The Matthew Renzi Experience

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Era l’autunno del 2011 quando Justin Timberlake si fece fotografare nei panni di Presidente degli Stati Uniti, per la promozione di un dimenticabile film con Amanda Seyfried. In quello stesso periodo dichiarò che la pausa che si prendeva dal mondo discografico sarebbe proseguita a tempo indeterminato.

Quasi due anni sono trascorsi, l’attore è tornato a cantare e a vendere come se non fosse passata una settimana – un giorno qualcuno dovrà pur scrivere un saggio sul perché a dominare il mondo sono rimasti solo i Justin, da Vernon a Bieber. Nel frattempo dall’altro lato dell’oceano, nelle province dell’impero, un sindaco aspirante leader proclamantesi sindaco è alle ennesime prove tecniche di guida del partito, o quel che resta di esso. Non si concia tuttavia da leader del mondo libero, bensì da biker del mondo occidentale.

In apparente contrasto con l’americano che canta Suit And Tie, l’inno della giacca e della cravatta, il Matthew Renzi del 2012 diventa Fonzie, l’uomo che non deve chiedere scusa, in una giacca di pelle che per quanto ne sappiamo potrebbe essere firmata Diesel – non foss’altro perché Renzo Rosso  già fu arbiter elegantiarum di Roberto Formigoni.

Due uomini di spettacolo in apparenza così diversi, l’uno il negativo dell’altro, eppure dal percorso così simile.

Occorre ricordare infatti che Justin Timberlake iniziò la propria carriera in quella fabbrica di talento che era il Mickey Mouse Club, a metà degli anni ’90, proprio quando il Matthew comprava le vocali alla Ruota della Fortuna di Mike. D’altronde, il piglio televisivo è qualcosa di innato, non importa se sei nato in Florida o a Rignano.

Ma il successo arriva dopo, in una band di giovanotti che infiammano i cuori della gente teledipendente, gli ‘N Sync per l’uno e il tridente Renzi-Civati-Serracchiani per l’altro. Quando le boyband si sciolgono, è sempre dura dover scegliere su chi puntare. C’è chi scommette su Robbie Williams, chi su Pippo Civati, e non tutti possono vincere.

Chi ha scelto di seguire Justin dal primo giorno ci ha visto lungo. Lo scorso marzo infatti, a soli 31 anni, Timberlake è entrato nella ristretta cerchia dei 5 timers, gli ospiti che hanno presentato per almeno cinque volte il Saturday Night Live, un’istituzione per la televisione americana e un’icona per il mondo dell’intrattenimento. Il Matthew purtroppo in questo non può competere. Nelle sue 5 apparizioni alle Invasioni Barbariche ha pur sempre dimostrato di avere i tempi giusti, ma non ha mai potuto contare su spalle comiche più a fuoco di Daria Bignardi.

Tuttavia il vero capolavoro di carisma del cantante americano sta nelle sue partecipazioni estemporanee allo show notturno di Jimmy Fallon, in cui si diletta a ripercorrere la storia del rap sulle basi gentilmente offerte da The Roots.  All’ultimo giro il conduttore e l’ospite hanno riproposto tra le altre tracce anche Lose Yourself di Eminem, il rapper che dieci anni fa poteva permettersi il lusso di umiliare a parole e a video le popstar teenager senz’anima. Ma, si sa, la vendetta è un piatto che va gustato freddo; come nella tradizione fiorentina JT guarda e passa e, nel 2013, si fa disinvolto interprete di un “Ma ve lo ricordate quando pensavamo che Eminem contasse qualcosa?”. Fatte le dovute proporzioni, MR si sta godendo in egual misura le settimane in cui gli antichi avversari interni lo definiscono una risorsa e gli permettono di fare l’Harlem Shake sul PD.

Justin Timberlake non è il miglior cantante in circolazione, ma in The 20/20 Experience offre una musica pop ben ancorata al presente, più che al futuro, reinterpreta senza rottamare suoni retrò che una produzione orchestrale gli permette di manipolare. In bilico tra fiati, archi e digitale, porta a casa il risultato a colpi di falsetto. Quest’estate sarà in tour con Jay Z e sarà uno spettacolo.

Il Matthew non è il miglior politico in circolazione, ma nell’esperienza 20/13 corre dietro alla cultura popolare di ieri e di oggi, forse ha anche smesso di rottamare. In bilico tra DC e online, risolve l’impasse con la battuta. Questa primavera è stato ospite di Maria De Filippi ed è stato glorioso.

Renzi come Fonzie insegue il miraggio del mainstream, a pochi centimetri dal salto dello squalo. Vuole comunicare con tutti a vari livelli, parlare ai giovani e ai fan degli anni ’90, mescolare alto e basso, Dick In A Box e Let The Groove Get In. Justin Timberlake è stato abbastanza umile e intelligente da saper mescolare carte e incrociare carriere in modo credibile. Il Matthew farà lo stesso.

Forse funzionerà. D’altro canto, tra chi vuole incoronare Justin Bieber a padrone dell’universo e chi Beppe Grillo, esisterà pure un’alternativa.

Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

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