La ristrutturazione del debito e l’alibi per le riforme‏

arton6556Qualche giorno fa un amico mi ha inviato la copia di un articolo del Corriere della Sera del 29 giugno 2014, intitolato “L’insostenibilità del debito e l’azzardo della ristrutturazione”. Dopo aver letto l’articolo, vista la curiosità, mi sono anche imbattuto in recenti dichiarazioni di esponenti politici su questo argomento, e in una serie di articoli di analisi usciti su varie testate.

In pratica, si tratta di vari scenari in cui l’Italia cercherebbe di ridurre l’ammontare del debito pubblico, imponendo una perdita di qualche natura ai nostri creditori (per esempio, una dilazione nei pagamenti oppure una riduzione della cifra restituita alla maturazione del debito).

In questo post non voglio soffermarmi sui significativi rischi finanziari e reputazionali a cui l’Italia si esporrebbe se proponesse ai mercati una ristrutturazione di questo tipo (basterebbe pensare alla situazione della Grecia!). Piuttosto vorrei portare il discorso un passo indietro, e concentrarmi su una questione di principio a riguardo della cultura di gestione dell’economia che si è andata sviluppando in Italia nel corso dei decenni.

Si sente spesso dire che il nostro paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Meno spesso però, i commentatori si soffermano a spiegare quale sia stato il problema principale. In sostanza, ad un certo punto – trenta o quaranta anni fa – la nostra classe politica ha scoperto che poteva venire incontro alle richieste crescenti di un’economia in difficoltà attraverso un incremento del debito pubblico, piuttosto che affrontando le difficili riforme richieste dalla situazione. Qualcosa di non molto diverso rispetto a quanto fatto per la competitività delle esportazioni italiane: anziché intraprendere le complesse riforme necessarie per aumentare la produttività di capitale e lavoro in Italia, le nostre autorità politiche ed economiche hanno preferito (almeno ai tempi della lira) la strada della svalutazione competitiva.

E così l’Italia ha cominciato ad accumulare, dalla metà degli anni settanta, il suo gigantesco debito pubblico accompagnato, di tanto in tanto, da una svalutazione della lira (che, attraverso l’inflazione, serviva anche allo scopo di ridurre il valore reale del debito).

Se ne potrebbe discutere all’infinito, anche perché é difficile individuare dei colpevoli precisi; fatto sta che l’Euro non ha creato di per sé la situazione che l’Italia sta vivendo oggi. La realtà è che la mancanza di autonomia nella politica monetaria ha semplicemente rimosso dalle mani dei governi italiani alcuni degli strumenti più in voga per la gestione dell’economia. Certo è che questo ha generato un decennio di difficoltà economiche culminate con la crisi del 2011.

Per tornare al discorso sull’insostenibilità del debito pubblico, se guardiamo un momento ai numeri, e partiamo dall’obiettivo di pareggio strutturale di bilancio che l’Italia dovrebbe raggiungere nei prossimi due anni, possiamo notare quanto segue. Una crescita nominale del PIL (calcolata cioè includendo il tasso di inflazione) tra il 2% ed il 3% (un modesto traguardo che l’Italia era riuscita a mantenere nel pur non brillante periodo dal 2001 al 2008, e che l’OCSE prevede possa essere sfiorato già nel 2015) porterebbe il debito, in un periodo di dieci anni, dal 132,6% del PIL di fine 2013 intorno al traguardo del 100%.

E se, nel frattempo, il governo si impegnasse a privatizzare i beni più liquidi del patrimonio pubblico (inclusi le Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, ENI, ENEL, ecc.) il debito potrebbe diminuire anche in termini assoluti e permettere quindi una riduzione nella spesa per interessi. Senza contare che, in un contesto di pareggio di bilancio e ripresa economica, il governo potrebbe destinare parte degli introiti aggiuntivi (quello che una volta chiamavano il “tesoretto”) alla riduzione del debito pubblico, e parte alla riduzione delle tasse e agli investimenti. Infine, un miglioramento nelle condizioni di mercati importanti, come quello del real estate, renderebbe gradualmente più profittevole il collocamento di quei beni dello stato più difficili da valorizzare nel breve periodo (ad esempio il patrimonio immobiliare).

Certo, tutto questo può essere raggiunto solo evitando che anche un singolo Euro venga aggiunto all’attuale debito pubblico, assicurandosi che la nostra politica perda l’influenza sulle grandi imprese strategiche a controllo pubblico e le lasci nelle mani del mercato, ed infine portando avanti quelle riforme che sole permetterebbero all’economia italiana di pagare 80 miliardi di Euro l’anno di interessi ai nostri creditori.

Il nostro debito pubblico non è insostenibile di per sé. E’ la nostra politica a temere di non poter sostenere la lezione che deriverebbe dal ripagare il debito pubblico: meno peso dello stato nell’economia, meno dipendenti pubblici diretti o indiretti (e quindi meno influenza sull’elettorato), niente più promesse basate sul debito (e quindi se si aumenta la spesa, si devono aumentare le tasse) e soprattutto niente più alibi per completare quelle riforme che rimettano l’Italia in competizione con il resto del mondo.

A tutti noi è stato insegnato sin da piccoli che se qualcuno ti presta qualcosa, bisogna restituirlo. Come cittadini (e, in quanto risparmiatori, anche come creditori) dovremmo essere convinti nell’onorare il nostro debito pubblico e costruire così una cultura di governo nuova, dove il lavoro e l’efficienza nella spesa portano al risultato ed il credito è usato solo per supportare investimenti di lungo termine (come ad esempio le infrastrutture).

Se non impariamo questa lezione, una ristrutturazione del debito potrebbe si rendere le cose più gestibili per qualche anno, ma finirebbe probabilmente per spianare la strada ad una nuova era di spese facili e mancate riforme.

La fine della guerra e il miracolo

fine guerraL’Italia é uscita fuori dalla guerra. I nostri ragazzi sono salvi, sono all’estero. Niente morti o quasi, né feriti. Gli effetti di questo immaginario conflitto dureranno, ma abbiamo ancora la nostra immensa bellezza e la nostra vita davanti.

Durissimo è il messaggio di Confindustria oggi. Dal 2007 abbiamo perso quasi il 10% del nostro prodotto interno lordo. Le persone alle quali manca, totalmente o parzialmente, il lavoro sono oggi 7,3 milioni – il doppio di sei anni fa. I segnali di ripresa sono molto deboli. La situazione è, quindi, stata paragonata a una vera e propria guerra.

I forconi, la fiducia, i movimenti, le ristrutturazioni e le rottamazioni sono una manifestazione della fragilità economica, sociale e politica in cui versa il Paese. Venderemo ancora le nostre aziende. Programmiamo la vendita di tutto o parte delle nostre azioni in STM, Enav, Fincantieri, forse Eni.

La guerra è guerra e fa male. Rovina famiglie e intere generazioni. Noi non l’abbiamo combattuta, ma solo subita. Se la nostra classe politica sia stata al fronte, neutrale o inerme non sta a me dirlo.

Guardiamo al positivo, come sempre. Almeno noi, miei cari Italioti.

I nostri giovani sono salvi. Molti di questi sono emigrati sotto le immaginarie bombe economiche e continuano a portare alto l’onore della Patria. Uno schizzo di Giorgio Pirolo, 34 anni, ha generato Chery QQ tra le auto più vendute in Cina. I nostri designers e illustratori sono fra i migliori al mondo e vivono all’estero. E tanti altri fanno bene senza far rumore. Chi è rimasto in patria, è un eroe. Sono riusciti a vivere sotto le bombe e come i nostri vecchi avranno tanto da raccontare ai loro figli.

La nostra classe politica si è ringiovanita parecchio. Il nostro Parlamento è fra i più giovani della nostra storia e ha il più alto numero di donne mai avuto. I movimenti/partiti nati dalla “guerra” sono giovani e donna. Potrete amarli o odiarli, ma questo è un dato di fatto.

I nostri monumenti sono salvi. La Grande Bellezza di questo Paese è intatta o quasi. Sono salvi, sono lì pronti ad accogliere i milioni di turisti che una volta ancora vorranno vedere Roma, Venezia, Firenze e persino la bizzarra torre di Pisa, che pende, ma non crolla. Un po’ come l’Italia tutta forse. La Puglia, la Sardegna, la Sicilia ci sono invidiate all’estero per la loro immensa bellezza.

Arriverà il momento del nuovo miracolo italiano?

I miracoli sono sull’uscio di casa, nei vostri uffici, nelle nostre fabbriche, nelle nostre menti e nella nostra forza. I miracoli sono fatti di sudore, stanchezza e creatività. Sono forgiati dalle mani di chi non dice “basta”, ma trova il modo. Nascono fra le mani rugose di chi si arrangia e ce la fa, di chi si sacrifica, piange (purtroppo) e tira avanti. Nascono dagli occhi sognanti di una donna, dolce e caparbia. Nascono dalle spalle forti di chi in Italia è arrivato solo 3 anni fa e adesso si sente a casa. I miracoli nascono dai nostri vecchi, dalla loro saggezza e dalla memoria di un’Italia vincente.

I miracoli italiani, il calcio insegna, sono nella profonda essenza del nostro essere Italiani, nell’abilità di dare il meglio quando si è in basso, di vincere e stravincere quando si é in dieci. E oggi si siamo in 10. Sì, a -10% del Pil dal 2007. E’ ora di ricominciare a vincere.

ezDriver: auto di livello a portata di App

I cervelli non fuggono: si allontanano solamente per prendere meglio la mira e centrare l’obiettivo nel Bel Paese.

Tommaso e Giovanni, due brillanti giovani italiani, ne sono la prova.

Le prime esperienze di lavoro all’estero, il master a Londra e lo stage da cui prendono spunto per l’idea imprenditoriale. Così nasce ezDriver, il servizio di prenotazione di auto NCC (noleggio con conducente) comodo e a costi accessibili, disponibile da sito internet o tramite smartphone: le parole chiave sono tariffa fissa, pagamento on line, qualità, servizio di lusso. Attualmente operativo a Milano e Torino, ha un potenziale di sviluppo in Italia elevatissimo.

 Come funziona?

“Semplice. Basta installare l’App, registrarsi sul proprio smartphone ed il gioco è fatto! Dal sito è possibile prenotare il servizio per l’ora ed il giorno desiderato: un’auto di lusso passerà a prendervi ed il pagamento sarà automatico sulla carta di credito pre registrata, alle tariffe specificate.

Dal proprio smartphone, scaricando l’App dedicata (disponibile nell’itunes store o in Google Play) e registrando il proprio profilo (nome utente, password, email, telefono, carta di credito), si può facilmente accedere al servizio. Basta inserire luogo di partenza e destinazione, cliccare su “prenota ora” e l’autista più vicino arriverà in pochi minuti.”

Dove nasce l’idea?

“Nasce da una esperienza lavorativa in California presso Uber, società che offre autisti privati con le stesse caratteristiche di ezDriver, solo un po’ più esteso…a livello internazionale! Perché non far tesoro delle innovazioni estere, quando possono rappresentare una grandissima opportunità nel proprio Paese? Così abbiamo pensato di portare il progetto in Italia”.

Un’idea americana in Italia: tutto il mondo è Paese o ci sono delle difficoltà?

“Le difficoltà sono culturali e finanziare principalmente. E sono strettamente collegate. Si parte dal diverso approccio nei confronti delle start up: In Silicon Valley il capital raising è più facile, c’è una maggiore propensione culturale al finanziamento del rischio di impresa e di conseguenza delle nuove idee di business. In Italia c’è invece la tendenza a finanziare il prodotto finito più che l’idea, anche se questa è interessante. Hai un progetto, fai un business plan, cerchi dei finanziatori, ma questi chiedono garanzie per stimarne il successo, vogliono certezze. E le certezze nelle start up non si hanno, non sarebbero start up! E’ un gatto che si morde la coda.

A questo ostacolo culturale si aggiunge la scarsità di finanziatori. In USA c’è una vasta rete di business angel (privati che investono in imprese), venture capitalist (finanziatori che si dedicano a settori ad elevato potenziale di sviluppo) o fondi. In Italia le cose sono molto diverse.”

Ma una start up a chi si rivolge per finanziarsi in Italia?

“Si parte da sé con l’idea di tirar su un finanziamento minimo. L’ alternativa è la banca, ma se non hai revenues e garanzie non hai praticamente accesso al credito. Esistono anche diversi bandi di banche e Regioni, ma sono abbastanza “complicati” e burocratici con procedure di iscrizione lunghe e con rimborsi a consuntivo. L’orizzonte temporale dei finanziamenti è troppo elevato. Le  Università sono invece un valido sostegno, nei limiti dei fondi di cui dispongono, ovviamente.”

Ostacoli finanziari e culturali quindi…ma dal punto di vista legislativo siamo in pari con gli imprenditori internazionali?

“Non proprio. A Londra o a Dublino, ad esempio, non hai costi per avviare una nuova impresa e in un giorno svolgi tutte le pratiche burocratiche. Senza considerare i costi dei notai, nettamente inferiori alle tariffe italiane. E soprattutto esistono degli “scheme”, dove se investi in start up locali il tuo investimento viene detassato. Un accenno all’abbattimento delle barriere burocratiche c’è stato con il progetto “agenda digitale” del governo Monti, che introduceva la detassazione degli investimenti delle start up innovative.

Sulla base dei principi dell’Agenda digitale europea, mirava ad incentivare l’innovazione tecnologica come strumento per rilanciare la crescita e lo sviluppo nazionale. Doveva essere notificata con decreto attuativo per perfezionarla operativamente…Ma non è mai stato fatto. In pratica ad oggi con 45 euro dal commercialista sei una start up innovativa…ma poi ti danno una pacca sulla spalla e via!”

Chi vi appoggia?

“Lavoriamo presso il Poli Hub, l’incubatore di start up del Politecnico di Milano, dedicato a rendere efficiente e rapido il processo di valutazione, nascita, finanziamento e crescita di start-up e spin-off tecnologici ad alto potenziale e di respiro internazionale. Ti presenti con il business plan e decidono se ammetterti o meno. Il sostegno prevede una parte di co-working (open space dove affittano per un canone mensile uno spazio e ti danno consulenza sulla parte procedurale o di networking) ed il supporto di una società di consulenza ulteriore che ha un network relazionale forte.

La struttura offre seminari, workshop, incontri con imprenditori di successo e top manager di aziende operanti in settori hi-tech e nel panorama del Venture Capital, e ha l’obiettivo di fungere da incubatore e acceleratore delle idee di business, nonché condividere il know-how e le esperienze.”.

A che punto siete con la notorietà?

“Abbiamo partecipato alla fiera delle start up ed al suo concorso, girando un video con Billy Costacurta disponibile anche sulla nostra pagina facebook e abbiamo lanciato il servizio a Milano, con un evento di presentazione presso il Bobino Club, con copertura stampa. Questa in particolare è venuta da sé: la concorrenza ha cominciato a parlare di noi, i giornalisti hanno cominciato a interessarsi al nostro business, i tassisti e le società di NCC non l’hanno presa bene…Quindi abbiamo contattato noi i giornali per “presentarci” e chiarire come funziona il nostro business.”

Il servizio è davvero una minaccia per i taxi?

“No, assolutamente. Si tratta di due servizi diversi. Principalmente per la tipologia di auto e per il costo, leggermente superiore alla tariffa taxi, come caratteristico delle auto NCC. La tariffa inoltre è definita in anticipo con l’utente, è kilometrica.”

Qui giungono i problemi normativi e le scaramucce con la categoria taxi e NCC. Quali sono i temi di discussione?

“L’accusa che si rivolge al servizio è quella di non rispettare le leggi che in teoria separano i taxi dalle auto NCC. Le contestazioni sono principalmente 3:

1)NCC “si rivolge all’utenza specifica che avanza, presso la sede del vettore, apposita richiesta per una determinata prestazione a tempo e/o viaggio” (quadro 21/92 per la disciplina degli “autoservizi pubblici non di linea”) e “Lo stazionamento dei mezzi avviene all’interno delle rimesse o presso i pontili di attracco”. In pratica, non possono sostare sul suolo pubblico in attesa di commesse. I taxi si rivolgono invece a una utenza indifferenziata con sosta in luogo pubblico. EzDriver consente di usufruire di auto di lusso in qualunque punto di Milano.

2) Per legge, il noleggio dell’auto NCC deve essere richiesto dal passeggero e non da un intermediario: attualmente l’App di EzDriver è considerato un intermediario, sebbene non lo sia per l’appunto.

3) Le tariffe applicate sono concordate preventivamente. Lo smartphone in pratica fa da tassametro, che è esclusiva del taxi e che deve essere omologato.”

Quali problemi sono sorti?

“I problemi sono diversi: i vigili hanno ritirato il libretto di circolazione ad alcuni autisti di Uber, che ora non vogliono più offrire il servizio neppure a ezDriver. Il servizio funziona sfruttando i tempi morti degli autisti NCC, che nel momento in cui non hanno clienti attivano il satellitare e risultano disponibili per i clienti di ezDriver. Ma senza libretto….non possono lavorare nemmeno da soli! In secondo luogo sono arrivate le minacce e gli scontri “duri” da parte dei tassisti agli autisti che offrono il servizio.”

Ci sono soluzioni per realizzare il vostro sogno?

“Si stanno cercando. Da un lato si cerca un accordo con il sindacato dei conducenti, per essere sicuri di operare nei limiti di legge con loro e di non sovrapporsi al servizio taxi. Dall’altro l’obiettivo sfidante del futuro è quello di includere anche il servizio taxi nell’App: se vuoi un’auto subito prenoti un taxi, se vuoi un’autista con auto di lusso selezioni un NCC. Siamo quindi in attesa di discutere i punti con il comune di Milano: Uber, nostro competitor che ha subito gli stessi attacchi, ha fatto un petizione on line per sensibilizzare Pisapia sulla questione, per dimostrare che il modello opera legalmente.

ll servizio di ezDriver ha l’obiettivo di allargare il mercato NCC, permettendo agli autisti di rendersi disponibili nei tempi morti. Per le problematiche, con riferimento alla questione “intermediario”, il rapporto è pur sempre tra NCC e cliente, l’App è solamente un tool..”

Obiettivo sfidante, progetto eccellente…avete tutto l’appoggio di italioti.it ! E vi auguriamo di trovare presto finanziatori e partner per sponsorizzare la vostra idea di business.

Pubblico di italioti.it, fatevi avanti!
Un grazie sincero a Tommaso e Giovanni per questa intervista.

Il Mal di Militare

Alcuni recenti episodi di cronaca nera causati dalla massiccia diffusione di armi da fuoco, soprattutto negli USA, ha sollevato anche dalle nostri parti il crescente vento del: “Stop alla diffusione delle armi di piccolo taglio!”, che in un istante diventa tempesta “Stop alla diffusione della armi!” e poi si scatena in uragano “Stop alla spesa militare!”.  Credo che siano tre affermazioni estremamente diverse. Mi soffermerò sulla banalità della terza, tralasciando le prime due, di più complessa argomentazione.

Il XIX secolo, uno dei più sanguinari della storia dell’Uomo, ha sollevato, e a ragione, numerose perplessità in merito all’opportunità, da parte di uno Stato, di servirsi dello strumento bellico per risolvere le controversie internazionali. L’opinione pubblica in particolare, come spesso accade nei più svariati ambiti sociali e politici in reazione a degli eventi particolarmente negativi per la collettività, ha quindi appoggiato posizioni diametralmente opposte a quelle belligeranti / colonialiste / imperialiste della prima metà del ‘900. Un vetero-pacifismo incondizionato, per certi versi totalitario per la sua incapacità di ascoltare eventuali obiezioni, ha allora ipnotizzato l’opinione pubblica

“le armi”, (che così presentate paiono un’entità dotata di coscienza e volontà…) “vanno abolite, in quanto inutile strumento di morte, distruzione e oppressione dei popoli”. Tutto corretto, tranne la parte relativa all’abolizione. Perché?

Signore e signori, se non ve ne siete mai accorti o se l’avete dimenticato, mi preme farvi presente una terribile verità: il Male esiste nell’uomo! Il Male, qui inteso come  istinto di sopraffazione particolare sul bene collettivo, esiste in natura ed è in qualche modo celato nel segreto stesso della vita: i batteri che “ingordi” distruggono l’ospite, il leone che combatte per assurgere al ruolo di capobranco; l’uomo che conduce la sua vita per incrementare la propria ricchezza e il proprio potere.  Giovanni Pico de la Mirandola sosteneva che l’uomo non è né bestia né angelo, ma può essere l’uno o l’altro a seconda della propria volontà e delle proprie scelte. Meravigliosa intuizione, ma spesso la bestia prevale sul semidio che è nell’uomo, soprattutto quando la Volontà diventa figlia della Necessità.  Quello che è definito il  “contratto sociale” roussoviano tra uomini, ha permesso un bilanciamento tra interessi individuali e collettivi; ma questo equilibrio, stabile all’interno di uno Stato,  è invece costantemente aleatorio quando si considerano i rapporti tra Stati, perché instabile è la natura degli uomini che ne fanno parte, perennemente sospesi tra il divino ed il bestiale. E così che gli uomini, inizialmente gli uni contro gli altri per accaparrarsi poche risorse, si coalizzano ed organizzano (anche militarmente) in gruppi più o meno omogenei per tradizioni, storia ed interessi, e si scontrano contro altri gruppi altrettanto coalizzati e organizzati. Il Male, in pratica, si organizza e si struttura. Ma non è tutto. Il Male, in quanto insito nell’uomo, ha un’altra micidiale caratteristica: non può essere sconfitto. L’interesse individuale può anche arrivare a convergere con l’interesse collettivo, come capita (o dovrebbe) nelle democrazie, ma le risorse rimangono scarse, e la “scarsità” è  terreno fertile per l’insorgere del Male. Il Male dunque si trasforma. Sconfitto un nemico, protetto un territorio, conquistata una risorsa, sorgerà sempre un nuovo ostacolo sul cammino di uno stato, e il Male non cesserà di bruciare il cuore dell’uomo e alimentare la sete di un popolo.

Ed è a questo punto che entra in gioco il ruolo eccezionale e fondamentale del sistema militare di una Nazione. A prescindere dai vantaggi economici, scientifici e tecnologici che derivano dagli investimenti in tecnologia militare, la maggior parte dell’opinione pubblica, soprattutto tra i miei coetanei, non ha compreso la più importante delle verità che soggiacciono al costante armamento che prosegue dal 1945 e che non si è interrotto neanche con la fine della Guerra Fredda, neanche con l’uccisione di Bin Laden, e che, finchè l’uomo vivrà in società e a contatto con altri popoli che bramano le sue risorse, le sue terre, la sua qualità della vita, non cesserà mai: le armi costituiscono l’unica deterrenza possibile al Male bestiale dell’uomo. Un eventuale “stop alle armi” implicherebbe allora l’incapacità di porre argini alla forza distruttiva del Male; significherebbe anzi incrementare il Male, perché la posizione di vantaggio acquisita dal popolo più forte, lo spingerebbe a muovere una facile offensiva per la conquista delle risorse “non sufficientemente protette”; lo stop alle armi non porterebbe mai alla Pace universale, ma solo ad una guerra lampo da parte del più potente.

È per questo che, nonostante un’opinione pubblica spesso “agguerrita” (aggettivo quanto mai adatto in questo contesto), tutti i governi mondiali (illuminati e non) investono complessivamente nello strumento militare circa due mila miliardi di dollari.

È per questo che anche una Nazione come l’Italia sostiene spese in ambito militare (sebbene la spesa complessiva ammonti appena all’1,4% del PIL).

Ma soprattutto, occorre ricordare che la soluzione politica ed il dialogo con gli altri popoli e le altre civiltà non bastano a proteggere l’uomo da una forza che può essere solo arginata ma mai definitivamente sconfitta . È per questo che si chiama Difesa (dal Male).

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Bank of Japan Revolution: scavare le buche o scavarsi la fossa?

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Il 16 Dicembre del 2012 le elezioni in Giappone, a differenza di quanto accaduto da noi, hanno consegnato al paese una maggioranza stabile ed un governo forte. Fatto ancor più interessante per il nostro percorso di analisi è che il neo primo ministro Shinzo Abe ha incentrato la sua campagna elettorale su una promessa di politica monetaria: una rottura con la prudenza degli ultimi anni, ed un percorso di inflazione per emergere dallo stallo economico.

Negli ultimi venti anni l’attenzione del governo giapponese, e di quasi tutti coloro che si sono dedicati ad analizzare questo “Grande Malato”, si è concentrata sulle decisioni che avrebbero potuto aiutare il paese ad emergere dalla stagnazione, o su quelle che l’avevano peggiorata.

Combinare uno stimolo economico forte (debito e spesa pubblica) con una politica monetaria inflattiva è stata la ricetta più diffusa degli economisti mainstream alla Paul Krugman. Il Giappone è stato troppo cauto, troppo a lungo: ecco perché non è riuscito a liberarsi dalla “trappola della liquidità” e tornare a crescere.

Perdonate la semplificazione, ma quello che si dice qui è una reminiscenza della vecchia proposta di scavare buche e ricoprirle per far ripartire l’economia, combinata con una spinta monetaria sui prezzi per sconfiggere la deflazione.

Si è perso però un nesso fondamentale dell’analisi: cosa aveva fatto il Giappone negli anni ’80 per precipitare in una così profonda spirale? Una “correzione”, come i nostri giornalisti usavano chiamare le recessioni di una volta, durata più di un decennio e recuperata solo a tentoni poco prima della recente crisi mondiale?

Dal 1980 al 1990, il valore di M2 (una comune misura della quantità di moneta in una economia) in Giappone fu incrementato da poco meno di ¥200 trilioni a più di ¥480 trilioni attarverso un’aggressiva politica di bassi tassi di interesse (mirata a mantenere competitivo il tasso di cambio col dollaro). Allo stesso tempo, l’indice della borsa Nikkei 225 saliva da circa 6.500 punti (gennaio 1980) a sfiorare i 39.000 (dicembre 1989), ed il prezzo delle abitazioni in alcune aree di Tokio raggiungeva i $215.000 al metro quadro (anche più, secondo alcune fonti).

Certo l’inflazione, misurata con il famoso indice dei prezzi al consumo, era rimasta contenuta durante quel periodo: al di sotto del 2,5% dal 1982 fino al ‘90. In questo caso, benché gli economisti prendano questo indicatore come il migliore segnale di allarme di una politica monetaria troppo espansiva, la catastrofica bolla era rimasta nascosta all’ombra di un’inflazione ufficiale contenuta.

All’inizio degli anni ’90 le misure restrittive prese per fermare la bolla, e riportare il credito sotto controllo, generarono un massiccio (ma necessario) aggiustamento economico che in relatà non si è mai completato.

Ma la rivoluzione monetaria, come l’ha chiamata il Financial Times, o Abenomics è arrivata a risolvere il problema: la nuova promessa di Abe e del neo-governatore della Bank of Japan Kuroda è di raddoppiare la Base Monetaria e rilanciare l’economia del Giappone con un nuovo target di inflazione al 2% in due anni.

Nell’ultima seduta prima delle elezioni di Dicembre, l’indice Nikkei era intorno ai 9.700 punti. Ieri ha chiuso introno ai 13.200 (+35%). Ad oggi, è previsto che raggiunga quota 16.000 per la fine dell’anno: un ulteriore rialzo del 20% rispetto alla recente chiusura.

Il Professor Krugman, in paio di recenti post, appare soddisfatto del nuovo indirizzo dettato da Abe.

Ma che tipo di buca sta realmente scavando il Giappone?

Politica monetaria for dummies – Meglio un uovo oggi e la gallina pure

uovo-oggi-gallina-domaniPost scritto da carlaus (postato da italiota).

Uno degli episodi più importanti della recente crisi economica americana, che poi ha contribuito a destabilizzare il sistema bancario europeo (via via fino a disturbare il sonno della politica nostrana), è  stato rappresentato dallo straordinario accumulo di debiti ipotecari nei bilanci delle grandi banche statunitensi.

Ci saranno spazi più adeguati per descrivere la catena di eventi che ha portato da questa situazione al collasso generale che tutti conosciamo, ma la domanda a cui bisogna rispondere prima di tutto è la seguente:  qual è stata la causa di un così imponente errore di calcolo da parte di un sistema finanziario sofisticato come quello d’oltreoceano?

Si sono sentite tante risposte facili a questa domanda. Si è detto (e questo è piaciuto molto ai nostri politici, e non solo) la mancanza di regolamentazioni, l’ingordigia dei banchieri, la speculazione selvaggia. A me sembra, però, che queste siano delle risposte facili (anche se forse non del tutto fuori pista). Da un lato, perché si fermano ad individuare dei capri espiatori già invisi all’opinione pubblica, dall’altro perché, se ci si pensa bene, non spiegano certo a fondo i meccanismi economici che ci hanno condotto a questa situazione.

L’economia funziona, come molte altre cose nella vita degli individui, sulla base di incentivi. Ma cos’è che ha incentivato gli investimenti immobiliari selvaggi, i prestiti facili, i subprime rischiosissimi e l’impennata dei prezzi delle case nella periferia americana?

Ebbene, tornando al nostro vecchio e impolverato libro di teoria monetaria, potremmo renderci conto che la risposta segue il ragionamento di una vecchia domanda popolare: è meglio un uovo oggi o una gallina domani? Sorprendentemente, la risposta a quest’ottima domanda è che dipende dal tasso di interesse. Non quello del mutuo, e men che meno quelli sui Titoli di Stato. Il tasso più rilevante è quello che non si vede sui tabelloni della borsa o sui siti di confronto, ma nelle intenzioni e azioni degli individui.

Alcuni economisti, attenti al comportamento dei singoli soggetti, hanno chiamato questo tasso “tasso di preferenza intertemporale”: questo non è altro che la ricompensa richiesta da ciascuno per rinunciare a qualcosa oggi e riceverlo domani. Ed è quello che facciamo ogni qual volta prestiamo qualcosa a qualcuno, o acquistiamo un investimento, aspettandoci un qualcosa in cambio.

Il principio fondamentale che regola questo processo è che, per un certo numero di ragioni (tra cui l’incertezza),  detenere un bene oggi è preferibile alla promessa di ricevere lo stesso bene domani. Basti pensare al rischio che i ciprioti hanno corso mettendo i loro risparmi nelle mani del sistema bancario locale…

Su questa semplice conclusione si può costruire tutta la teoria del tasso di interesse, ed avviare un’indagine nelle ragioni che conducono il sistema di mercato verso una recessione.

Se pensiamo ad un semplice sistema economico privo di moneta, questo filo di pensiero si tradurrà semplicemente nel fatto che beni futuri verranno scambiati ad uno sconto rispetto ad identici beni presenti. Ad esempio, io posso rinunciare al mio uovo oggi solo se in cambio (e ricordiamo che questo potrebbe alla fine non verificarsi) riceverò una gallina domani. Si parla qui chiaramente di un tasso di interesse molto alto!

Questo tasso di interesse esiste sul mercato ed e’ in continuo movimento: alcuni economisti l’hanno definito “tasso naturale”. Le decisioni dei differenti attori del mercato tra consumo presente e risparmio (consumo futuro) determinano questo tasso; maggiore il risparmio, minore il tasso e viceversa. Finché i tassi che vediamo ogni giorno in televisione rimangono in linea con il tasso naturale, le distorsioni nel sistema sono ridotte al minimo.

Ma cosa crea, nella realtà, una divergenza?

Come ben sappiamo, nel sistema economico moderno, i beni vengono di solito scambiati contro moneta e non contro altri beni. La moneta e’ divenuta il veicolo di tutte le transazioni di natura economica , e a sua volta influenza il funzionamento del sistema: a causa della presenza della moneta, i tassi di interesse sul mercato non riflettono necessariamente il tasso naturale perché sono influenzati dalle variazioni artificiali nella quantità di denaro in circolazione.

E l’offerta di moneta, come sappiamo, viene controllata dalle banche centrali al fine proprio di condizionare i tassi di interesse ed influenzare l’economia reale.

All’inizio degli anni 2000, la Federal Reserve americana ridusse i tassi di interesse al loro minimo storico per contrastare gli effetti della bolla dot com e dell’11 Settembre sull’economia degli States. La riduzione dei tassi che seguì ebbe un duplice effetto: da un lato fu accompagnata da un significativo incremento nella quantità di moneta in circolazione, dall’altro ridusse il rendimento di svariati investimenti tradizionali, che scese in linea con il tasso di riferimento.

Ed è qui che troviamo due forti incentivi come conseguenza di questa riduzione dei tassi di mercato rispetto al tasso naturale: primo, i maggiori fondi disponibili sono stati assorbiti dagli attori di mercato desiderosi di indebitarsi a tassi più bassi di quelli precedenti e, secondo, i fondi dei risparmiatori intenzionati a prestare al più alto tasso naturale sono andati in cerca di investimenti meno tradizionali. In molti casi, la disponibilità illimitata di denaro dei maggiori istituti finanziari era tale da spingerli ad erogare credito a chiunque lo richiedesse.

Tutto questo è stato evidente nel fenomeno dei mutui subprime, nell’incremento dei prezzi del real estate americano e, più in generale, nella crescita dei profitti bancari durante lo stesso periodo. È per questo che bisogna sempre ricordarsi degli incentivi che spingono gli attori ad agire, e di come le banche (grazie alla divergenza tra tassi di mercato ed intenzioni degli individui) siano state messe nell’invidiabile condizione di indebitarsi a costo zero e comprare l’uovo e la gallina nello stesso giorno.

È probabile che questa non sia la prima volta che leggete questa versione dei fatti; non si tratta di un ragionamento poi tanto fuori dal mondo. Eppure non è quello preferito dagli economisti da best seller né, se è per questo, dalla Federal Reserve. Il problema è che, se procediamo in questa direzione di analisi della crisi, le nostre prossime tappe non lasciano ben sperare sulla direzione delle politiche attualmente messe in atto.

C’era una Vodka il declino

bere per fermare il declinoI can’t get no, satisfaction…

Scrivo così questa mattina, perchè alla fine è un po’ come ci potremmo sentire dopo queste consultazioni.

E voi vi chiederete: ma che cazzo di soddisfazione è?

La soddisfazione che ci stiamo avvicinando piano piano al declino, quello vero e quella che sento oggi è una sana voglia di autodistruzione, così da poter ricominciare a costruire.

Siamo arrivati in uno di quei periodi storici in cui, sempre per citare i Rolling Stone, vedo “tutto nero, tutto nero intorno a me.”

Non ci resta che sorridere un po’ perché “si muore un po’ per poter vivere” e poi infondo non abbiamo più nulla da perdere. Anche un bel non governo, come in Belgio per un paio d’anni, e le leggi portate avanti dal solo potere legislativo a questo punto che problema possono darci?

Vorrei qua sotto riprendere un po’ di frasi geniali della fantastica pagina facebook: “Bere per Dimenticare il Declino”, perché infondo non vedo altre alternative.

Basta vuoti! Di governo

Non c’è nessuno che governa, ci resta solo l’Amaro Averna

Boldrini paga gli shottini

Ci offrono la camera? Noi vogliamo la cantina!

Tagliato il rating dell’Italia: B evi  B evi B evi di +

Meno corrotti, più corretti!

E infine, un consiglio economico per gli amici di Monte Dei Paschi: no ai derivati, scegli i distillati!

Che c’entra adesso la Teoria della Moneta?

adjust-interest-rateUn paio di settimane fa mi è stato chiesto di scrivere un post per il nuovo blog Italioti.it. Certo, la richiesta mi ha lusingato, ma la cosa che mi ha sorpreso di più è stato l’argomento proposto: l’economia monetaria. Chi mi conosce sa che questa è da sempre un mio interesse; la prima cosa che mi sono chiesto, però, è stata: alla gente interessa leggere di politica monetaria? Si tratta veramente di un argomento di discussione?

E’ da qui che ho cominciato a riflettere…

Per esempio, si è parlato molto di Euro negli ultimi anni ma, nel bene e nel male, si è trattato soprattutto di un giudizio sui governi. Su come questi hanno affrontato il passaggio delle vecchie valute alla moneta unica, sul loro comportamento nei confronti dei deficit e dei debiti pubblici nazionali. Sulla loro sostenibilità e la necessità di ridurli. Certamente si tratta di problemi di ambito monetario, ma una vera discussione pubblica su metodi e conseguenze della politica monetaria delle banche centrali non c’è stata.

Non è che nella storia della teoria monetaria non si sia scritto e detto di tutto, spesso senza aggiungere molto: basti pensare che molta parte delle teorie attuali si trova già in autori di inizio ‘800. Eppure, non c’è accordo su quale delle varie teorie funzioni meglio; a dire il vero, nessuna delle teorie dominanti sembra in grado di spiegarsi quanto successo al mondo prima e dopo il Settembre del 2008. Parlarne, insomma, se ne è parlato tanto (in ambito accademico), ma forse c’è ancora qualcosa da dire.

Partiamo da un presupposto provocatorio: la politica monetaria è tutto, la causa e la soluzione di tutti i mali. Le scelte sulla moneta fanno e disfano boom e recessioni, ricchezza e povertà, la stessa stabilità sociale di un paese. Come si vede chiaramente dallo stallo politico nel Congresso americano sul discorso del deficit, dal dibattito italiano del dopo elezioni, dall’incessante interrogativo Euro si Euro no, l’attenzione di tutti è focalizzata sulle scelte (o non-scelte) di governi e forze politiche. Le colpe di quello che succede alle nostre economie risiedono, nella coscienza collettiva, con i nostri governi. Nel frattempo, di tanto in tanto, le banche centrai sono chiamate ad intervenire per porre rimedio ai danni altrui. Questo è quanto sappiamo, o almeno così ci vengono spiegati i fatti…

E se invece non fosse così? Se i governi avessero si colpe e meriti, ma nell’ambito di un contesto macroeconomico fondamentalmente fuori dal loro controllo? Se fossero attori, ma non i protagonisti?

In realtà la chiave dei nostri problemi potrebbe nascondersi più in qualche vecchio impolverato libro di teoria monetaria che nelle inclinazioni dei politici che ci governano oggi. Insomma, e sarete d’accordo anche voi, da bravo italiota sono intrigato dall’idea di allontanarmi dal problema pratico per andare a scavare tra i massimi sistemi. Un bella discussione teorica senza via di uscita non ha pari: cambiare il mondo senza dover alzare un dito.

Almeno questo è quello che ho spesso pensato della mia passione per la teoria monetaria. Recentemente però, decisamente per caso, mi sono imbattuto in una citazione di John Maynard Keynes, uno dei gradi della professione. Keynes ci ricordava che “le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto.”

Non bisogna certo essere sempre d’accordo con lui, ma credo che in questo caso ci siano pochi dubbi. E allora, cari Italioti, non dovremmo finalmente cominciare a parlare un po’ più di teoria monetaria?

Bastona il Ricco per affamare il Povero – Strategia del consenso della sinistra 2.0

PAPERONE

Cari Italioti,

la campagna elettorale è ormai giunta al chilometro finale (o alla canna del gas, se preferite).

In quanto Italioti, assistiamo rapiti ed inermi allo spettacolo teatrale del “chi-la-spara-più-grossa” (e se non è grossa deve almeno essere diversa): spettatori solo all’apparenza non paganti – e qui il riferimento non è ancora al Canone RAI – di una farsa sapientemente messa in scena, con centinaia di figuranti, e dal finale per nulla scontato.

Tra le tante battute ad effetto (tutte accolte dal sonoro plauso del pubblico italiota), ricette miracolose (qui il plauso diventa giubilo) e cospirazioni giudiziarie (qui partono anche i lanci di monetine), ciò che qui vogliamo approfondire con voi, cari italioti, è il tanto discusso tema elettorale “Patrimoniale si, patrimoniale forse, patrimoniale assolutamente no”.

Ma cos’è la Patrimoniale? Chi ne sostiene l’applicazione? E, soprattutto, quali gli effetti?

In soldoni (l’espressione scelta non è casuale), la Patrimoniale è un’imposta che colpisce, o dovrebbe colpire, il patrimonio, mobiliare-immobiliare-finanziario, delle persone fisiche. Ovviamente, nel paese in cui l’evasione è un mestiere (ca. 18% del PIL – 120 miliardi di euro l’anno) il condizionale è d’obbligo.

Giusto per darvi qualche esempio, l’IMU è un’imposta patrimoniale che colpisce i gli immobili; il prelievo forzoso sui conti correnti (tanto caro al Governo Amato … così poco amato) è un’imposta patrimoniale sulle disponibilità finanziarie in forma di depositi su C/C; infine, il bollo auto è un’imposta patrimoniale sugli autoveicoli (patrimonio mobiliare, a meno che non abbiate una Fiat Regata, nel qual caso sarebbe più corretto parlare di patrimonio storico, certamente non artistico), al pari dell’imposta sulle imbarcazioni e al Canone RAI.

Come potete notare, cari italioti, la vostra esposizione alle imposte patrimoniali è praticamente universale.

Quanto al secondo quesito, “Chi ne sostiene l’applicazione”, il ricorso alle imposte patrimoniali è stato storicamente uno dei pilastri (non sempre sbandierato) delle politiche economiche di sinistra. Giusto per non allontanarci troppo nella dimensione spazio-temporale, si tengano a mente (a) il 75% di aliquota fiscale per le persone fisiche con reddito superiore ad 1 mln di Euro introdotto dal governo socialista francese Hollande (ancorché non qualificabile strettamente come imposta patrimoniale) e (b) l’uscita sinistra (o se vi pare, mal-destra) del più sinistrorso uomo politico della sinistra italiota, che pure è uomo colto, “I ricchi vadano al diavolo”.

Per certo, ai fornelli della destra italiota non si sente odore di ricetta Patrimoniale (figurarsi se Master-Porc è così scemo da darsi una mazzata sui maroni!! A lui i maroni non servono certo in cucina … eventualmente, solo in Lombardia). Sempre per rimanere sul recente-vicino, basti pensare alla vigorosa, stoica opposizione dei PDLecchini all’introduzione della Patrimoniale nella manovra “Salva Italia, salva freschezza, salve Regina” del governo degli eletti (non che lo siano stati tecnicamente, ma tant’è …).

Infine, andiamo ad analizzare quali sono gli effetti di una Patrimoniale.

Ma prima di addentrarci negli effetti, ci preme ricordarvi, smemorati italioti, la ratio ultima e nobile di questa imposta, ovvero il prelievo di ricchezza dai ceti abbienti (maledetti) per favorire la redistribuzione verso i ceti meno agiati.

Bene, ora siamo pronti per esaminare le conseguenze derivanti dall’applicazione di una patrimoniale, pari all’1% del patrimonio mobiliare e finanziario, ipotizzando due scenari: il primo è lo SceMario (non è un refuso) che possiamo definire “Scolastico”; il secondo è lo Scenario Italiota. In entrambi i casi, faremo uso di un cittadino italiano abbastanza ricco & famoso, come ad esempio il CONTRIBUENTE MISTERIOSO (non è mai carino parlare dei soldi degli altri), con un patrimonio di 100 mln di Euro (ne converrete sia abbastanza ricco e maledetto).

Nello SceMario Scolastico, a fronte della notizia dell’introduzione da parte del Governo Italiota dell’imposta patrimoniale, il CONTRIBUENTE MISTERIOSO non batte ciglio e, fedele alla gesucristiana visione del porgi-l’altra-guancia, versa all’erario 1 mln di Euro (100 mln x 1%). Col milione di Euro riscosso, il Governo Italiota comprerà tantissimi rotoli di carta igienica per i bambini delle elementari (anche di quelli colorati che tanto piacciono ai bambini), pagherà sussidi di disoccupazione agli operai vittime di licenziamenti, investirà in ricerca, permettendo a tanti giovani ricercatori emigrati di rientrare in patria, e tutti vissero felici & contenti.

Ma vi pare credibile come scenario? No. Evidentemente, no. Proprio per questo l’abbiamo chiamato SceMario Scolastico. Siamo in Italia, cari Italioti, non sui libri universitari.

Andiamo dunque allo Scenario Italiota. Avuto il lontano e vago sentore di una possibile vittoria elettorale della sinistra bolscevica (e quindi di una probabile applicazione della Patrimoniale), il CONTRIBUENTE MISTERIOSO ha sicuramente messo in atto una delle seguenti strategie difensive: (a) intestare tutte le proprietà al cugino cieco-sordo-muto nullatenente bielorusso (chi non ha un cugino in Bielorussia?); (b) prelevare dai conti bancari italioti e portare tutto in Svizzera; (c) trovare un cardinale amico degli amici (di quelli che non si possono nominare) e portare tutto nella Città del Vaticano; (d) trasferire la propria residenza in Russia, dall’amico Putin.

Di tutte queste ipotesi, prediamo come esempio l’ultima, come nel caso di Gérard Xavier Marcel Depardieu.

Il nostro povero CONTRIBUENTE MISTERIOSO, con le lacrime (di coccodrillo) agli occhi, fatte le valigie (anch’esse di coccodrillo) e caricate nella modesta Range Rover, si appresta dunque ad abbandonare mestamente il suolo italiota, vittima di un fisco vessatorio ed opprimente. Egli non cenerà più nel ristorante toscano prediletto (il cui titolare per far fronte alla perdita del migliore cliente licenzierà uno dei lavapiatti). Egli non ballerà più nel locale tanto amato della movida milanese (il cui gestore non avrà più bisogno dell’addetto alla sicurezza). Egli non attraccherà più nei porticcioli della Sardegna (che non avranno quindi bisogno di addetti alla manutenzione). Egli non percorrerà più le vie dello shopping in cerca della borsa Prada da 2 mila Euro per la propria amata (… e ci sarà bisogno di sempre meno commesse, operai, artigiani, addetti al trasporto, contabili, ecc. ecc). Alla fine non ci sarà bisogno nemmeno di voi, stupidi italioti sinistrorsi.

Siamo in Italia, signori. Se tutti pagassero onestamente le tasse, ci sarebbe forse bisogno di una Patrimoniale? E quand’anche si decidesse di introdurla, i destinatari non troverebbero forse un modo per aggirarne l’applicazione?

Fatti due conti, quella Patrimoniale che sui libri viene definita come una forma di redistribuzione della ricchezza, finirebbe per essere un ulteriore strumento per affamare quelli che la sinistra sostiene di difendere, i poveri. Ed è qui che casca l’asino. Forse è una strategia? Finché ci saranno poveri, servirà sempre qualcuno che ne prenda in cura gli interessi (lo si facesse veramente …). Eccola la strategia della nostra sinistra 2.0 (o meglio, 0.2): bastona zero ricchi e affama due poveri.

Odi et IMU

no spamA pochi giorni dal voto, Silvio invia una dichiarazione firmata a milioni di famiglie in cui conferma che rimborsera’ quanto pagato l’anno scorso sul conto corrente oppure in contanti agli sportelli della posta. Scatta la polemica violenta.

Leggi la lettera su italioti.it se non l’hai ancora ricevuta.

Questo e’ cosa dice la legge in materia. Noi non siamo degli esperti in materia.

Tu che ne pensi?

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