Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

L’indifferente di oggi

l'indifferenteScrivere. Cosa scrivere?

Sono diversi giorni che mi tormento sul fatto di non avere più un’ispirazione. Apparentemente le parole sono fuggite dalla mia penna e non riesco nemmeno a focalizzare un mezzo argomento politico che mi possa interessare.

E sì che ce ne sarebbero.

Ci sarebbe la Bindi eletta all’antimafia, Renzi e “la Leopolda”, Silvio che vuole di nuovo rompere tutto, il povero ragazzo italiano linciato in Inghilterra, ecc…

Ma cavolo non mi viene nulla. Sono diventato apatico a questo genere di notizie. Già scrissi un articolo del similare qualche mese fa, sul come non mi interessasse più nulla e chiesi alla fine, citando Gaber, di riportarmi nella realtà! Nessuno mi ha aiutato da allora.

Ecco che mi chiedo come fare.

Risuona in me una parola che non mi lascia in pace: realtà!

Che cosa è la realtà? Quella che conta davvero dico.

La realtà è quella che ho descritto sopra dei vari politici? Quelli credo che siano solo accadimenti che ci scalfiscono la vita giusto per qualche minuto mentre scorriamo il corriere.it.

Il pericolo però è che facendosi anestetizzare passo passo, nulla di quello che vediamo sia reputato più degno di nota per le nostre vite.

Che cosa fare? Che cavolo è che può far tornare a me quella voglia che non c’è più? Quella voglia di puntare il dito, indignarsi e schifarsi per tutto quello che c’è intorno e di agire?

Forse la partecipazione è la medicina. L’unica medicina che forse è anche l’unica cosa vera.

E se fosse la realtà ad essere partecipazione e non la libertà?

Fare politica è partecipare in uno dei sui più sublimi significati. Impegnare il proprio tempo per un’idea di mondo che abbiamo in testa. Fare politica è impegnarsi attivamente in una struttura democratica per muovere mozioni, influenzando chi può decidere e in ultima analisi approvare leggi. Fare politica è un modo vero e concreto per cambiare le cose, o quanto meno provarci. Essere “la base” significa provare ad influire con le proprie istanze e richieste sulla direzione del paese.

Credo che fare politica dall’esterno invece, sia come fare l’amore con una bambola gonfiabile.

Fare politica è innanzitutto scegliere che prodotti comprare, quali giornali leggere, cosa guardare in Tv. Ma non basta, bisogna osare il passo successivo: la politica dell’azione. Non basta la vita del buon cittadino qualunque, politica è mettere le mani nella merda per cercare di toglierla da dove sta.
Fortunatamente siamo ancora in una democrazia, coi suoi modi, ma sempre democrazia, che ci dà la possibilità di associarci con chi ci pare come da carta costituzionale.

Sarebbe bello che tutti in Italia avessero la tessera di un partito.

Essere partigiani significa combattere e credere che anche io posso fare la mia parte. Chi non è partigiano, lentamente muore di ignavia.

Le partecipazioni “tanto per” a qualche manifestazione, o qualche firma sotto la solita petizione lasciano il tempo che trovano. È arrivato il momento di militare, di credere e agire per qualcosa che sta andando in merda completamente e grazie alla più classica delle ragioni: il menefreghismo degli italioti. Il nostro menefreghismo, che si vede nei dati: delle affluenze elettorali, degli abbandoni scolastici, del chi non cerca più lavoro, delle aziende che chiudono e chi più ne ha più ne metta!

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Gramsci

Il nostro essere indifferenti e individualisti di oggi ci ha portato dove siamo ora! Agiamo, diamoci una mossa, militiamo! Che sia a destra o sinistra poco importa, l’importante è agire, essere di parte!

Inversione a U

esterij-258Il colpo di scena dell’altro giorno non e’ passato inosservato all’estero. Molte delle piu’ prestigiose e affermate testate di tutta Europa hanno riportato in prima pagina la notizia del dietro front di Silvio Berlusconi. La BBC, emittente pubblica britannica, ha persino trasmesso la notizia della fiducia al governo come “breaking news”.

La stampa estera l’ha definita “U-turn”. La fighissima inversione a U. Quella che la teoria di scuola guida ammette solo se adeguatamente segnalata e seguendo passaggi ben precisi. Quella che la pratica italiana invece, smentendo la teoria, battezza non appena si trovi uno spazio, praticabile o impraticabile. Quello spazio l’altro ieri e’ stato il Senato. Strada particolarmente affollata, in piena ora di punta, per cui non si e’ trattato di una manovra facile, e lo si e’ visto sul volto tirato del Cav. Ma e’ riuscita magistralmente. Scusate, ogni richiamo ai magistrati e’ puramente casuale.

L’inversione a U, una di quelle “selvaggiate” che ci piacciono tanto in Italia. La BBC ha parlato di “umiliante inversione di marcia”, il Financial Times di “drammatica marcia indietro”, il Guardian di “salvare la faccia ma perdere influenza”, Le Monde di “ultimo colpo di scena di Berlusconi”, Le Figaro di “voltafaccia”, il New York Times di “marcia indietro”, necessaria dopo un confronto con “un’inattesa ribellione” interna al partito. Un momento topico.

A rispolverare i manuali di scuola guida si scopre che l’inversione a U in realta’ non e’ l’unica tipologia di inversione di marcia, ma e’ la più semplice. Basta accostare l’auto sul margine destro della strada (dopo aver ovviamente guardato lo specchietto e segnalato l’intenzione di accostarsi). Ingranare la prima marcia. Guardare dallo specchietto sinistro e poi girarsi “per controllare di avere la strada libera e che nessuno stia sopraggiungendo da dietro”….Infine mettere la freccia sinistra e effettuare un percorso a U finché non ci si ritrova nella corsia di marcia opposta.

Fino a li ovviamente non ci si e’ spinti. Altra inversione di marcia piu’ elaborata pero’ e’ la cosidetta inversione ‘a tre tempi’, necessaria quando la carreggiata delle intese non è sufficientemente larga per una semplice inversione a U. Si accosta l’auto sul margine destro della strada e si mette la prima. Si controlla che la strada sia libera, si mette la freccia sinistra. Per poi procedere girando velocemente il volante tutto a sinistra. Quando si sta quasi per arrivare al margine della carreggiata, bisogna controsterzare girando il più possibile il volante a destra, molto velocemente. Fatto questo si mette la retromarcia, si retrocede, si controsterza di nuovo e via. La manovra dell’altro giorno somiglia forse di piu’ all’inversione a tre tempi dunque.

Nell’eseguire le manovre di inversione le mani devono andare veloci sul volante, ma la macchina deve andare piano. Piu’ lentamente va la macchina, piu’ la monovra sara’ semplice da eseguire. Ma se la strada che stai percorrendo e’ a senso unico, l’inversione di marcia non si puo’ fare.

Anche gli stolti allora cambiano idea? O forse stolto non e’? Non lo e’. E’ falco, ma falco a meta’.

“Il falco va, senza catene. Sfugge gli sguardi, sa che conviene. E indifferente, sorvola gia’ tutte le accuse, boschi e citta’. Io che son falco, falco a meta’”.

 

 

 

 

 

S come Sadico

berlusconi-sadicoEsco dall’ufficio al termine di una giornata di lavoro inconcludente, sono circa le 19.30 a Sydney, e non ho voglia di andare in palestra stasera. Mi fiondo in metro con l’unico pensiero di arrivare a casa il prima possibile, ma quando arrivo al binario il tabellone e’ spietato: prossimo treno tra 11 minuti. Con un gesto meccanico tiro fuori il mio nuovo fighissimo smartphone dalla tasca interna della giacca e meccanicamente vado sul sito de La Stampa. Dopo i 5 minuti di lobotomia che tipicamente seguono ogni uscita dall’ufficio dopo una giornata di merda che si rispetti finalmente realizzo che e’ arrivato il gran momento, la verifica di governo e’ ormai prossima. Passo il viaggio in treno a scorrere la telecronaca minuto per minuto degli ultimi avvenimenti. Si parte da ieri sera con Alfano che va a Palazzo Grazioli, Silvio rimane fermo sulle sue posizioni nonostante sia ormai chiara la spaccatura che ne sarebbe scaturita, Angelino ci riprova di prima mattina, nella sperannza che il sonno abbia portato consiglio al Cavaliere e che i falchi si siano allontanati con il diradarsi delle tenebre…sicuramente qualcosa e’ successo nella puntatina mattutina, visto che gia’ prima di entrare in aula si parlava di una possibile apertura di Silvio e che Angelino ha fatto pure tardi ed e’ arrivato in aula quando Letta aveva gia’ iniziato a parlare…

Arrivo a casa assetato di aggiornamenti, non faccio in tempo ad accendere la luce che gia’ sono in posizione sul divano e accendo il mio nuovo fighissimo laptop, ho voglia di corriere.it, sullo smartphone riesco a leggere solo  LaStampa perche’ il Corriere mi fa vedere solo i titoli dannazione, dalle ultime Ansa sembra che l’apertura del Cav sia gia’ naufragata cazzo, stavolta la cosa si fa seria, sta a vedere che stavolta succede qualcosa perfino in Italia…

Bando alle ciance, c’e’ la diretta video su sito del Corriere, altro che note Ansa, questa non me la perdo per niente al mondo…faccio partire la diretta video, che culo, proprio all’inizio delle dichiarazioni di voto!

Un paio di senatori irrilevanti mi danno il tempo di scaldarmi gli avanzi della cena di ieri e mettermi comodo per godermi lo spettacolo. Il  fervore degli interventi dei primi senatori irrilevanti e’ soffocato dal tono piatto della voce del presidente del Senato Grasso che annuncia l’intervento successivo finche’ si arriva finalmente agli interventi di rilievo. Prima Monti ci ricorda il buon lavoro fatto da questo governo che ha tagliato un miliardo e piu’ di spesa pubblica confrontandolo con il suo governo che di miliardi ne aveva tagliati dieci, dopo che Silvio e la sinistra non avevano fatto altro che spendere e spandere come se non ci fosse un domani nei due decenni precedenti, e non mancando di ricordare che qualsiasi alternativa a questo governo ci portera’ automaticamente al commissariamento europeo nonche’ a versare altre lacrime e sangue di piu di piu’ anche di quelle che ci ha fatto versare lui che ha aumentato le tasse solo per creare le condizioni per poi abbassarle povero cristo. Conclude Monti confermando la fiducia al governo e ricordando un simpatico aneddoto di quando Silvio gli chiese di guidare un governo di moderati e lui rispose, ironia della sorte, che forse non era la cosa migliore in quel momento (non ricordo esattamente quale fosse il momento in questione) e che avrebbe visto bene un governo di larghe intese guidato da Letta e Alfano. Gli ci scappa pure un risolino dei suoi nel raccontare l’aneddoto devo dire abbastanza imbarazzante.

Non importa, dopo l’intervento di Monti e’ ormai chiaro che qui si sta facendo la storia. Nonostante la supermega connessione internet iperveloce con la fibra ottica la rava e la fava nonche’ il mio laptop nuovo superfigo, l’immagine video non e’ nitida, sembra di guardare un filmato d’archivio, uno di quelli dei primi anni ’90  per intenderci, e la senzazione che si stia facendo la storia e’ sempre piu’ palpabile, stavolta qualcosa succede, me lo sento, questa e’ la volta buona.

Tocca alla senatrice Paola Taverna del Movimento 5 Stelle sostituire l’assente Vito Crimi. Finalmente ho modo di vederli all’opera questi pivelli della politica. Tanto fervore, poca oratoria, si puo’ migliorare Paola, ma l’impegno comunque c’e’ ed e’ apprezzabile, quanto basta per tenere alte le aspettative su cio’ che sta per seguire, quando cioe’ prende la parola…

…Silvio Berlusconi?? Cazzomerda, non mi aspettavo che spuntasse cosi’ all’improvviso, senza preavviso, dopo una Paola Taverna  qualsiasi…e ora checcazzo dice? Breve, conciso, non fa una piega, bello come il sole anche se evidentemente provato da una notte insonne, tutti pendono dalle sue labbra, nessuno escluso, e lui lo sa, come un sadico si gode ogni secondo del breve intervento in cui conferma a sorpresa la Sua fiducia al governo Letta, solo un mezzo sorriso in chiusura tradisce il compiacimento per l’orgasmo appena provato nell’avere ancora una volta, forse l’ultima, violentato l’Italia.

I tempi sono maturi – Favola dark contemporanea

I tempi sono maturi

Un leader di partito si sveglia una mattina e impone le dimissioni ai Ministri del Governo eletti sotto il proprio vessillo.

Un Ministro del Governo si sveglia una mattina, riceve una telefonata, e rassegna le dimissioni.

Più Ministri del Governo si svegliano una mattina, la stessa mattina, e rassegnati rassegnano le dimissioni.

Passa qualche giorno, un ministro dimissionario si sveglia una mattina e pensa che forse di dimettersi non avrebbe tanta voglia.

La stessa mattina, altri  ministri dimissionari, al risveglio, si rendono conto che non hanno proprio voglia di dimettersi.

Qualche mattina dopo, un leader di partito si sveglia e vota la fiducia al Governo.

Non è più tempo per fare analisi politiche. Ci è rimasto solo il tempo per fare un corso di lingua, preparare la valigia di cartone e scappare da questo paese criminale, fatto di gente disposta a tutto e a tutto assuefatta. Via da questo paese marcio fin dalle sue fondamenta. Via da questa ipocrisia, via da questa mafia, via da questo letargo.

Se non ora quando?

Silviamo il Silviabile

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Postumi di una calda, torrida, tardiva estate. In TV ancora il nulla assoluto. I bar lentamente riaprono. Al TG si susseguono i consigli per mantenere l’abbronzatura e rimettersi in forma mangiando frutta e verdura (possibilmente di stagione).

Come ogni anno, ci sono stati incendi dolosi nelle regioni del sud che hanno ridotto il patrimonio boschivo nazionale. Cosa che invece non si è mai ridotta è il numero dei forestali piazzati da governatori e politici ladroni per dare il contentino ad amici, partenti e conoscenti.

Come ogni anno, centinaia di animali sono stati abbandonati per le strade.

Come ogni anno, paparazzi hanno documentato boto-culi & boto-tette per saziare l’ormone italico che è noto schizzare nei mesi di calura.

Come ogni anno gli anziani sono stati invitati a frequentare quel bruttume dei centri commerciali per poter godere del refrigerio del banco surgelati e chi se ne frega se oltre a fresco i poveri malcapitati si sono portati a casa una buona dose di depressione e solitudine esistenziale.  Proposte di musei gratis, attività nei parchi per gli over 60 sono ancora fantascienza in questo paese di Schettini.

Ma l’anziano su cui si è concentrata l’attenzione nazionale è sempre LUI. Il boto-anziano. Quello dalle grandi orecchie aerodinamiche. L’amico della nipote di Mubarack, di Dell’Utri, Mangano & compagnia cantante (qui il riferimento ad Apicella è solo casuale). Il fidanzatino dell’ex-ragazza dal Calippo d’oro, ora badante più pagata d’Italia.

LUI che non molla. LUI che sale sul palco, circondato da giullari, dame di corte e cavalieri senza scrupolo – egli stesso cavaliere tra i cavalieri – osannato da orde di manifestanti (non chiaro se con regolare contratto di lavoro o meno). LUI che è pronto ad andare in carcere o in alternativa a tornare in campo per il bene di questo Paese. LUI che ha deciso che il bene di questo Paese è perseguibile unicamente per la via della riforma della giustizia e della sua non decadenza da Senatore.

La riforma della giustizia – vera priorità del paese – certo risolverebbe tanti problemi di questo paese.

Milioni di disoccupati, non più assillati da giudici comunisti, potrebbero dedicarsi alle attività lavorative.

Centinaia di piccole e medie imprese nuovamente incoraggiate da una giustizia non giustizialista riprenderebbero ad alzare le saracinesche (per lungo tempo calate).

Grandi imprese troverebbero un paese non più atrofizzato da sindacati tanto (troppo) vicini ai partiti politici, non più orfano (da un ventennio) di una vera politica industriale, e riprenderebbero ad investire in Italia.

Orde di immigrati, clandestini e nullafacenti dalla pelle scura, smetterebbero di approdare nel Paese della stirpe Padana con il solo fine di delinquere, certi di trovare un sistema giudiziario veloce, efficiente e rimpatriante.

Milioni di contribuenti comincerebbero a pagare le tasse, a riportare in Italia i fondi esteri, a denunciare (anziché sottacere ed incoraggiare) i loro concittadini evasori, timorosi della potente dura-lex-sed-lex.

Il patrimonio storico-culturale rifiorirebbe sotto l’ala protettrice della nuova giustizia: gli ecomostri verrebbero abbattuti simultaneamente in mondo-visione con un grandioso effetto scenico. La sensibilità dei cittadini al bene comune sarebbe commovente e citata come esempio in ogni paese del mondo: “Italians do it better”.

La mafia verrebbe sconfitta.

Anche la Salerno Reggio Calabria verrebbe ultimata. Ci sarebbero finalmente le risorse per costruire il ponte tra Reggio e Messina, ma anche uno da Palermo a Cagliari, e ancora uno a forma di ferro di cavallo – prodigio dell’ingegneria italica – tra Trieste e Genova.

Il tutto strettamente connesso alla sua non decadenza da Senatore della Repubblica.

Una sua decadenza rischierebbe di far (ri)piombare il paese in una crisi nera.

Una crisi economica, politica, istituzionale.

Come se non avessimo già un tasso di disoccupazione giovanile al 40%. Come se non avessimo già una totale e profonda sfiducia dei cittadini nei riguardi di politici e governanti. Come se non avessimo già un sistema istituzionale ingessato dietro logiche di potere di gerarchi e burocrati, non in grado di seguire il passo del progresso.

E dunque di quale crisi staremmo parlando? Quale nera crisi dovremmo evitare garantendo all’Onorevole Cavaliere Silvio Berlusconi una immunità di natura divina? La crisi di Governo? Di un Governo nato sotto le peggiori aspettative, grazie al sovvertimento ed alla manipolazione della volontà dei cittadini: umiliazione del libero voto.

E allora crisi sia. Ben venga la crisi. Accogliamola come il più salvifico dei rimedi al decadimento morale ed etico in cui siamo sprofondati. Uno stato di assuefazione in cui nulla ci scandalizza, nulla ci turba, nulla è fattibile perché il peggio è sempre dietro l’angolo.

Che la crisi abbia inizio. Chiudiamo una volta per tutte con barzellettai, comici e buffoni.

Evitiamo la crisi morale.

 

Nella guerra vera non esistono eroi

Una tragedia umanitaria. 
La conferma dell’utilizzo di armi chimiche in Siria sconvolge, ci tocca nel profondo, ci paralizza. 
Nel quotidiano ci sconvolgono la guerra e quelle poche immagini che riescono ad arrivarci, che sfuggono al setaccio della censura, ma ci sembrano cosi’ distanti da farci dimenticare che c’e’ crudelta’ a questo mondo. 

Come nei peggiori film di fantascienza, al contrario, le armi chimiche ci lasciano attoniti, ci terrorizzano, perche’ risvegliano in noi quella paura di epidemie e stermini di massa da record di incassi nelle sale cinematografiche pre-natalizie. 
L’occidente e’ il popolo della televisione, dei cinepanettone, di Hollywood, delle guerre mediatiche. 

Le guerre chimiche ci rimandano dietro ai grandi schermi, con la differenza che di norma nei film alla fine arriva l’eroe. 

Ma dove sono gli eroi nella realta’? 
Dove sono Bruce Willis, Will Smith, Rambo? 
Chi arrivera’ a salvare un popolo, anzi quei tantissimi popoli nel mondo, che lentamente muoiono, non solo nel corpo, ma anche nell’anima? 

Arrivera’ forse qualcuno un giorno. 
Quello stesso qualcuno che improvvisamente si e’ accorto del regime di Saddam, della dittatura di Gheddafi, dell’esistenza di Osama Bin Laden. 
Che prima non sono dittatori o terroristi, ma uomini d’affari e intermediari, da non toccare per non “sconvolgere gli equilibri internazionali”. 
Quegli equilibri che stanno in piedi sulla repressione della liberta’ di un popolo e sul terrore. 

Purtroppo nel mondo c’e’ sempre una guerra a scacciare un’altra guerra, non un eroe. L’alternativa che ci si da sempre piu’ spesso e’ quella del far finta di non vedere. 
Non entro nel merito di interventismo o meno, sovranita’ di un popolo, azioni internazionali giuste o sbagliate. 

Nell’impotenza di un singolo cittadino, normale, senza competenze o poteri decisionali in merito alla politica internazionale, mi sento di esprimente una solidarieta’ nei confronti di tutti quei cittadini cosi’ lontani da noi che vivono nel terrore, in qualsiasi continente si trovino. 

Con la solidarietà altrui non ci si salva la vita e non si ritrova la pace, ma forse si smuovono le coscienze.Immagine

Back to reality

Agosto in Italia è simbolo di vacanza, di viaggi, di mare, di sole, di mete sconosciute, di facce abbronzate (e arrossate n.d.a.), di facebook invaso da check-in e foto con le due dita oblique (qualcuno me le deve spiegare poi…), di spensieratezza, di distacco da quel quotidiano che ci attanaglia.
Ad agosto non c’è la crisi: ad agosto c’è il sogno, il “ricomincio a settembre” che è diventato tradizione dai tempi dei nonni che lavoravano in fabbrica.
Terra di emigrati ed emigranti, ad agosto tutto tace in Italia, anche per chi rimane nelle grigie città ma segue la scia di tutti gli italiani che staccano il cervello per “rigenerarsi”.

Mi sono rigenerata anche io, ho voluto staccare per qualche settimana.
Una meta sconosciuta, una realtà totalmente distaccata dalla nostra, un viaggio alla scoperta di nuove culture.
Ma come tutte le cose belle (e brutte), prima o poi si arriva ad una fine.
Questa fine per l’italiano medio si chiama volo-con-scalo-dalla-durata-totale-che-varia-dalle-12-alle-26-ore, che tu sia andato in Marocco, in India o in Australia.

Mi ritrovo così seduta nella lounge Skyteam, e mentre attendo il momento del secondo check-in, decido di approcciare le news sfogliando l’Herald Tribune, edizione week end.
Heathrow, caffè bollente, lounge ordinata e pulita, una piccola oasi di benessere nel malessere di un infinito viaggio intercontinentale.

Ho voglia di riprendere il contatto con la realtà, quella della mia amata informazione europea, fatta di spread, banche e governi in bilico, famiglie reali che crescono, frodi fiscali che spuntano e poi scompaiono nuovamente.

Leggo la prima pagina, per una breve overview di ogni Paese: la tragica notizia di un Egitto in piena rivolta, la situazione oltre oceano del gigante cinese che affronta una crisi del credito, i conflitti in Rwanda, la morte dell’avvocato internazionale che per anni ha difeso criminali politici, dittatori e terroristi facendola franca per 88 anni.
Drammi e questioni serie in prima pagina.
In italia tutto bene allora!
Rifletto ogni volta su quanto siamo fortunati a vivere in un Paese lontano da guerre, genocidi, bombe, rivolte.
Mentre sto per voltare pagina il mio occhio cade su un piccolo trafiletto e di sfuggita legge un ” Berl…”.

No. Basta. Non può essere. Riguarderà il prossimo processo. Sai, magari è anche ora di giudicarlo per tutto quello che ha fatto…la prostituzione minorile non era un reato, tra i tanti?!
Mi incuriosisco e torno alla pagina precedente.
E rimango basita “Aerial ad blitz for Berlusconi”.
Voglio capire: siamo nella merda, indebitati, con un tasso di disoccupazione superiore alla media europea, con la crisi che galoppa, le grandi fabbriche italiane in cassa integrazione, gli esodati, i pensionati da 500 Euro al mese, la mafia (che c’è ancora), un governo che per l’ennesima volta è frutto di un compromesso…e c’è chi pensa a organizzare blitz aerei con striscioni a supporto di un uomo che è palesemente in torto, ci ha governato, ed e’ stato processato per una sola della miriade di infrazioni giudiziarie che ha compiuto?!

Rileggo bene “…small planes flew over crowded beaches, towing banners saying “Forza Silvio, Forza Italia” or “Go Silvio, Go Italy” in disagreement with what Mr Berlusconi’s supporter call a politically motivated convition”.
Ho capito bene allora.
Per i nemici dell’inglese, “piccoli aerei sorvolano spiagge sventolando striscioni “Forza Silvio, Forza Italia” o “Go Silvio, Go Italy”.
Vogliamo dire che non ha commesso fronde fiscale?! Ma è palese!!
E noi vogliamo essere ancora rappresentati da un evasore?

Ragazzi, ma mettiamo striscioni per i disoccupati, le ragazze madri, gli orfani, gli esodati, le persone affette da malattie gravi, la ricerca scientifica, la tutela dell’ambiente in cui viviamo e che per anni abbiamo avvelenato (e stiamo avvelenando) in nome dell’occupazione.

Ma stiamo scherzando? Attonita, mi avvio al check in, è ormai l’ora di imbarcarsi.
Volo Alitalia: speriamo di non trainare nessuno striscione pro-Silvio da Londra a Milano.

Qualcuno era di destra (prestito non richiesto a Giorgio Gaber)

 

gaberQualcuno era di destra perché era nato in una famiglia borghese, siciliana,  ma che sa che “lavorare stanca”.

Qualcuno era di destra perché un nonno era stato un giovane fascista, l’ altro un socialdemocratico … e poi entrambi due vecchi (ed onesti) democristiani di destra e di sinistra.

Qualcuno era di destra per polemizzare con suo padre.

Qualcuno era di destra anche perché prima (prima, prima…) non poteva essere stato fascista. Non era ancora nato chi potesse metterlo al mondo come figlio della lupa e rifiutava il fascino della nera nostalgia e poi non gli prudevano le mani!

Qualcuno era di destra perché molti personaggi “mitici” della sinistra si erano rivelati agli occhi della Storia dei mostri sanguinari che neanche il cavalier Benito…

Qualcuno era di destra perché vedeva gli Stati Uniti  come una promessa di libertà mantenuta, l’Inghilterra come la terra di approdo del fair play e del merito, la Spagna come il risveglio della Vecchia Europa , il liberalismo come il vessillo del progresso conquistato a forza di giusto merito.

Qualcuno era di destra perché i gulag, le foibe, la frustrazione egualitaria delle tute blu di Mao, la vita degli altri violata dalla Stasi, i fatti d’Ungheria, i carri armati di Tienanmen, Pol Pot, Ceaucescu, i silenzi e le connivenze da finanziamento sovietico  del PCI, eccetera, eccetera, eccetera..

Qualcuno era di destra perché gli piaceva sentirsi solo contro tutti.

Qualcuno era di destra perché frequentava un liceo classico  di professori e compagni di sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante il cinema, il teatro, la pittura, la letteratura, la musica che gli piacevano proiettassero, recitassero, dipingessero, scrivessero, suonassero  con la mano sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante apprezzasse l’amicizia di uomini e la tenera amicizia di donne…quasi sempre di sinistra e quasi mai di destra.

Qualcuno era di destra perché essere di sinistra per tanti come lui era uno status symbol e voleva rifuggire l’omologazione.

Qualcuno era di destra per provare l’ebbrezza di essere in minoranza in una cerchia di amici e conoscenti quasi tutti di sinistra.

Qualcuno era di destra perché assaporava il gusto della vittoria alle urne quando i sinistri musi lunghi bevevano dall’amaro calice della sconfitta.

Qualcuno era di destra ma poco dopo la prima vittoria vissuta sentiva sempre più forte uno sgradevole odore proveniente da destra e non era il fresco profumo di libertà che voleva respirare a pieni polmoni.

Qualcuno era di destra ma cominciava a sentire giramenti di testa e crisi di coscienza come se avesse preso più di un destro alla testa ed allo sterno.

Qualcuno era di destra ma non voleva più leggere e sentir parlare di compromessi morali ammantati da false ragion di Stato maleodoranti di malaffare.

Qualcuno era di destra perché viva la libertà, ma non il libertinaggio delle e nelle istituzioni.

Qualcuno era di destra perché basta con la lotta di classe, si parta dall’uguaglianza ai blocchi di partenza e poi ci si disseti di merito lungo la propria corsa, si proceda con una ridistribuzione dei diritti sociali, no all’iconoclastia indiscriminata delle carte vecchie dei diritti, sì al restauro conservativo che ceda ai figli un po’ di smalto protettivo senza privarne però i padri.

Qualcuno era di destra perché il senso dello Stato ed il rispetto della legge deve rendere uguali tutti i cittadini ed assicurare un vivere ordinato dei diritti in libertà senza calpestare quelli degli altri.

Qualcuno era di destra malgrado da destra ci fosse chi pretendesse di essere “più uguale degli altri” sfregiando ripetutamente lo Stato di diritto.

Qualcuno era di destra perché Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, erano delle persone integerrime, dei padri straordinari nella loro forza e debolezza, dei Servitori esemplari dello Stato in uno stato assai marcio e corrotto, ed erano di destra.

Qualcuno era di destra perché la rivoluzione liberale…? oggi, è troppo presto, il paese non è pronto. Domani, forse, dopodomani chissà, insomma si farà, basta con i carrozzoni delle municipalizzate trainate da e per i clientes, basta con il sei politico nella pagella dell’Italia postsessantonina!

Qualcuno era di destra perché voleva sciogliere lacci e lacciuoli dello statalismo, ma non lasciare che avidi speculatori privati sfilacciassero indiscriminatamente il tessuto collettivo.

Qualcuno era di destra ma preferiva Raitre a Rete quattro.

Qualcuno era di destra malgrado ci fosse il grande partito (o il partito grande) del popolo delle libertà ed avesse dovuto votarlo, anche se per una sola volta. Turiamoci forte il naso!

Qualcuno era di destra anche se non abbiamo mai avuto un vero partito liberale di massa!

Qualcuno era di destra perché non si poteva lasciare il liberalismo alla sinistra riformista eternamente incompiuta ed impotente!

Qualcuno era di destra perché dopo cinquant’anni di governi democristiani, socialisti e  dopo Tangentopoli bisognava riprendersi la cattedra del governo e lasciare i magistrati al solo (ma intoccabile) esercizio del potere giudiziario.

Qualcuno era di destra anche se in mezzo a lui c’erano i ripescati ed i riemersi tra quei democristiani e socialisti di cui non voleva sentir parlare.

Qualcuno era di destra perché provava ogni volta una morsa al cuore allo svincolo di Capaci, un sussulto di doloroso orgoglio per le parole di Paolo Borsellino sull’impegno civile collettivo richiesto per lottare con successo contro la mafia, una ammirazione per il coraggio del giovane Rosario Livatino, un penoso senso di riconoscenza nei confronti di coloro che alla mafia ed al terrorismo hanno dovuto consegnare la propria vita per non cedere al ricatto, al sopruso e per dare una possibilità di riscatto a chi restava nella lotta e nell’inerzia.

Qualcuno, qualcuno credeva di essere di destra, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era di destra perché sognava per l’ Italia libertà e merito, giustizia e progresso, ma con volti più umani e più belli di quelli made in USA, con mani non invischiate in affari da novella America Latina dei plutocrati, da Russia da capitalismo a la KGB, da Libia post coloniale.

Qualcuno era di destra perchè la magistratura deve perseguire tutti i reati con autonomia, abnegazione e senza remore, senza inseguire progetti di bonifica della classe politica laddove la prova del marcio penalmente rilevante non sussista.

Qualcuno era di destra ed era ottimista e pessimista, così in un colpo solo fregava i musoni di sinistra.

Qualcuno era di destra perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di rivendicare anch’egli una morale ed una cultura che non fosse solo quella sbandierata gelosamente e con  alterigia dalla sinistra.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno e quel Qualcuno si è preso – anche se per poco – un grande abbaglio.

Era solo uno slancio, un desiderio che tutto potesse cambiare senza che niente restasse così com’era.

No, niente rimpianti. Solo amarezza per aver dato un po’ di credito ad un filibustiere presentatosi tra le macerie di questo disgraziato paese come condottiero della rivoluzione liberale. E tanto sconcerto per la squallida comitiva di innumerevoli lacchè, piccoli arrivisti, tenaci parassiti, volgari odalische, mediocri erinni che popolano il sottobosco italico.

 

Quel Qualcuno è ancora giovane, forte, lucido abbastanza da gridare ai rapaci ancora in volo ma a quote basse che la sua generazione non ha perso e non intendere perdersi!

Quel Qualcuno crede che in molti dovranno spiegare le loro ali ed anche se punteranno verso  la rotta tracciando traiettorie diverse dalla sua, dovranno provare a volare in alto, come dei gabbiani rinati, e lasciare scie parallele nel cielo che fungano da binari dove far passare il comune sogno di un’ Italia migliore.

Quel Qualcuno sa che il suo Paese può e deve essere la sua Patria e la Patria di tutti coloro che vogliono riprendere a volare.

Quel Qualcuno sa che la sua intenzione di volare potrà realizzarsi spiccando dal nido della avvilente sopravvivenza quotidiana, troppo marcio per continuare a starci dentro.

Perché ormai è l’incubo che si è rattrappito ed il sogno di un’Italia che deve destarsi è ancora espressione di un alto imperativo categorico da librarsi sicuro e fiero nell’aria.

P.S. Chiedo scusa a Giorgio Gaber

Il sole splende a Belgrado

Belgrado

Nella lunga attesa del verdetto della sentenza del processo Mediaset, il Cavaliere si affidava al “fattore C” come riportato dalle pagine del Corriere ieri. Quello stesso fattore che aveva fatto si che i sogni della Stella Rossa di Belgrado, in vantaggio di un gol e con un uomo in più, si infrangessero contro un fitto banco di nebbia e permettessero al Milan di tornare in campo da zero il giorno dopo.

Oggi il sole splende a Belgrado. Nessuno ridarà l’onore perduto di una probabile vittoria tanto alla Stella Rossa quanto all’Italia, ma la Cassazione non ha rinviato l’incontro ed ha confermato la condanna.

Un anno di domiciliari non sembra poi una fine tremenda se si prendono in considerazione Arcore, qualche bottiglia di prosecco, il cagnolino Dudù e qualche amico/a pronto a fare compagnia. Di questo poco ci importa. Non crediamo abbia nessun impatto sulle nostre vite personali.

Che cosa succederà adesso? Quali saranno le ripercussioni sulla stabilità del governo di larghe intese? Il Paese ha bisogno di riforme radicali per riprendere il cammino della crescita ed è ancora una volta troppo ripiegato sulle questioni interne per rispondere ad una perdita di competitività e credibilità internazionale.

All’uomo Silvio come al nostro Paese auguriamo la migliore sorte possibile.

Il cielo su Roma resta comunque abbastanza nuvoloso ed incerto e ci chiediamo quando finalmente possa risplendere il sole.

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