Siamo tornati: la rinascita italiota!

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Cari amici Italioti che ci seguite e ci leggete da quasi due anni (!), eccoci nuovamente ai banchi di partenza.

Siamo tornati, armati di penna e taccuino, carichi di entusiasmo e voglia di raccontarvi il mondo in cui viviamo, quello che più ci piace e quello che più ci fa incazzare, quello di cui essere fieri e quello che ci fa vergognare in giro per paesi vicini e lontani.

Siamo tornati per discutere insieme a voi del mondo Italiota, dalla politica allo sport, dalla cultura alla cronaca, da Lampedusa a Bolzano.

Siamo tornati per narrare le gesta eroiche di capitani di coraggiosi e furbi contrabbandieri, di scafisti e Schittini, di esodati e venditori di fumo.

Siamo tornati per contribuire – nel nostro piccolo – a risvegliare le coscienze, troppo a lungo assopite da un sistema che ne ha approfittato.

Siamo tornati per denunciare il malcostume, le false promesse, le ingiustizie, le ipocrisie di cui siamo stati nutriti e con cui ogni giorno andiamo a braccetto.

Siamo tornati per raccontare il coraggio di madri, imprenditori, preti, pendolari e professori.

Siamo tornati perché ci siamo arenati e perché siamo anche noi un po’ italioti

Siamo tornati … e mo so cazzi vostri.

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Scurò – Il Grillo berciante

ImmagineOggi in particolare quasi nove milioni di cittadini hanno subìto un’onta insopportabile. Non gli elettori del Cavaliere dimezzato (ma non troppo) di Arcore, non quelli confusi ed infelici del Rottamatore machiavellico.

I cittadini elettori del M5S. Un pugno di loro (quasi 21.000) avevano incaricato il lìder maximo ed i capigruppo di andare all’incontro con Matteo Renzi. La performance è stata drammatica.

Quegli oltre otto milioni di cittadini – insieme agli altri, non meno attoniti – hanno dovuto assistere ad otto minuti di propaganda, spregio della dialettica, assenza di contraddittorio sul merito dei problemi di questo disperato Paese.

Non credo che tutti gli otto milioni trovino che il rimedio al mal governo, all’immobilismo, all’incapacità sia strepitare come fossimo allo stadio.

Da parte del depositario della fiducia di oltre otto milioni di cittadini non è giunta una proposta; un tentativo di inchiodare Renzi all’assunzione di almeno un provvedimento votabile dai Cinque Stelle; dai capigruppo neppure una parola, erano lì come statue di cera a fianco del Dittatore del Megafono.

Solo denigrazione, discredito, insofferenza, tracotanza, rivendicazione di primazia dei propri contenuti, senza però misurarsi sugli stessi.

Perchè il Grillo berciante non ha chiesto al giovanotto “marcio” come intenderebbe riformare il mercato del lavoro per fronteggiare disoccupazione e precariato, esodati e pensionati in affanno?

Perchè lo Stratega del palco non ha chiesto al giovanotto dei poteri forti come e dove taglierà la spesa pubblica per abbattere l’IRAP ed il costo dell’energia per le imprese?

Saprebbe Grillo dirci il perché dei suoi omessi cosa, come, quando?

Prima che il Grillo continui a berciare il suo violento inno al “tanto peggio tanto meglio” fino alla catastrofe bisogna che l’altra politica faccia presto qualcosa di buono.

Prima che sia troppo tardi.

Scurò – Siamo in una Barca “scurdata”?

Lo sfogo dell’alto dirigente ministeriale e politico dem Fabrizio Barca al Nichi Vendola perfidamente mandato sulle frequenze di Radio 24 rappresenta sicuramente uno stato d’animo condiviso, in parte condivisibile.

Sennonché da parte di un ex Ministro tra i più competenti e produttivi del governo Monti, che sembrava volersi candidare ad una ricostruzione ab imis del Partito Democratico, alto dirigente ministeriale, ci si aspetterebbe una reazione diversa al riferito “forcing” per  l’assunzione del gravoso impegno della conduzione del Ministero chiave.

Non certamente quello di schermirsi dando del “fuori di testa”, additando i “paron”, denunciando avventurismo, invocando umanità (ma poi per chi, per Letta?Non importa).

Homo Faber sui destini, dottor Barca. A meno che  Faber, il dirigente “de’ sinistri”, preferisca anziché contribuire ad un destino buono per il suo Paese prefigurarsi la deriva della”varca scurdata” Italia, vale a dire di quella barca equipaggiata in maniera scoordinata che procede apparentemente senza rotta, perdendo pezzi da tutti i lati, e non per colpa di un mare agitato. Mare, quello Nostrum, per di più assai procelloso…

Il J’Accuse (seppur estorto con una odiosa burla) pone una questione politico-linguistica sostanziale: da una parte l’esortazione latina, dall’altra la potenza fatalista dell’idioma siculo. E la frase di congiunzione tra le sponde, Nomen Omen, sottesa al ragionamento di Fabrizio Barca, non è certo rassicurante.

La mossa del rottamatore machiavellico è stata avventata, rischiosa, forse incosciente? I fatti delle prossime settimane si incaricheranno di darcene conferma o smentita. Resta il fatto che la barca italiana non aveva un nocchiero di polso, la plancia era invasa da carte nautiche confuse e frammentarie, la tempesta è sempre dietro lo scoglio da aggirare.

In mezzo al mare c’è l’Italia, che come sappiamo dalle scuole elementari, è una penisola, non un’isola (da contemplare mestamente alla deriva).

Nuovo Cinema Paradiso – La mafia si uccide (non solo ma anche) con una risata

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La mafia uccide solo d’estate in un inverno della coscienza civica di letargo della legalità lungo almeno mezzo secolo.

L’amore che si dichiara in un cimitero: l’amore acerbo per la propria terra, l’amore inquinato dall’ignavia,  da un colpevole torpore della sopraffazione, da una connivenza silenziosa che come il carbone “si nun tince mascarìa” interi ventricoli della città.

La morte che insanguina la terra con i suoi martiri dando adito in ogni angolo di strada ad una lapide di un immaginario cimitero dei giusti.

Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) con la consueta aria apparentemente scanzonata e con la immancabile posa stralunata con la sua opera prima ha messo in scena una parodia sulla Mafia che sembra raccogliere il testimone da Marco Tullio Giordana che con “I cento passi” ha raccontato la Mafiopoli di Peppino Impastato dileggiata sulle frequenze di Radio Out, a Cinisi e dintorni.

Pif non vuole ergersi a moralista, atteggiarsi a documentarista nè vuole banalizzare la tragicità del quindicennio che ha visto il più alto numero di morti in assenza di una guerra convenzionale: vuole dare rappresentanza ironica, mai troppo impietosa a quella immensa terra di mezzo tra le due trincee, quella dell’Antimafia di indagini ed arresti e quella di stragi e malaffare.

A Tano Seduto (Gaetano Badalamenti) si succede u’ Zu’ Giulio (Andreotti), l’onorevole amico degli amici che irrompe nella vita del piccolo Arturo per il merito di avergli saputo dare dallo schermo di una TV una risposta alla domanda della vita (come dichiarare il proprio amore ad una donna) mentre il padre si era schermito celandosi dietro una sorta di omertà dei prori sentimenti.

Arturo – ovvero il bambino che è stato o che è in Pif – incarna il cittadino bisognoso di risposte primarie (e non) alle proprie esigenze vitali (l’amore, il lavoro) e per questo si lascia irretire dall’onorevole Andreotti al punto da costruirne un mito paradossale.

Mito paradossale che fermenta nel brodo di coltura della ignavia, indifferenza, della paura, della connivenza, della collusione.

La mafia è come i cani, non devi dargli fastidio” risponderà il padre ad Arturo  che gli domanda se c’è da aver paura della mafia; e poi, “uccide solo d’estate, noi siamo in inverno”. Già un inverno della coscienza lunghissimo che irrigidisce i sensi al punto da braccare ogni reazione alla violenza che uccide nei bar, per strada, in autostrada.

Soltanto l’uccisione del Prefetto, inviato in una Palermo patibolare a combatter la mafia malgrado Andreotti ritenesse che “l’emergenza criminalità riguarda la Campania e la Calabria” imprimerà una svolta al “fanciullino” provocando qualche prima reazione della coscienza civica lungamente anestetizzata.

Non era il generale Dalla Chiesa ad aver “sbagliato regione” come diceva Andreotti ma Arturo ad avere sbagliato domanda e a non aver verificato le sue “fonti” di piccolo giornalista per un mese dell’immaginario “Giornale di Palermo”.

Sorprendentemente Arturo farà suo principio di vita la boutade  dell’onorevole presidente Andreotti pronunciata con il consueto cinismo qualche giorno dopo la celebrazione delle esequie del Prefetto “che aveva sbagliato regione”,  a suggello della sua assenza al funerale: “preferisco andare ai battesimi”.

E così, dopo aver toccato quasi il fondo della pochezza morale di una vita fatta di espedienti a forte rischio di contaminazione con l’ambiente mascariato di mafia e malaffare messo in scena in uno squallido “bonsuar” della dignità umana, la coscienza di Arturo – questa volta emblema di una coscienza legalitaria ridestatasi dal lungo letargo dell’inverno mafioso – deflagra – sull’onda delle deflagrazioni vere e drammatiche di Capaci e via D’Amelio – andando incontro al battesimo suo, di Flora (la ragazza che ha sempre amato sin da bambino) e di suo figlio in una società che vuole essere non eroica ma normalmente alimentata dal fresco profumo di libertà e non soffocata dal puzzo del compromesso morale.

Alla “montagna di merda” della mafia non può che preferirsi  l’iris con la crema di ricotta al forno del vice questore capo Boris Giuliano.Immagine

Dubbio made in Italy

“Non c’è più morale, Contessa”

l-italia-cafonal-di-paolo-sorrentino-107758Tra una globalizzazione economica e un passaggio incompleto alla seconda Repubblica, l’italiano medio si è trovato ad incarnare una curiosa categoria sociologica, che qui chiamerò convenzionalmente “il cialtrone borghese”. Eccone una tipica rappresentazione, nella sua versione capitolina.

20 dicembre, ore 8.00, una nervosa coppia di colleghi – un concentrato di gel per capelli, completi inamidati e cravatte a righe coperti da due camici, coperti a da due woolrich nuovi di pacca – si affaccia al bancone del bar dell’ospedale:

 (Cafoni Borghesi: CB1 e CB2; Barista: B)

CB1: “Un latte macchiato e un caffè, grazieggì.”

B: “Arrivano!”

CB1: “..stav’a dì, sivvoi sento Nino, guarda che mò co sti tassi agevolati…”

CB2 a voce più bassa e avvicinando l’orecchio dell’amico con una mano sul suo braccio, l’altra impegnata a recuperare il dolcificante: “Bono che c’è quello de reumatologia…nun te fa sentì. E poi nun so io, è Cinzia ch’insiste. Sta cazzo de casa ar mare. Già m’ha sbroccato che domenica ho portato a mi padre la cassa de sciampagn’ e i due prosciutti che m’hanno mannato i pazienti”

CB1 incurante delle raccomandazioni di discrezione dell’amico: “ Aho fa’mpò come te pare, però me sa che co’ Cinzia devi sta bono, che già che nun t’ha cacciato de casa…”

CB2: “Ahò, mo pure te? ma porcoddue…na vorta, oh, …poi quella da quanno è nato er pupo s’è lasciata annà, nun se trucca più…e sta tipa poi, ha fatto tutto lei, m’ha cercato su feisbuc, s’è fatta spostà a radiologia da noi …e poi cazzo oh, ma te l’ho fatta vede che è?!”

CB1: “Io nun è che te sto a dì gnente, e come n’te capisco Cì? Però pure lì, è che te nun m’hai dato retta…bastava nun salvà il contatto, nun postà status telefonatissimi che ce stavi a annà a fa roba…vabbè comunque mò è annata. E ringraziaddio che Cinzia nun l’ha detto a tu madre”

CB2 ormai preso dalla questione, ignora il tono di voce e inizia a gesticolare visibilmente. Il dialogo raccoglie l’interesse di un nutrito pubblico, a cominciare dal tizio di radiologia: “Ah, perché nun ce lo sai? La madre de Cinzia ha chiamato mi madre, quaaasocerademmerda. Ah, ma a mì madre nun gli’è mai piaciuta Cinzia, se so prese a parolacce. Sto Natale se dovemo fa er bis de pranzi er 25, nun se ponno vedè manco pè cartolina. Cinzia sta più ‘ncazzata pe questo che perché ho fatto robba co quella de radiologia. Me sa che sta casa ar mare me tocca proprio st’anno.”

Il tizio di radiologia si attacca al telefono. Il barista ridacchia, ammicca alla collega ai cornetti e serve il caffè.

B: “Ecco signori, gentilmente fanno due euro e sessanta centesimi”.

CB2 osserva per un attimo lo scontrino accanto al caffè : “Ah, ma te poi co quella faccenda delle fatture?”

CB1 prende il latte macchiato e lo tracanna come non ci fosse un domani.

CB2: “Ancora?! Ma almeno hai chiamato Fulvio, l’amico mio del Fisco? Guarda che stanno a bastonà a sto giro, nun traccheggià! Fidate che basta na telefonata, a Fulvio gl’ho ripijato la madre piii capelli l’anno scorso, mò me spiccia pure casa si glielo domando! ”.

Driiiiin. Il Samsung del CB2 interrompe la conversazione.

CB2: “Eccola, mi madre. Scusa eh, ma oggi ce devo annà a cena…stamo già a tre telefonate e so solo le otto e un quarto”.

CB2 si allontana per rispondere, esce sulla soglia del bar, si accende una sigaretta e si immerge in un acceso dialogo con la madre, proprio sotto il sensore della porta automatica del locale che si apre a ogni suo gesto o passaggio, bloccando i flusso di clienti. La telefonata si svolge tra una sfilza di lamentele colorite e innumerevoli “vabbè, mammì, vabbè” di risposta a non meglio precisate richieste.

Una volta conclusa la conversazione, CB2 butta la cicca a terra, proprio davanti al posacenere del bar, e borbotta un “nurompercazzo che nun è giornata” al barbone accanto alla porta a vetri. Poi, rientra. Il collega ha già pagato per entrambi. CB2 lo ringrazia affettuosamente. Escono assieme, CB1 butta lo scontrino del bar a terra, accanto al barbone. E al posacenere.

 

La ricerca delle emozioni – Buon Natale …

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Come spesso accade, i markettari l’hanno capito prima di tutti gli altri. Tutti gli altri ne sperimentano gli effetti, ma raramente se ne accorgono. Parliamo della scomparsa delle emozioni. Quante volte ci emozioniamo veramente in una giornata? Ed in una settimana? E in un anno?

Il fatto è che le nostre esistenze (o r-esistenze) stanno diventando sempre più piene di oggetti che ci semplificano il quotidiano, ma ci rinchiudono in un guscio di solitudine e ci rendono incapaci di guardare in faccia, ascoltare, toccare quelli che una volta erano i nostri simili. Magari da simili stiamo diventando uguali, ugualmente incapaci al pathos.

Siamo irresistibilmente attratti dal veloce, dal pratico, dal facile: dal triste.

Le struggenti storie d’amore raccontate nei secoli da poeti e cantori le abbiamo sostituite da youporn.

La lunga telefonata di fine anno a parenti e amici (in teleselezione), l’abbiamo rimpiazzata con un chattino: la sintesi, bellezza. E se poi in un chattino, il nostro interlocutore non è in grado di trasmetterci ansie, paure, preoccupazioni, ma anche felicità, gioia, speranza […], pazienza. L’importante è che ci sia stato un flusso in uscita ed uno in entrata.

Film come il Grande Freddo (1983, Lawrence Kasdan) da spazzatura fatta per essere avidamente consumata e cestinata.

Guardate lo spot della Tempo (trovaunattimo.com/): in una città in piena frenesia natalizia, persone comuni raccontano il loro attimo più bello dell’anno. Essendo persone comuni (o presunte tali), raccontano cose comuni: una telefonata di un amico, la nascita di una nipotina, il ritorno della fidanzata. Il tutto è sapientemente accompagnato da colonna sonora che serve a predisporre l’animo verso la commozione. Eppure è bello. Bravi.

Ancora più bravi, i markettari che hanno confezionato lo spot della Procter per le olimpiadi di Londra: mamme ordinarie che fanno mille sacrifici straordinari per far crescere i loro figli. Il tutto deliziosamente accompagnato da Ludovico Einaudi (youtube.com/watch?v=TaJgjkSMR7s): provate a non piangere.

Ok, asciugate le lacrime, accendiamo il cervello.

Provate a fare un giro per le vie affollate del centro (qualsiasi centro va bene, anche se non siete a Milano) e guardate la gente, studiatela. Potrebbe essere un buon modo per capire quanto stiamo diventando macchine da consumo. Efficientissime.

Orde di automi che incedono per inerzia con la testa bassa e con gli occhi fissi sullo smartphone. Se poi portano una shopping bag ( borsa della spesa), diventano neutrini randomici che si spostano casualmente in tutte le direzioni, incuranti di chi segue, di chi sopraggiunge. Se il caso vuole che tutto questo spettacolo sia anche accompagnato dalla pioggia (fenomeno atmosferico che ancora non siamo riusciti a limitare alle ore di chiusura dei negozi), allora portatevi una poltrona ed una confezione di popcorn. Spettacolo assicurato.

Abbiamo perso il contatto con gli umani. Non siamo interessati agli altri, ma alle situazioni. Non si esce a cena fuori per fare buone chiacchere, per scambiare opinioni, ma solo per poter entrare nel locale figo. Il fatto che poi questi riescano a mangiare e magari ad interloquire è del tutto incidentale.

Ormai riusciamo ad emozionarci solo pagando, quale che sia l’oggetto della transazione. Ma le emozioni a pagamento sono brevi, veloci, tristi. Come le nostre vite del resto.

A breve un qualche governo di paese occidentale, imporrà certamente una tassa sulle nascite, sulle morti, sulle disgrazie, insomma sugli eventi che ancora ci emozionato. Così saremo costretti a dissimulare i pochi ed aridi sentimenti che ci sono rimasti. Ci stiamo preparando al peggio.

Se questo peggio non ci piace (vi sfido a trovare una traccia di bellezza), allora potremmo cominciare dalle cose facili: alzare la testa mentre si cammina, dire buongiorno all’ingresso di un palazzo, ufficio, esercizio (e arrivederci all’uscita), aiutare ad aprire una porta, ad alzare un pacco, preparare un piatto caldo per i senza tetto (plauso ai ragazzi che ho incontrato oggi sotto casa con le borse termiche). Sono tante scene di vita ordinaria che dovremmo cercare di non perdere, di diffondere ed alimentare. Questa è la bellezza di cui siamo capaci. Questo è il Natale che possiamo regalare (a costo zero, a kilometro zero).

Buon Natale

Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

Quanti Joele ancora?

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A 19 anni si ha voglia di assaporare il mondo con avidità, di imparare le lingue, conoscere i piaceri del sesso e i fumi dell’alcol. A 19 anni si ha voglia di raccontare agli amici del paesino le esperienze vissute.

A 19 anni chi va all’estero per fare il cameriere è un uomo, quando tanti coetanei ciondolano a casa a non fare nulla, in attesa che papi alzi la cornetta per chiamare l’amico politico/questore/professore/primario.

A 19 anni si vuole scappare dal vuoto economico ed esistenziale che questo paese offre a chi ha 19 anni.

A 19 anni per le stesse ragioni si può trovare la morte. È una morte ingiusta, vigliacca.

È una morte figlia della crisi economica, della disoccupazione, delle paure verso lo straniero, verso il diverso che dilagano in tutta Europa. È una morte che lascia l’amaro in bocca.

La polizia inglese ha arrestato nove ragazzi per l’omicidio. Ma in ogni omicidio, si sa, c’è un esecutore e c’è un mandante. Spesso queste due figure criminali coincidono. Spesso no. Nel caso del povero ragazzo, certamente non coincidono.

La polizia inglese ha arrestato gli esecutori materiali del delitto, ma per arrestare i mandanti servirebbe un mandato di cattura internazionale. I mandanti vivono in Italia e sono da decenni ai vertici delle istituzioni del paese.

I mandanti hanno illuso il popolo italiota, lo hanno indebitato, lo hanno narcotizzato e, approfittando dello stato di incapacità, lo hanno denudato, tramortito e violentato.

I mandanti vedevano solo i ristoranti pieni, ma non vedevano i capannoni del nordest abbandonati.

I mandanti hanno circuito la generazione dei nostri padri e rubato le speranze alla nostra.

Thanks God it’s Saturday …

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Monti si dimette da Scelta Civica, sottotitolo “Il ruggito del Babbione”. Il prof. scopre che, diversamente da quanto riportato nei libri di economia, l’uomo Italiota non è razionale, massimizza solo a breve termine e nella teoria dei giochi, te la mette sempre nel … foro!

Fassina  minaccia le dimissioni (ma quanti millenni ha Fassina?). No per favore Stefano. Fallo per noi (cioè, non farlo): questo paese ha bisogno di te! Prima o poi capiranno quanto eri importante! Aspetta!

La Bonev si dimette da Palazzo Grazioli. Dismette i panni già dismessi a suo tempo e, ignuda nella nuova veste moralizzatrice, spoglia le mentite spoglie di Badanti, Calippi & Co.

Letta Nipote, quello vecchio, a pranzo da Obama. A breve, salma di Priebke trasportata nella stessa località segreta di Bin Laden (… e tutti morirono felici e contenti).

D’Alema attacca Bersani “ha sbagliato un calcio di rigore”. Dio guarda Adamo, fatto a sua immagine & somiglianza, e gli dice: “’Ammazza quanto sei brutto”!

Balotelli: “Lasciatemi stare”. Mario, OK. Vai tranquillo: scopa a tuono, non ti curar di loro, ma guarda e passa, o tira, crossa, fai ‘mpo come te pare. Solo in Italia si pretende che un ragazzetto viziato segua la retta via della morale catto-perbenista, mentre ministri, premier, rettori, medici, vicini di casa … (no i vicini di casa no)!

Su su, che un’altra settimana è andata … Thanks God it’s Saturday!

W il popolo Italiota

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