, avendo infatti toccato il fondo, o essendo vicini a farlo, non potremo che risalire. Noi saremo i protagonisti di questa risalita. Tutto ciò che di positivo riusciremo a fare ci porterà una notevole gratificazione date le condizioni in cui ci troviamo e la scarsa fiducia che molti adulti hanno in noi. Ci troviamo così a dover scegliere tra farsi trascinare nella crisi (economica e morale), dando ragione a chi si mostra scettico nei nostri confronti, oppure darsi da fare per riuscire a smentire questi ultimi approfittando delle possibilità che ci sono concesse da chi invece crede in noi. Senza rendercene conto subiamo l’azione di circostanze che con il tempo e la maturità accresceranno in noi una serie di forti motivazioni e stimoli che ci spingeranno a reagire per cambiare le cose. Immersi nel buio della notte in cui viviamo, noi giovani rappresentiamo le uniche stelle ancora visibili.

1943-2013: Ritorno al futuro?

governo-donneAll’indomani dell’8 Settembre 1943 veniva creato a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) con lo scopo di guidare l’Italia attraverso i momenti più duri della lotta per la Liberazione. Il 24 Aprile 2013, 70 anni dopo, il Presidente della Repubblica affida ad Enrico Letta l’incarico di riunire in un governo di servizio le forze politiche tradizionali per traghettare il pease fuori dall’attuale stallo.

E’ stata una recente dichiarazione di Vendola a darmi uno spunto per scrivere queste righe. Siamo tutti costantemente alle prese con un senso di frustrazione e immobilità di fronte all’incompetenza dei nostri politici e alla pesantezza della crisi che l’Italia sta vivendo in questi anni. Per cambiare, però, c’è bisogno che qualcuno metta sul tavolo qualcosa di diverso, anche se forse non proprio nuovo.

Vendola si è premurato di sottolineare, la settimana scorsa, come non si possano veramente fare parallelismi tra il nascente governo Letta ed il CLN degli anni ’40: i fascisti non c’erano nel CLN, ci ha ricordato il governatore. Ebbene, a guardare da vicino il nuovo esecutivo, non sembra ci siano fascisti neanche qui.

Per quanto mi riguarda però, trovo più interessante sapere chi invece nel CLN c’era. C’erano il Partito Comunista (Amendola e Scoccimarro) ed il Partito Socialista (Nenni e Romita), ma anche il Partito d’Azione (La Malfa e Fenoaltea) e la Democrazia Cristiana (De Gasperi), Democrazia del Lavoro (Ruini) e perfino il conte Alessandro Casati in rappresentanza del Partito Liberale di Benedetto Croce. E la riunione fondativa si tenne sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi, il socialista riformista che era stato già Primo Ministro nel 1921 (subito dopo Giolitti, per intenderci).

Insomma, si trattava di un misto tra il vecchio e il nuovo, di personalità politiche di lunghissimo corso e di più giovani leader. Quello di cui l’Italia aveva bisogno era di unità, di lavorare tutti assieme (anche, se vogliamo, per evitare di pugnalarsi alle spalle) e di una collettiva assunzione di responsabilità nella lotta alla dittatura. Nessuno poteva tirarsi fuori.

Più fonti hanno sottolineato negli ultimi giorni come questo sia il primo esecutivo dal 1947 che vede destra e sinistra assieme sui banchi del governo. E’ difficile, soprattutto per una generazione come la nostra, fare paragoni con una guerra, ed una lotta, che ormai pochi hanno vissuto di persona. Allo stesso tempo, è anche difficile negare come questi ultimi anni di crisi emergano tra i periodi più drammatici vissuti dal nostro paese dai tempi del dopoguerra.

Quello che si ritrova nel nuovo governo è lo spirito del CLN, l’idea dell’organo di governo di emergenza che si incaricò di guidare il paese attraverso la Liberazione dall’occupazione.

Quale momento, se non questo, per mettere da parte la lotta senza quartiere degli ultimi 20 anni? L’opportunità per il centro, la destra e la sinistra di fermarsi un attimo, lavorando insieme, e cercare di capirsi anziché odiarsi per forza? Sembra una sciocchezza, ma in fondo stiamo tutti remando sulla stessa barca italiota.

Il CLN non divenne il nuovo sistema di governo della nascente democrazia italiana, ma rappresentò un momento cruciale nel passaggio per la creazione della Repubblica. Allo stesso modo, non credo che questo governo sia nato per durare 5 anni e poi presentarsi come coalizione unita per vincere le future elezioni. Questa dovrebbe essere più una pausa di riflessione, un’amministrazione in cui i partiti del vecchio sistema (con protagonisti vecchi e nuovi) si assumano la responsabilità di risollevare il paese e gettare le basi per un percorso nuovo.

Con una nota di incoraggiamento c’è anche da dire che, rispetto al CLN, in questo governo un terzo dei ministri sono donne, due di queste portano un valore aggiunto internazionale al governo, il Premier ed il suo vice hanno meno di cinquant’anni, qualche ministro è anche più giovane.

Insomma, miracoli non se ne possono fare, ma un po’ di speranza credo ce la dobbiamo come favore. In tanti, durante la campagna elettorale, hanno inneggiato al cambiamento: certo, c’è sempre l’opzione della rivoluzione, ma questo tentativo sembra (almeno a me) un modo serio di provarci. Non sarà facile, ma l’abbiamo già fatto in tempi andati e possiamo provarci ancora.

Volevo anche cogliere l’occasione della larga fiducia delle Camere al nuovo governo per stuzzicare un po’ Grillo, che si lamenta dei suoi otto milioni di elettori disprezzati. Gli elettori sono tutti uguali, online e offline, anche quelli che hanno votato per il PD, persino quelli che hanno votato per Berlusconi. Il parlamento sarà ora il luogo del confronto dove le voci di tutti, maggioranza e opposizione, vecchi e nuovi partiti, dovranno contribuire a salvare l’Italia.

Io stavolta cerco di essere ottimista, e quindi, mi fermo qui.

Caro Enrico, Auguri! Ci vediamo al traguardo.

Dove eravate negli ultimi 20 anni?

a1993e

Questa è la domanda che rivolgo a tutti quelli che – autoproclamandosi il “nuovo che avanza” – rifiutano ogni possibilità di dialogo con il resto del .

Giuste o meno che siano le considerazioni alla base della sorda chiusura ad ogni altrui apertura, la domanda rimane.

Personalmente ritengo la maggior parte delle critiche avanzate dal Movimento al vecchio sistema partitico essere non solo condivisibili, ma necessarie per il futuro di questo paese. Collusione tra potere politico e bancario, sistema clientelare di nomine ed appoggi, partiti (e sindacati) organizzati come strutture economiche in grado di garantire occupazione sono solo alcuni dei nodi storici che necessitano di essere sciolti e, su questa direttrice, il ruolo del Movimento è stato ed è fondamentale.

Anche estendendo il plauso al Movimento per il ruolo dirompente nel risveglio delle coscienze da troppo tempo assopite nel vabbuoismo italiota, la domanda permane.

Veniamo alla domanda.

Dove eravate negli ultimi 20 anni? Non ci interessa sapere giorno per giorno i vostri spostamenti, né tanto meno le compagnie che avete frequentato, ma solo capire dove eravate voi mentre tutto andava a rotoli. Non siete stati testimoni di quello che accadeva intorno a voi? Dobbiamo forse ritenere che eravate incapaci di intendere & volere? O siete stati forse circuiti con soavi parole e filtri magici a base di ali di pipistrello sapientemente preparati dal malaffare partitico?

Se così è, quale prodigioso antidoto avete assunto per svegliarvi dall’eterno torpore italiota? L’accoppiata di maghi buoni, dalla folta barba e dai lunghi capelli grigi, vi ha realizzato l’intruglio e voi, appena desti, avete cominciato ad urlare contro tutto e tutti. Ma se non siamo in una favola ed escludiamo quindi la presenza di maghi, ciambellani, spade magiche e pozioni misteriose, allora eravate incapaci di intendere & volere. E se incapaci eravate allora, incapaci siete ancora oggi.

Ebbene, cari Star Warriors, pare che voi non abbiate nessun alibi. Siete stati voi, insieme a me, a creare l’abbruttimento di questo paese giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Non avete forse esercitato il diritto di voto? O dobbiamo ritenere che voi, sì proprio voi, eravate tutti gli astensionisti e schedabianchisti?

Non avevate forse il diritto di manifestare? Non avevate la possibilità di urlare il vostro disappunto a chi vi amministrava, nel male o nel peggio? Eppure non mi è parso di vedervi in piazza quando il potere maligno introduceva il vostro tanto vituperato Euro. Né tantomeno quando in Parlamento si creavano leggi sulla base delle quali era chiaro a tutti che la Legge non sarebbe stata uguale per tutti. Né quando si istituiva Equitalia, né quando se ne rafforzavano i poteri.

Non avevate la possibilità di organizzarvi in libere associazioni per pulire, goccia a goccia, questo mare magnum di merda italiota? Eppure non l’avete fatto. Non l’abbiamo fatto.

La verità, che vi fa male come una spina sul sedere ogni volta che vi sedete, è che voi – insieme a me – eravate quelli che se c’è una bella giornata si va al mare, se c’è la neve si va a sciare, se c’è un ponte si va a fare il weekend a Praga che tanto non costa niente ed è pieno di gnocca.

Ed è anche per quella verità che siete così incazzati ed urlate contro chi prova a farvi capire che le vostre ragioni (sacrosante ragioni) non sono poi così distanti dalle sue.

Ma come il padre che per vent’anni non cura i propri figli, vi siete svegliati con i figli maggiorenni e sbandati e avete pensato che la soluzione fosse dare sberle a destra e manca, sciorinando saggezza ed esperienza, tanto tenute in letargo.

Dalle mie parti si dice “Porci e figghioli comu i crisci i trovi” (ndr. “maiali e bambini come li allevi li trovi”), tirate voi le conclusioni.

Lo stesso vale per il vostro Capo, Padron, Guida Spirituale. Dove era egli mentre tutto crollava? Non si era forse avvicinato al PD, quando il visionario Fassino (lui si che ha occhio), respingendolo lo invitava a farsi un proprio partito? O erano altri tempi? E il PD di allora non era la stessa feccia di oggi?

Siete responsabili del baratro in cui siamo caduti tanto quanto chi vi ha governato, ma – a differenza di questi ultimi – avete l’aggravante che eravate e siete persone per bene, con buone intenzioni e buona volontà.

Avete tutti la responsabilità di questa italietta grazie ai vostri pensieri, parole, opere e omissioni.

Accendiamo il futuro

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Il diavolo veste griffato, fa slide, è un mago di excel, non arriva a fine mese.

Se hai più amici sul Milano Roma del lunedì mattina che al parchetto, se guardando la TV la sera vorresti allineare i titoli a destra, se accumuli 20 e più ore di straordinari non retribuiti al mese, se porti il pranzo da casa per risparmiare e lo giustifichi come “dieta”, se hai il frigo pieno di buste di bresaola e petti di pollo che almeno mangi proteine nella speranza che ti faccia muscolo perché non hai tempo per andare in palestra, allora sei un giovane italiano in carriera (forse).

In Italia, in un momento storico in cui trovare un impiego è un problema reale, non ci si può permettere di lamentarsi del proprio lavoro. Le analisi macroeconomiche e dell’occupazione parlano chiaro: 18 mesi di fila di contrazione del PIL a fine 2012, trainato anche dalla decrescita europea, perdita di 1,5 milioni di posti di lavoro dal 2007 a oggi e stima di una possibile inversione di tendenza non prima del 2014, sempre che siano attuate riforme, liberalizzazioni, cambiamenti strutturali. E poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata….

Uno scenario poco promettente, in poche parole!

È alzando gli occhi dal Sole24Ore.com per salutare la nonna al telefono che mi scatta una riflessione.

Nonna: “Quando torni a Milano la prossima volta?”

Io: “Venerdì”

Nonna: “Come siete fortunati voi oggi, con tutti questi trasporti per tornare a casa. Io quando mi sono trasferita a Milano negli anni ’60, tornavo a casa una volta l’anno, d’estate, in macchina, quando chiudeva la fabbrica. Mica c’era l’autostrada sugli Appennini…ci mettevamo un giorno intero di guida! Però scrivevo una lettera alla settimana alla mia famiglia! Sai, non c’erano i telefoni!”.

Siamo davvero così sfortunati?

I giovani hanno sempre incontrato difficoltà, nei secoli dei secoli. Se prima eravamo un popolo di emigrati, senza smartphone, aerei e TAV per tornare a casa, al giorno d’oggi siamo una generazione che fatica ad arrivare a fine mese, a farsi valere, a fare carriera, pur godendo di condizioni socio politiche anni luce migliori rispetto al passato. Fuggiamo all’estero, non basta più il Nord delle grandi fabbriche.

Nell’ultimo rapporto del Censis in tema di Welfare si legge che  “I giovani sono una generazione che, sulla paura delle ridotte tutele e di un welfare che non copre i bisogni sociali che più li preoccupano, costruisce una parte importante della propria percezione sociale della vita.”. Il nostro futuro è frenato dal pessimismo, tradotto in parole povere.

Ragazzi, siamo senza speranza? NO!

Siamo la prima generazione che non migliorerà rispetto ai propri genitori? DIPENDE, FORSE ECONOMICAMENTE.

Ma a quando risalgono i tempi d’oro dei giovani italiani? Qualcuno lo sa?

Agli anni ’50 e ’60, con la fame del dopoguerra, le grandi migrazioni, i turni in fabbrica di 15 ore al giorno?

Agli anni di piombo, con la tensione alle stelle e un clima socio politico allarmante?

Agli anni ’80 e ’90, dove tangentopoli corrodeva l’anima politica e industriale, sfociando nel ’92 con uno scandalo che ha fatto tremare Stato, Politica e Privato?

La verità è che nonni e genitori il futuro se lo sono dovuti creare, proprio come noi: questo saper fare è la più grande eredità che ci lasceranno. La capacità di continuare, rinnovarsi, non lasciarsi intimidire.

Ieri c’erano povertà, un Paese distrutto dalla guerra, un bassissimo livello di scolarizzazione.Siamo diventati un Paese industrializzato, abbiamo esportato le nostre eccellenze, siamo seduti al tavolo del G8.

Oggi affrontiamo di nuovo difficoltà enormi, con disoccupazione alta, un mercato del lavoro rigido, una formazione che vede sempre più spesso ridurre gli incentivi e siamo in competizione con i giovani di altri 4 continenti.

Ma abbiamo, dobbiamo avere dalla nostra parte, la voglia di costruire, di non arrenderci, di continuare nonostante tutto, di ricrearci, di insistere per creare le condizioni migliori per il nostro futuro. Seguendo le orme di nonni e genitori.

È sicuramente difficile, può sembrare utopia. Ma è una ricetta necessaria per accenderlo il nostro futuro.

Non saranno le accuse di essere bamboccioni (Padoa Schioppa 2007), l’Italia peggiore perché precaria (Brunetta 2011), sfigati (Martone 2012), choosy (Fornero 2012) e alla ricerca della monotonia del posto fisso (Monti 2012) a scoraggiarci. La visione dei giovani deve essere quella del futuro: se non sono i nostri politici a darci fiducia, dobbiamo farlo noi stessi.

Non avremo mai un posto fisso (è una riforma impostaci), saremo degli sfigati senza pensione (è un’altra riforma impostaci), faremo lavori atipici per ripagare quel debito pubblico che nei decenni precedenti è stato accumulato (non da noi). Ma ce la faremo, forti di quel carisma e di quella volontà che ci caratterizzano da generazioni.

Mi torna in mente il passo di un libro stupendo, un inno alla speranza, un invito a crederci, che ogni giovane dovrebbe leggere: Cosa tiene accese le stelle, di Mario Calabresi.

“Sono arrivato alla fine di un viaggio cominciato per reazione alle lettere che ricevo ogni giorno dai lettori, per il bisogno di capire se il declino e il pessimismo siano una condizione a cui non possiamo più sottrarci, per capire se sotto la superficie della paura o del cinismo esistano ancora energie fresche, speranze di cambiamento e passioni da far emergere. Per rendermi conto se, nonostante il Paese scivoli ogni giorno un po’ più in basso, ci siano conquiste da riconoscere e nostalgie da ridimensionare.

Ho trovato le mie risposte e, nonostante queste due ore di lezione di fisica, dico al Professor Bignami che per me le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio”.

Declino e pessimismo, paura e cinismo sono una minaccia: in questo buio economico non dobbiamo arrenderci, ma guardare al futuro per costruirlo. Lasciamoci guidare dalle stelle, illuminiamo i nostri sogni, procediamo a testa alta. Nonostante le difficoltà e i limiti imposti, per dimostrare che oggi come ieri non ci arrendiamo, nemmeno quando è buio.

Non siamo la generazione della resistenza, non vogliamo essere quella della desistenza, ma saremo quella dell’insistenza nel volere accendere il nostro futuro!

L’Italia non ce la farà! E gli Italiani?

montanelli

Montanelli diceva che l’Italia non ha memoria, che vive nella contemporaneità, senza passato…

Un grandissimo pezzo, una riflessione importante post elettorale.

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10 buoni motivi per andare a votare

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1) Perché è gratis. Per quale motivo fai la fila se regalano t-shirt in discoteca, mentre non dovresti farla quando ti stai regalando una scelta sul tuo futuro?

2) Perché lo fanno tutti. Se compri le Hogan perché van di moda (saranno mica belle?!), puoi anche andare a votare perché lo fanno tutti. È sicuramente una scelta più sensata (lo sarebbe anche comprare un paio di Converse).

3) Perché è un diritto. Abbiamo lottato secoli per poter essere liberi di votare senza distinzioni sociali e di sesso, per eleggere il nostro parlamento, per essere uguali, per poter esprimere il nostro consenso. Esercitiamolo questo diritto, per rispetto di chi in passato si è battuto per noi e di chi oggi è ancora soffocato da dittature, e darebbe qualsiasi cosa per far sentire la sua voce.

4) Perché è una dimostrazione di responsabilità. Nei confronti di te stesso, degli altri, del tuo futuro. Se tanti non vanno a votare, le scelte sono rimesse al volere di pochi. La democrazia è invece l‘espressione del volere di molti.

5) Perché se non voti, non fai un dispetto a nessuno, se non a te stesso per non aver espresso una preferenza. Nelle elezioni politiche, a differenza dei referendum, non c’è un quorum: il tuo astensionismo non penalizza nessuno, favorisce solo gli altri elettori.

5) Perché ti guadagni il diritto di lamentarti. È facile criticare le scelte degli altri…quando si è deciso di non scegliere. Esprimi il tuo volere, perdi, ti lamenti.

6) Perché non sono tutti uguali. Programmi diversi, candidati diversi, intenzioni diverse, storie diverse. Nessuno avrà la bacchetta magica, né soddisferà tutti i nostri bisogni, ma qualcuno di sicuro rispecchierà il nostro pensiero personale meglio di altri. Scegliamo, una volta tanto che ne abbiamo la possibilità!

7) Perché l’ultimo governo è stato tecnico, e quindi ci è stato imposto, nel bene o nel male in base alla libera interpretazione personale. Non vogliamo più imposizioni, vogliamo esprimerci.

8) Personalmente, perché non voglio un altro governo di veline, favori sessuali, festini, battute infelici, prime pagine ironiche del’Economist sul mio Paese. Voto per scegliere di non averlo.

9) Perché è la massima espressione della nostra libertà!

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione

10) Perché partecipiamo al nostro futuro.

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