Una nuova destra

salvini

La nuova destra italiana non e’ una destra berlusconiana: ruffiana e figlia dell’immobilismo della prima Repubblica.

La destra di Berlusconi si e’ dissolta a cause delle sue 1.000 promesse non mantenute: dalla riforma giustizia, all’articolo 18.

Tutte queste riforme le sta provando a fare Renzi, con un sostegno popolare ben largo, similare a quello del primo Berlusconi, a riprova che ormai le persone non votano piu’ un partito ma un’idea chiara di paese (si vedano le ultime Europee).

La nuova destra e’ molto piu’ simile a una Lega nord allargata, senza piu’ il feticcio della difesa della padania, ma con il nuovo mito della difesa del sacro suolo nazionale italiota.

Difendiamoci contro:

  • l’immigrazione in generale che ruba lavoro
  • le politiche europeiste atlantiste e diventiamo i nuovi amici di Putin
  • qualsiasi cosa che il governo promuove, anche se era nel programma della mia coalizione fino a qualche anno fa
  • l’euro
  • etc etc

A destra si parla ben poco di lavoro, quello lo si demanda al governo. A destra non si espongono sulla correttezza o no del job act, probabilmente perche’ sono d’accordo anche loro. Nella nuova destra parlano di valori che colpiscono alla pancia le persone.

Chi e’ l’artefice di tutto questo? Fitto? Qualche resuscitato del PDL? No, Matteo Salvini.

La pancia che si vuole colpire per prendere voti e’ quella delle persone che hanno paura, delle persone poco informate e delle persone che non votano PD perche’ pensano che sia di sinistra e che mai voterebbero M5S perche’ sono un ammasso di comunisti (anche se, ho sempre avuto personalmente l’impressione che un bel manipolo di camerati si nasconda tra di loro).

Forse a destra e’ proprio Salvini ad aver imparato la lezione del M5S: il populismo a prescindere ti fa prendere un bel po’ di voti.

Stimolare la paura del diverso per aver voti e’ una tecnica antica, ma prolifica. Se a questo aggiungiamo l’idea anticasta che la Lega si porta dietro, anche se e’ stata lei al governo con Silvio per tanti anni, Il bacino elettorale e’ piu’ o meno lo stesso di Grillo: persone scontente con poca capacita’ di analisi, che non si rivolgono a sinistra per la protezione dei propri interessi (perche’ non c’e’ nessuno), ma ritornano ad un vecchio fascismo sociale per la protezione del proprio orticello.

Salvini cerca i voti spaventati dei pochi operai rimasti, dei tanti Grillini delusi e dagli irriducibili che PD non lo voterebbero mai.

In tutto questo, l’assenza di una sinistra vera da votare si fa sentire: chi la voterebbe per la difesa dei propri interessi non trova nessuno e allora l’elettore passa sopra a qualche sparata razzista per vedere protetto il suo piccolo mondo.

Anche fratelli d’italia fara’ naturalmente parte del nuovo MSI, che andra’ nascendo sulle ceneri della Lega e di una destra che e’ stata in gran parte assorbita da Renzi.

Aspettiamo tutti che la sinistra, quella vera, ritrovi il modo di organizzarsi e di fare politica in modo sensato, per tornare finalmente a come eravamo abituati: MSI, DC, PC con il M5S che forse avra’ esaurito il suo lascito, perso di qua e di la tra estrema DX ed estrema SX, con un PD destinato a governare per I prossimi lustri: sempre che Renzi non affondi come Berlusconi travolto da troiette di alto bordo e dal non aver mai fatto nulla di concreto.

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Cittadino … sei stato nominato

Nomination

In attesa che abbia inizio (finalmente?) l’edizione 2014 del Grande Fratello,  gli strateghi del Mo-Vi-Mento, GianRoberto e GianBeppe, sempre abili ad intercettare i malumori del popolo sovrano, hanno lanciato le prime nomination dell’anno, le terze della pur breve storia a 5 Stelle.

Dopo la prima nomination di Marino Germano Mastrangeli (aprile 2013), reo di essersi fatto intervistare anche da Cristiano Malgioglio, pratica contraria al primo comandamento delle Giantavole della Legge che Gianroberto ha consegnato a Gianbeppe sul monte Sinai: “Non avrai altro media al di fuori del Blog”; dopo la diaspora di giugno 2013 di ben 6 ex-cittadini, rei di aver proferito giudizi molto poco lusinghieri sul Mo-Vi-Mento, violando quindi il terzo comandamento “Non criticare il nome di Beppe invano”, eccoci alla terza tornata!

I portatori della democrazia dal basso hanno ufficialmente aperto le nuove nomination. Ma a dare la notizia questa volta non è stata la conduttrice Alessia Marcuzzi, bensì direttamente il condottiero, il duce, Gianbeppegrillo dal balcone del suo Blog che affaccia direttamente nelle case dei cittadini.

Eccoli, i nuovi malcapitati, 4 ex-cittadini ufficialmente scomunicati dalla web-assemblea, a cui potrebbero accodarsi in fila indiana (ma qui i Marò non c’entrano) altri 7! Mai tanti cittadini si sono visti in nomination!

Ma di quale grave peccato si saranno mai macchiati questi disgraziati? Hanno forse rubato? Non sembra. Hanno forse millantato lauree e master mai conseguiti? Non sembra (ma aspettiamo). Hanno forse insultato il Re della Repubblica e la Maestra della Camera? Si, ma quello non è un problema.

Nulla di tutto ciò! Hanno messo in discussione il Gianpensiero!

Hanno osato avere opinioni proprie, quando il regolamento a 5 Stelle, da questi firmato in duplice copia, in merito è chiaro: non è ammesso avere pensieri propri, soprattutto se pensieri critici verso il pensiero unico.

Ma qui il nostro lìder màximo, per non apparire né troppo lìder o né troppo màximo, fa un passo indietro e chiama in causa il popolo cittadino, la cittadinanza tutta. Ed è così che 29.883 cittadini hanno la meglio su 13.485 cittadini (ma ancora per poco …) e ratificano l’uscita dalla Casa dei 4 eretici!

Vittoria! Bingo! Il pensiero unico si è affermato!

Intanto, la Direzione del Mo-Vi-Mento – composta da Gianroberto, Gianbeppe e Gianquello-del-GF1 (per chi non avesse lunga memoria: link GF1) – sta pensando di mandare in nomination i 13.485 che avrebbero osato votare contro!

E allora sentiremo tutti la soave voce di Alessia Marcuzzi annunciarci, su un sottofondo carico di suspense: ”Cittadino” – lunga pausa scenica – “sei stato nominato”!

A questo punto mi chiedo, vi chiedo, se questa la dobbiamo chiamare democrazia?

O è forse l’appendice di un Grande Fratello, il Grande Bordello, spettacolo televisivo all’interno del quale i figuranti non hanno mai avuto nessuna importanza, dove l’aspetto geniale è stato quello di portare i telespettatori nelle mutande altrui? Rozzi, ignoranti, nobili decaduti, mediomen, bestemmiatori … ne abbiamo visti di tutti i colori in questi anni. Era proprio necessario trasferire lo show (con tanto di diretta TV streaming) in Parlamento?

Intanto i 4 (forse 11) hanno noleggiato un pullmino della scuola per trasferirsi al Gruppo Misto, dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni (… “questo è l’ombelico del mondooooo”)!

Scurò – Il Grillo berciante

ImmagineOggi in particolare quasi nove milioni di cittadini hanno subìto un’onta insopportabile. Non gli elettori del Cavaliere dimezzato (ma non troppo) di Arcore, non quelli confusi ed infelici del Rottamatore machiavellico.

I cittadini elettori del M5S. Un pugno di loro (quasi 21.000) avevano incaricato il lìder maximo ed i capigruppo di andare all’incontro con Matteo Renzi. La performance è stata drammatica.

Quegli oltre otto milioni di cittadini – insieme agli altri, non meno attoniti – hanno dovuto assistere ad otto minuti di propaganda, spregio della dialettica, assenza di contraddittorio sul merito dei problemi di questo disperato Paese.

Non credo che tutti gli otto milioni trovino che il rimedio al mal governo, all’immobilismo, all’incapacità sia strepitare come fossimo allo stadio.

Da parte del depositario della fiducia di oltre otto milioni di cittadini non è giunta una proposta; un tentativo di inchiodare Renzi all’assunzione di almeno un provvedimento votabile dai Cinque Stelle; dai capigruppo neppure una parola, erano lì come statue di cera a fianco del Dittatore del Megafono.

Solo denigrazione, discredito, insofferenza, tracotanza, rivendicazione di primazia dei propri contenuti, senza però misurarsi sugli stessi.

Perchè il Grillo berciante non ha chiesto al giovanotto “marcio” come intenderebbe riformare il mercato del lavoro per fronteggiare disoccupazione e precariato, esodati e pensionati in affanno?

Perchè lo Stratega del palco non ha chiesto al giovanotto dei poteri forti come e dove taglierà la spesa pubblica per abbattere l’IRAP ed il costo dell’energia per le imprese?

Saprebbe Grillo dirci il perché dei suoi omessi cosa, come, quando?

Prima che il Grillo continui a berciare il suo violento inno al “tanto peggio tanto meglio” fino alla catastrofe bisogna che l’altra politica faccia presto qualcosa di buono.

Prima che sia troppo tardi.

Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

Eppolitica: Tv e media nelle elezioni politiche italiane

elezioni-2013-social-networkQueste ultime elezioni italiane, ci hanno dato parecchi spunti di riflessione.

Oltre ai classici: la legge elettorale è una immondezza e bisogna cambiarla, in parlamento sono finiti degli idioti e cosa farà ora Napolitano, abbiamo una new entry: I nuovi media versus I vecchi media!!

Dei primi punti non voglio parlarne perché sono o troppo noiosi e/o troppo semplici da risolvere. Mi vorrei invece dilungare qualche minuto in più su la vera partita che si è giocata in Italia nelle scorse elezioni. Con tutte le semplificazioni del caso direi che i contendenti erano fondamentalmente quattro:

Il PD – che ha usato i giornali (e qualche programma televisivo)

Il PDL – che ha basato tutta la campagna elettorale sull’uso spansmodico della TV

Il M5S – che ha basato tutto sul web e solo sul web

Monti – un mix fra TV, giornali e settimanali (penso che gli mancasse un’apparizione su donna moderna…)

Certo potrei anche citare i contenuti ma ritengo che siano una cosa minore rispetto  al mezzo usato per distribuirli. Ancora una volta vorrei precisare che stiamo riflettendo su una delle dimensioni del problema e che una moltitudine di chiavi di lettura possono essere aggiunte allo schema di ragionamento.

Inizierei con qualche statistica:

  • 58% delle famiglie italiane ha un pc
  • 54% delle famiglie italiane ha una connessione internet (32 milioni di utenti)
  • 90% degli italiani (da 11 a 74 anni) ha un telefono cellulare ed il 40% ha uno smartphone
  • Circa il 10-15% degli italiani legge il giornale (qui difficile trovare statistiche precise)
  • Direi che il numero di TV per famiglia è comunque molto vicino al 90-100% (anche qui difficile trovare statistiche adeguate)

Quindi se è vero che tutti hanno una TV e che pochi leggono il giornale, moltissimi hanno accesso ad internet (fisso o mobile) con il quale informarsi e a differenza degli altri due primi mezzi di interagire con altri. Un’altra dimensione che vorrei anche che si tenesse a mente è quanto tempo si passa su internet (notizie, ricerche, social media) rispetto a quanto si guarda la TV e si legge un giornale.

Ok, tante belle cose e quindi? Cosa c’entra tutto questo con le elezioni? Beh forse nulla niente, forse tantissimo. Vediamo se riesco a provare a capire un po il fenomeno.

Berlusconi per garantire ai suoi di prendere il 30% dei voti e’ bastato usare massivamente la TV. Super presenzialista con qualche slogan da uomo di marketing (vi restituisco l’IMU e piu pelu per tutti) e’ riuscito a mobilizzare tutti quelli che avrebbero votato Renzi se il PD gliene avesse dato la possibilità.

Grillo ha invece usato la rete. Non ha dovuto fare granché a pensarci bene. Ha creato una piattaforma sul quale diffondere informazioni avere dei dibattiti e presentare proposte (m  quanto e’ simile a facebook questa cosa….). Non solo ha parlato lui, ma hanno “bloggato” in migliaia e fra loro udite udite anche qualche esperto di fama internazionale (gli stessi che il PD ed il PDL non hanno nessuna credibilità per poterli attrarre).

Bersani e Monti hanno invece usato un po di TV e fondamentalmente mobilitato I giornali. Direi che mi sembra abbastanza accurato dire che i giornali (quelli non di Silvio) erano equamente ripartiti fra lui e Monti.

Ma allora cosa e’ successo? Direi che molto grossolanamente questo è il riassunto:

  • Gli italiani che guardano la TV voglio messaggi semplici (direi banali) facili da capire e che non hanno bisogno ne di approfondimento ne di contro verifiche (i.e. IMU)
  • Gli italiani che navigano su internet stavolta si sono mobilitati ed hanno in grossa parte (o tutti) votato il M5S.
  • Pochi italiani leggono i giornali ed ancora meno si fanno influenzare da loro.

Risultato: Bersani e Monti hanno sostanzialmente parlato sono ai loro elettori, Berlusconi e Grillo hanno parlato al Paese.

Spendiamo due parole aggiuntive su Grillo ed il M5S. Grillo (oramai sempre meno comico) ha pochissimo di politico ma dalla sua ha una enorme capacità di leadership. Vorrei ricordare che in più di una occasione ha portato in piazza più di un milione di persone, numeri che i sindacati si sognano. Ma la cosa che davvero lo distingue e’ che,  a differenza dell’altro “grande” leader in Italia, lui  non lo ha fatto (almeno non che io sia riuscito a percepirlo) per cercare di mantenere la sua posizione di privilegio ma lo ha fatto perchè (almeno credo) e’ un cittadino libero con delle opinioni, al quale piace informarsi e dibattere su qualsiasi tema. Ovviamente questo e’ il modello che rappresenta internet e chi lo usa per cui il suo 25% ci dovrebbe stupire molto poco.

Curioso di sentire le vostre opinioni a riguardo…

Sources: http://www.newmediatrendwatch.com/markets-by-country/10-europe/70-italy, Wikipedia, http://www.newspaperinnovation.com/index.php/2011/05/16/circulation-readership-in-italy/,

Postato per Stefano

Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

Elezioni 2013: Alea iacta est

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La lettera di un nostro lettore sulle Elezioni politiche 2013

Sono uno di quei trentenni generalmente poco interessati alla vita politica. Nel corso degli anni ho sempre pensato che se mandi a Roma delle persone a rappresentarti pagandoli profumatamente e dando loro privilegi para-feudali poi questi signori devono lavorare senza chiederti ulteriore attenzione. Se paghi l’idraulico per aggiustarti il lavandino non esiste che poi devi metterti tu a cambiarti i tubi perché lui non lo fa.

In aggiunta, visti gli ultimi (almeno) dieci anni della vita politica dell’italica nazione, ho perso pure il gusto per il momento della delega, non esercitando il famigerato diritto-dovere con le scuse più fantasiose (devo lavorare/mal di gola/weekend al mare/c’è la motogp/etc.).

Questa volta però è stato diverso. Ho sentito qualcosa che mi ha spinto a prendere un treno e tornare sotto la Lanterna (Genova, ndr) esclusivamente per contribuire a definire il futuro del nostro Paese.

Ho votato Fermare il Declino, in maniera convinta e non turandomi il naso. Mi è piaciuto il programma, bella la campagna elettorale, bello il modo di reagire al mini-casino di Giannino (sta cosa del master oggettivamente è una cavolata rispetto a quello a cui siamo abituati). Questa è la mia idea, ma ci sono buone ragioni che possono portare a votare (quasi) tutti i partiti in lizza. Tanto probabilmente il quadro politico che uscirà da queste elezioni sará così instabile che dovranno fare qualche Grosse Koalition oppure si dovrà tornare alle urne tra sei mesi.

Il punto però non è questo. Sinceramente che vinca uno della triade Berlusconi-Monti-Bersani piuttosto che si attui la rivolta della società civile con Grillo, Ingroia o Fare a me, personalmente, non importa.

Nessuno di questi ha la bacchetta magica per risolvere il grande casino in cui ci troviamo. Se parti da Milano e vai a Venezia in autostrada vedi che un capannone ogni tre o quattro è in vendita o cerca affittuari. A Genova chiudono i battenti qualcosa come 30 imprese al GIORNO. Ho amici che fanno tre lavori per portare a casa uno stipendio cumulato che non si avvicina by far a quello che i loro studi lasciavano ragionevolmente presupporre. Conosco gente che deve rimandare il matrimonio perchè non riesce ad ottenere un mutuo per la casa o a pagare un affitto per un focolare di dimensiono “familiari”.

A me sembrano cose inaudite, non me ne frega un cazzo se Giannino è un “dadaista” e si inventa le lauree (sempre che poi non ci faccia i concorsi con sta balla), se MPS è del PD o se quella la è la nipote di Mubarack o no. Qui siamo nella merda fino alle narici, quella vera che puzza. Per mettere la situazione in sicurezza ci vogliono 15 anni di LAVORO, perchè bisogna cambiare pezzi dello Stato che sono incrostati da decenni. Chiunque vada su deve L-A-V-O-R-A-R-E davvero stavolta.

Detto questo, il cambiamento deve iniziare da noi, che dobbiamo imparare a stare addosso ai “cari” rappresentanti. Chiunque di noi, se potesse guadagnare un sacco, essere trattato come un maraja e non lavorare un solo giorno all’anno farebbe qualsiasi cosa per mantenere il proprio status. Non diciamo cazzate, anche io andrei subito a Roma ad attaccarmi alla greppia come fanno gli altri da cinquant’anni e chi dice “io no!” proprio intellettualmente onesto non lo è. Quindi un po’ di interesse per la Res Publica se lo deve far venire anche chi come me si preoccupa solo del suo particulare, stando in campana per vedere se chi ci amministra fa effettivamente quello per cui è stato chiamato e pagato. Non si può più fare come chi non segue il calcio ma nel mese dei mondiali sputa sentenze sul modulo della nazionale, altrimenti finisce che usciamo al girone eliminatorio. Ho iniziato oggi, sparandomi 4 ore di treno solo per votare. Credo lo stiano facendo molti altri visto che per la prima volta ho fatto coda al seggio.

Già siamo la prima generazione ad essere meno ricca delle precedenti, cerchiamo di non essere anche la più tonta..

Per ora non ci resta che aspettare, staremo a vedere.

Cordialitá.

Io voto Grillo

ImmagineLa campagna elettorale e’ finita, adesso e’ tempo delle dichiarazioni di voto. Se ti rivedi in questo articolo, condividilo per convincere i tuoi amici ancora indecisi o per farne nascere un dibattito. Se non sei d’accordo commentalo. Stimoliamo il confronto.

Io voto Grillo …

  1. Perché ha attraversatolo stretto di Messina a nuoto, a dimostrazione che per l’Italia si sacrifica, ed è determinato nel raggiungere gli obiettivi. Non simula di essere un presidente operaio mettendo un elmetto: va a prendersi la sicilia a nuoto. Se dice una cosa, la fa!
  2. Perché ha colpito il cuore della gente parlando dalle piazze, sfuggendo ai giornali, dimostrando come dal popolo partono le idee ed è al popolo che devono tornare i frutti;
  3. Perché ha rifiutato, seppur genovese, i rimborsi elettorali, a dimostrazione che la politica non è un business ma un interesse comune!
  4. Perché ha una montagna di capelli!
  5. Perché dice un sacco di parolacce, non si è piegato alle convenzioni della politica italiota e non indossa la cravatta!!!;
  6. Perché dietro tanto ardore ci sono anni di delusioni della politica italiota!!!
  7. Perché con lui finirebbero tutti i privilegi di una casta di maneggioni, finanzieri, Batman & Co.
  8. Perché ha tutti contro e “Tutti” sono quelli che hanno ridotto il paese in questo stato …
  9. Perché si porta dietro tanti sconosciuti, come me, come voi!
  10. Perché ho sentito il boato di piazza Duomo al suo arrivo e non c’erano i Rolling Stones!!!

Leggi il programma cliccando qui 

Autodafé e le 5 C

basta_non_voto_NUna preghiera che nasce dall’analisi del 2012 della politica Italiana e l’astensionismo Siciliano

Eccomi. Sono Alessandro. Sono il terzo. Sono un 29enne che vive a Londra da più 2 anni, e che fra studio e lavoro ha vissuto a Milano, Barcellona, Istanbul, Roma, Parma, Melbourne e Parigi. Sono Siciliano, un Siciliano inquieto e vi scrivo da Palermo, dove ritorno a ricaricare le batterie, quando il fish and chips mi sfianca e ho bisogno di sole, vitamina C e iodio.

Scrivo per fare un autodafé del 2012, dando una personale lettura dell’astensionismo in Sicilia nel 2012.  Come tutti gli autodafé anche questo è composto da:

(i)           Una messa (in metafora un breve excursus dei fatti del 2012 e dell’astensionismo in Sicilia)

(ii)          Una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza (in metafora l’identificazione delle cause)

(iii)         Ed infine una preghiera per il 2013.

A differenza degli autodafé dell’Inquisizione Spagnola, lo scopo non è né la tortura né l’esecuzione al rogo di nessun partito o esponente politico. L’obiettivo unico è piuttosto in una prospettiva apolitica e in chiave ironica e provocatoria di proporre il rogo e la tortura degli Italioti e della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Italiani.

La Messa

All’alba del 2013 molteplici fonti d’informazione compilano bilanci dei fatti del 2012, con Google Zeitgeist in testa. Si torna indietro per un attimo sul 2012 prima di archiviarlo nella cantina delle nostre memorie storiche sempre più povere nonostante i miliardi di terabytes fra clouds e servers installati in giro per il mondo.

Fermatevi. Fermatevi per un attimo a pensare agli eventi del 2012. Pensate a cosa vi direbbe il vostro pc torturato ogni mattina dalla lettura del Corriere.it, della Repubblica, Il Giornale, Financial times, The Guardian, The Telegraph, Sole24ore e altri.

Il 2012 è stato l’anno del governo Monti e di suo nipote chiamato Spread all’asilo. E’ stato l’anno della riforma pensionistica, del decreto liberalizzazioni Monti, dell’IMU, della spending review, dell’accorpamento delle province, della riforma del lavoro e dell’articolo 18 e degli esodati. E’ stato l’anno in cui il posto fisso per tutta la vita è stato definito monotono, delle lacrime della Fornero e dell’invito a non essere “choosy” proprio a pochi mesi della morte di chi ci invitava a “Stay Hungry and Stay Foolish”. E’ stato l’anno degli scandali. Dalla Lega Nord a Fiorito, Lusi e Belsito, dalla Sanità nella Regione Lombardia alla Polverini per la Regione Lazio: tutto in un anno.

E’ stato l’anno delle dimissioni di Monti non più supportato dal Pdl, la proposta di Berlusconi a Monti di guidare il centro-destra alle elezioni ed il successivo ping-pong di battute fra il Professore e l’Imprenditore. Mentre il primo si propone a guida di un’alleanza di centro con l’Agenda Monti, il secondo ribatte secco punto su punto fra D’Urso e Giletti (che si riscoprono giornalisti) ed annuncia la sua nuova fiamma, mentre si accinge a pagare 100.000 euro al giorno alla sua ex-moglie. E infine i magistrati anti-mafia Ingroia e Grasso ingrossano le file di chi scende o sale in politica. Con zampone e lenticchie, tutto sembra essere culminato nella formazione almeno embrionale degli schieramenti politici per l’elezioni politiche del 2013 e dei piani di back-up con acquisti di case e resorts bipartisan tutti rigorosamente a Malindi in Kenya, la nuova Costa Smeralda lontana dai lidi italiani.

Insomma si apre davanti a noi un panorama fra caos, assurdità ed il tipico colore velatamente folkloristico della politica italiana.

E’ stato un anno in cui il girone infernale degli italioti si è affollato sempre di più. E’ stato il trionfo dell’inequivocabile disaffezione degli italiani alla politica e della quasi totale perdita di tolleranza per l’attuale classe politica.

E’ stato l’anno del boom del Movimento Cinque Stelle, dell’impeto rottamatore di Matteo Renzi e del trionfo dell’astensionismo nelle elezioni amministrative in Sicilia.

E’ proprio su quest’ultimo fenomeno che voglio concludere “la messa” prima di proseguire con “la processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza”.

Negli ultimi 11 anni in Sicilia si è votato quattro volte per eleggere il Presidente e l’assemblea regionale. In tre occasioni si è votato nella sola giornata di domenica: (i) maggio 2001; (ii) maggio 2006 e (iii) ottobre 2012. Si votò anche nell’aprile 2008, ma in due giornate e in concomitanza con le elezioni politiche. Per evitare distorsioni, non considereremmo quest’ultima elezione nella nostra analisi dell’astensionismo in Sicilia.

Considerando le tre occasioni di cui sopra si assiste ad un crollo dei votanti in percentuale sugli aventi diritto: da 63,47% del maggio 2001, a 59,16% nel maggio 2006 fino al 47,42% dell’ottobre 2012. A prescindere dell’esito politico delle consultazioni, solo circa 2 milioni di elettori sono andati alle urne sui 4,3 milioni di aventi diritto.

Ci sono quindi 2,3 milioni di Italioti in Sicilia? Quali sono le cause dell’astensionismo?

La processione pubblica dei colpevoli e della loro sentenza

 

L’astensionismo siciliano e quel -16% di elettori alle urne (Vs. 2001) è stato da molti definito un giallo, quindi al di là della provocazione è lungi da me processare dei colpevoli e trarre delle sentenze. Quel che farò è analizzare possibili cause in forma di ipotesi tutte fra loro connesse e a volte parzialmente sovrapposte e chiedervi di testare, criticare, dibattere ed arricchire queste parole.

(i)           L’ipotesi del “Non voto, non sento e non parlo”. Mafia è la prima parola associata alla Sicilia per molti in Italia ed all’estero, quindi è un’ipotesi che va smarcata subito. Questa ipotesi legherebbe il fenomeno dell’astensionismo all’affiliazione mafiosa. Se ne fa portavoce Antonio Ingroia che sostiene la plausibilità dell’astensionismo del voto di mafia, e che questo possa essere un avvertimento ‘politico’ ai possibili interlocutori. Senza fare riferimenti a partiti, Ingroia sostiene che questo possa creare premesse per nuovi discorsi ed eventualmente nuovi patti a Mafiopolis. Avvalla quest’ipotesi anche l’Espresso che pubblica un interessante dato. Su 7.050 detenuti nell’Isola avrebbero votato solo in 46 e si tratta di carcerati comuni e non di mafia. Cosa strana è. Visto che in carcere si è sempre votato. In ogni caso questo spiegherebbe solo circa lo 0,2% degli astenuti, ma potrebbe essere la punta di un iceberg.

(ii)          L’ipotesi del “un minni futti chiù nenti” (I don’t care anymore). Questa ipotesi proviene dal New York Times dall’articolo di Elisabetta Povoledo che attribuisce l’astensionismo nelle elezioni regionali in Sicilia come un segnale inequivocabile della disaffezione degli italiani per la classe politica. Prosegue inoltre commentando che la bassa affluenza alle urne e il successo del movimento di protesta suggerisce che la tolleranza degli italiani verso la classe politica è crollata.

(iii)        L’ipotesi del “no, io non posso scendere”. Strettamente collegata con l’ipotesi di cui sopra, l’ipotesi del “no, io non posso scendere” si riferisce all’impossibilità per ragioni economiche dei siciliani lavoratori fuori sede a rientrare in Sicilia per le elezioni. Il fenomeno dell’emigrazione informale dalla Sicilia coinvolge tutti quelli che lavorano in altre città d’Italia o estere e che formalmente sono ancora residenti in Sicilia. La magnitudo di questo fenomeno è difficile da quantificare, ma facilissima da percepire se vi trovaste per le vie del centro storico a Palermo in un qualunque sabato dell’anno e in un weekend durante le feste natalizie. In quest’ultimo caso vi trovereste travolti da un fiume di ragazzi 20-35enni che vivono altrove e che guadagnano fuori dalla Sicilia. 200€ di biglietto aereo per votare? “No, io non posso scendere”. E non mi riferisco allo scendere in politica, ma allo “scendere in Sicilia” – Sicilianismo, inteso come andare a Sud.

(iv)        Fattore Gattopardo. Chi crede che i Siciliani siano in maggioranza degli Italioti crede nel cosiddetto fattore Gattopardo, ovvero che il popolo Siciliano è un popolo abituato ad essere colonia che non avendo riconosciuto un potenziale leader esterno sulla propria scheda elettorale si è astenuto dalla scelta. Un vero e proprio popolo di Italioti come definito dalle parole di Tomasi di Lampedusa: ”In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “la”; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.

 

Che una, questa o un’altra ipotesi qui non elencata prevalga, il dato dell’astensionismo rimane allarmante. I colpevoli non sono solo gli astenuti, ma anche tutti coloro che hanno smesso di credere che si può cambiare, che si può risalire la china della crisi, che il nostro voto è importante e che è un dovere e non solo un diritto.

Il vero colpevole è in ognuno di noi e nel nostro essere Italioti. Per chiudere il processo quindi, mi sento in dovere di proporre la tortura e di porre al rogo della parte di noi stessi che rende opaca e asfittica la bellezza del nostro essere Siciliani ed Italiani.

 

La preghiera

L’ultimo passo del nostro cerimoniale è arrivato. Mentre le fiamme avvolgono “l’Italiota che c’è in noi”, è tempo di rivolgere una preghiera per il 2013 non ad un’entità terza e aliena dalle cose del mondo fisico, ma ad ognuno di noi.

5 C per il 2013:

La mia è una preghiera a Credere. A credere nel cambiamento, nel miglioramento, nella possibilità di migliorare l’Italia al di là della vostra collocazione politica.

Siate Coscienti ovunque vi troviate della realtà delle cose in Italia, ad essere aggiornati e a leggere le notizie in maniera critica e costruttiva al di là dei punti di vista politici.

E’ un invito al Commitment. Al fare. Ad impegnarsi e ad andare a votare. Votare come espressione di un diritto e di un dovere.

Siate Coerenti con voi stessi e trasformate il vostro disappunto per la situazione attuale in una forza per il cambiamento e miglioramento futuro.

Infine, miei cari, siate Contenti di essere Siciliani, siate contenti di essere Italiani.

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