per caso mi imbattei in Zagrebelsky

Gustavo un Paese…
dove gli appelli si facevano solo nelle aule dei discenti,
dove non si agitavano de Monticelli di polemiche allarmistiche di derive autoritarie di Casaleggio  in Casaleggio a mezzo di un Grillo berciante d’odio e distruzione,
dove da una parte i Bonsanti, dall’altra i peccatori sacrileghi di una augusta Carta che non sempre fa buon brodo istituzionale,
dove si ci confrontava, senza barricate tra il vecchio che resiste, talvolta con Carlassare spocchia e livore poco Urbinati, ed il nuovo che
avanza bulletto e vilipeso tra un Delrio che taglia i Boschi, tra ingombranti Casson e minacciosi Gotor,
dove non si credeva che ci fossero Rubini solo a Rodotà ma anche in altri Settis,

Gustavo…e spero di poter presto addentare un Paese diverso.

Scurò – Il Grillo berciante

ImmagineOggi in particolare quasi nove milioni di cittadini hanno subìto un’onta insopportabile. Non gli elettori del Cavaliere dimezzato (ma non troppo) di Arcore, non quelli confusi ed infelici del Rottamatore machiavellico.

I cittadini elettori del M5S. Un pugno di loro (quasi 21.000) avevano incaricato il lìder maximo ed i capigruppo di andare all’incontro con Matteo Renzi. La performance è stata drammatica.

Quegli oltre otto milioni di cittadini – insieme agli altri, non meno attoniti – hanno dovuto assistere ad otto minuti di propaganda, spregio della dialettica, assenza di contraddittorio sul merito dei problemi di questo disperato Paese.

Non credo che tutti gli otto milioni trovino che il rimedio al mal governo, all’immobilismo, all’incapacità sia strepitare come fossimo allo stadio.

Da parte del depositario della fiducia di oltre otto milioni di cittadini non è giunta una proposta; un tentativo di inchiodare Renzi all’assunzione di almeno un provvedimento votabile dai Cinque Stelle; dai capigruppo neppure una parola, erano lì come statue di cera a fianco del Dittatore del Megafono.

Solo denigrazione, discredito, insofferenza, tracotanza, rivendicazione di primazia dei propri contenuti, senza però misurarsi sugli stessi.

Perchè il Grillo berciante non ha chiesto al giovanotto “marcio” come intenderebbe riformare il mercato del lavoro per fronteggiare disoccupazione e precariato, esodati e pensionati in affanno?

Perchè lo Stratega del palco non ha chiesto al giovanotto dei poteri forti come e dove taglierà la spesa pubblica per abbattere l’IRAP ed il costo dell’energia per le imprese?

Saprebbe Grillo dirci il perché dei suoi omessi cosa, come, quando?

Prima che il Grillo continui a berciare il suo violento inno al “tanto peggio tanto meglio” fino alla catastrofe bisogna che l’altra politica faccia presto qualcosa di buono.

Prima che sia troppo tardi.

Scurò – Siamo in una Barca “scurdata”?

Lo sfogo dell’alto dirigente ministeriale e politico dem Fabrizio Barca al Nichi Vendola perfidamente mandato sulle frequenze di Radio 24 rappresenta sicuramente uno stato d’animo condiviso, in parte condivisibile.

Sennonché da parte di un ex Ministro tra i più competenti e produttivi del governo Monti, che sembrava volersi candidare ad una ricostruzione ab imis del Partito Democratico, alto dirigente ministeriale, ci si aspetterebbe una reazione diversa al riferito “forcing” per  l’assunzione del gravoso impegno della conduzione del Ministero chiave.

Non certamente quello di schermirsi dando del “fuori di testa”, additando i “paron”, denunciando avventurismo, invocando umanità (ma poi per chi, per Letta?Non importa).

Homo Faber sui destini, dottor Barca. A meno che  Faber, il dirigente “de’ sinistri”, preferisca anziché contribuire ad un destino buono per il suo Paese prefigurarsi la deriva della”varca scurdata” Italia, vale a dire di quella barca equipaggiata in maniera scoordinata che procede apparentemente senza rotta, perdendo pezzi da tutti i lati, e non per colpa di un mare agitato. Mare, quello Nostrum, per di più assai procelloso…

Il J’Accuse (seppur estorto con una odiosa burla) pone una questione politico-linguistica sostanziale: da una parte l’esortazione latina, dall’altra la potenza fatalista dell’idioma siculo. E la frase di congiunzione tra le sponde, Nomen Omen, sottesa al ragionamento di Fabrizio Barca, non è certo rassicurante.

La mossa del rottamatore machiavellico è stata avventata, rischiosa, forse incosciente? I fatti delle prossime settimane si incaricheranno di darcene conferma o smentita. Resta il fatto che la barca italiana non aveva un nocchiero di polso, la plancia era invasa da carte nautiche confuse e frammentarie, la tempesta è sempre dietro lo scoglio da aggirare.

In mezzo al mare c’è l’Italia, che come sappiamo dalle scuole elementari, è una penisola, non un’isola (da contemplare mestamente alla deriva).

Nuovo Cinema Paradiso – La mafia si uccide (non solo ma anche) con una risata

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La mafia uccide solo d’estate in un inverno della coscienza civica di letargo della legalità lungo almeno mezzo secolo.

L’amore che si dichiara in un cimitero: l’amore acerbo per la propria terra, l’amore inquinato dall’ignavia,  da un colpevole torpore della sopraffazione, da una connivenza silenziosa che come il carbone “si nun tince mascarìa” interi ventricoli della città.

La morte che insanguina la terra con i suoi martiri dando adito in ogni angolo di strada ad una lapide di un immaginario cimitero dei giusti.

Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) con la consueta aria apparentemente scanzonata e con la immancabile posa stralunata con la sua opera prima ha messo in scena una parodia sulla Mafia che sembra raccogliere il testimone da Marco Tullio Giordana che con “I cento passi” ha raccontato la Mafiopoli di Peppino Impastato dileggiata sulle frequenze di Radio Out, a Cinisi e dintorni.

Pif non vuole ergersi a moralista, atteggiarsi a documentarista nè vuole banalizzare la tragicità del quindicennio che ha visto il più alto numero di morti in assenza di una guerra convenzionale: vuole dare rappresentanza ironica, mai troppo impietosa a quella immensa terra di mezzo tra le due trincee, quella dell’Antimafia di indagini ed arresti e quella di stragi e malaffare.

A Tano Seduto (Gaetano Badalamenti) si succede u’ Zu’ Giulio (Andreotti), l’onorevole amico degli amici che irrompe nella vita del piccolo Arturo per il merito di avergli saputo dare dallo schermo di una TV una risposta alla domanda della vita (come dichiarare il proprio amore ad una donna) mentre il padre si era schermito celandosi dietro una sorta di omertà dei prori sentimenti.

Arturo – ovvero il bambino che è stato o che è in Pif – incarna il cittadino bisognoso di risposte primarie (e non) alle proprie esigenze vitali (l’amore, il lavoro) e per questo si lascia irretire dall’onorevole Andreotti al punto da costruirne un mito paradossale.

Mito paradossale che fermenta nel brodo di coltura della ignavia, indifferenza, della paura, della connivenza, della collusione.

La mafia è come i cani, non devi dargli fastidio” risponderà il padre ad Arturo  che gli domanda se c’è da aver paura della mafia; e poi, “uccide solo d’estate, noi siamo in inverno”. Già un inverno della coscienza lunghissimo che irrigidisce i sensi al punto da braccare ogni reazione alla violenza che uccide nei bar, per strada, in autostrada.

Soltanto l’uccisione del Prefetto, inviato in una Palermo patibolare a combatter la mafia malgrado Andreotti ritenesse che “l’emergenza criminalità riguarda la Campania e la Calabria” imprimerà una svolta al “fanciullino” provocando qualche prima reazione della coscienza civica lungamente anestetizzata.

Non era il generale Dalla Chiesa ad aver “sbagliato regione” come diceva Andreotti ma Arturo ad avere sbagliato domanda e a non aver verificato le sue “fonti” di piccolo giornalista per un mese dell’immaginario “Giornale di Palermo”.

Sorprendentemente Arturo farà suo principio di vita la boutade  dell’onorevole presidente Andreotti pronunciata con il consueto cinismo qualche giorno dopo la celebrazione delle esequie del Prefetto “che aveva sbagliato regione”,  a suggello della sua assenza al funerale: “preferisco andare ai battesimi”.

E così, dopo aver toccato quasi il fondo della pochezza morale di una vita fatta di espedienti a forte rischio di contaminazione con l’ambiente mascariato di mafia e malaffare messo in scena in uno squallido “bonsuar” della dignità umana, la coscienza di Arturo – questa volta emblema di una coscienza legalitaria ridestatasi dal lungo letargo dell’inverno mafioso – deflagra – sull’onda delle deflagrazioni vere e drammatiche di Capaci e via D’Amelio – andando incontro al battesimo suo, di Flora (la ragazza che ha sempre amato sin da bambino) e di suo figlio in una società che vuole essere non eroica ma normalmente alimentata dal fresco profumo di libertà e non soffocata dal puzzo del compromesso morale.

Alla “montagna di merda” della mafia non può che preferirsi  l’iris con la crema di ricotta al forno del vice questore capo Boris Giuliano.Immagine

Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

Qualcuno era di destra (prestito non richiesto a Giorgio Gaber)

 

gaberQualcuno era di destra perché era nato in una famiglia borghese, siciliana,  ma che sa che “lavorare stanca”.

Qualcuno era di destra perché un nonno era stato un giovane fascista, l’ altro un socialdemocratico … e poi entrambi due vecchi (ed onesti) democristiani di destra e di sinistra.

Qualcuno era di destra per polemizzare con suo padre.

Qualcuno era di destra anche perché prima (prima, prima…) non poteva essere stato fascista. Non era ancora nato chi potesse metterlo al mondo come figlio della lupa e rifiutava il fascino della nera nostalgia e poi non gli prudevano le mani!

Qualcuno era di destra perché molti personaggi “mitici” della sinistra si erano rivelati agli occhi della Storia dei mostri sanguinari che neanche il cavalier Benito…

Qualcuno era di destra perché vedeva gli Stati Uniti  come una promessa di libertà mantenuta, l’Inghilterra come la terra di approdo del fair play e del merito, la Spagna come il risveglio della Vecchia Europa , il liberalismo come il vessillo del progresso conquistato a forza di giusto merito.

Qualcuno era di destra perché i gulag, le foibe, la frustrazione egualitaria delle tute blu di Mao, la vita degli altri violata dalla Stasi, i fatti d’Ungheria, i carri armati di Tienanmen, Pol Pot, Ceaucescu, i silenzi e le connivenze da finanziamento sovietico  del PCI, eccetera, eccetera, eccetera..

Qualcuno era di destra perché gli piaceva sentirsi solo contro tutti.

Qualcuno era di destra perché frequentava un liceo classico  di professori e compagni di sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante il cinema, il teatro, la pittura, la letteratura, la musica che gli piacevano proiettassero, recitassero, dipingessero, scrivessero, suonassero  con la mano sinistra.

Qualcuno era di destra nonostante apprezzasse l’amicizia di uomini e la tenera amicizia di donne…quasi sempre di sinistra e quasi mai di destra.

Qualcuno era di destra perché essere di sinistra per tanti come lui era uno status symbol e voleva rifuggire l’omologazione.

Qualcuno era di destra per provare l’ebbrezza di essere in minoranza in una cerchia di amici e conoscenti quasi tutti di sinistra.

Qualcuno era di destra perché assaporava il gusto della vittoria alle urne quando i sinistri musi lunghi bevevano dall’amaro calice della sconfitta.

Qualcuno era di destra ma poco dopo la prima vittoria vissuta sentiva sempre più forte uno sgradevole odore proveniente da destra e non era il fresco profumo di libertà che voleva respirare a pieni polmoni.

Qualcuno era di destra ma cominciava a sentire giramenti di testa e crisi di coscienza come se avesse preso più di un destro alla testa ed allo sterno.

Qualcuno era di destra ma non voleva più leggere e sentir parlare di compromessi morali ammantati da false ragion di Stato maleodoranti di malaffare.

Qualcuno era di destra perché viva la libertà, ma non il libertinaggio delle e nelle istituzioni.

Qualcuno era di destra perché basta con la lotta di classe, si parta dall’uguaglianza ai blocchi di partenza e poi ci si disseti di merito lungo la propria corsa, si proceda con una ridistribuzione dei diritti sociali, no all’iconoclastia indiscriminata delle carte vecchie dei diritti, sì al restauro conservativo che ceda ai figli un po’ di smalto protettivo senza privarne però i padri.

Qualcuno era di destra perché il senso dello Stato ed il rispetto della legge deve rendere uguali tutti i cittadini ed assicurare un vivere ordinato dei diritti in libertà senza calpestare quelli degli altri.

Qualcuno era di destra malgrado da destra ci fosse chi pretendesse di essere “più uguale degli altri” sfregiando ripetutamente lo Stato di diritto.

Qualcuno era di destra perché Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, erano delle persone integerrime, dei padri straordinari nella loro forza e debolezza, dei Servitori esemplari dello Stato in uno stato assai marcio e corrotto, ed erano di destra.

Qualcuno era di destra perché la rivoluzione liberale…? oggi, è troppo presto, il paese non è pronto. Domani, forse, dopodomani chissà, insomma si farà, basta con i carrozzoni delle municipalizzate trainate da e per i clientes, basta con il sei politico nella pagella dell’Italia postsessantonina!

Qualcuno era di destra perché voleva sciogliere lacci e lacciuoli dello statalismo, ma non lasciare che avidi speculatori privati sfilacciassero indiscriminatamente il tessuto collettivo.

Qualcuno era di destra ma preferiva Raitre a Rete quattro.

Qualcuno era di destra malgrado ci fosse il grande partito (o il partito grande) del popolo delle libertà ed avesse dovuto votarlo, anche se per una sola volta. Turiamoci forte il naso!

Qualcuno era di destra anche se non abbiamo mai avuto un vero partito liberale di massa!

Qualcuno era di destra perché non si poteva lasciare il liberalismo alla sinistra riformista eternamente incompiuta ed impotente!

Qualcuno era di destra perché dopo cinquant’anni di governi democristiani, socialisti e  dopo Tangentopoli bisognava riprendersi la cattedra del governo e lasciare i magistrati al solo (ma intoccabile) esercizio del potere giudiziario.

Qualcuno era di destra anche se in mezzo a lui c’erano i ripescati ed i riemersi tra quei democristiani e socialisti di cui non voleva sentir parlare.

Qualcuno era di destra perché provava ogni volta una morsa al cuore allo svincolo di Capaci, un sussulto di doloroso orgoglio per le parole di Paolo Borsellino sull’impegno civile collettivo richiesto per lottare con successo contro la mafia, una ammirazione per il coraggio del giovane Rosario Livatino, un penoso senso di riconoscenza nei confronti di coloro che alla mafia ed al terrorismo hanno dovuto consegnare la propria vita per non cedere al ricatto, al sopruso e per dare una possibilità di riscatto a chi restava nella lotta e nell’inerzia.

Qualcuno, qualcuno credeva di essere di destra, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era di destra perché sognava per l’ Italia libertà e merito, giustizia e progresso, ma con volti più umani e più belli di quelli made in USA, con mani non invischiate in affari da novella America Latina dei plutocrati, da Russia da capitalismo a la KGB, da Libia post coloniale.

Qualcuno era di destra perchè la magistratura deve perseguire tutti i reati con autonomia, abnegazione e senza remore, senza inseguire progetti di bonifica della classe politica laddove la prova del marcio penalmente rilevante non sussista.

Qualcuno era di destra ed era ottimista e pessimista, così in un colpo solo fregava i musoni di sinistra.

Qualcuno era di destra perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di rivendicare anch’egli una morale ed una cultura che non fosse solo quella sbandierata gelosamente e con  alterigia dalla sinistra.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno e quel Qualcuno si è preso – anche se per poco – un grande abbaglio.

Era solo uno slancio, un desiderio che tutto potesse cambiare senza che niente restasse così com’era.

No, niente rimpianti. Solo amarezza per aver dato un po’ di credito ad un filibustiere presentatosi tra le macerie di questo disgraziato paese come condottiero della rivoluzione liberale. E tanto sconcerto per la squallida comitiva di innumerevoli lacchè, piccoli arrivisti, tenaci parassiti, volgari odalische, mediocri erinni che popolano il sottobosco italico.

 

Quel Qualcuno è ancora giovane, forte, lucido abbastanza da gridare ai rapaci ancora in volo ma a quote basse che la sua generazione non ha perso e non intendere perdersi!

Quel Qualcuno crede che in molti dovranno spiegare le loro ali ed anche se punteranno verso  la rotta tracciando traiettorie diverse dalla sua, dovranno provare a volare in alto, come dei gabbiani rinati, e lasciare scie parallele nel cielo che fungano da binari dove far passare il comune sogno di un’ Italia migliore.

Quel Qualcuno sa che il suo Paese può e deve essere la sua Patria e la Patria di tutti coloro che vogliono riprendere a volare.

Quel Qualcuno sa che la sua intenzione di volare potrà realizzarsi spiccando dal nido della avvilente sopravvivenza quotidiana, troppo marcio per continuare a starci dentro.

Perché ormai è l’incubo che si è rattrappito ed il sogno di un’Italia che deve destarsi è ancora espressione di un alto imperativo categorico da librarsi sicuro e fiero nell’aria.

P.S. Chiedo scusa a Giorgio Gaber

Agghiurnò – Il fresco profumo di libertà

BORSELLINORicordare Paolo Borsellino ogni anno trascorso da quel torrido 19 luglio 1992 mi provoca un senso di costrizione e di infiacchimento pari alla sensazione che segue ad una folata di scirocco nell’ora canicolare.

È come se la coscienza subisse un istantaneo processo di desertificazione, non vedesse alcuna oasi ove abbeverarsi, temesse l’arrivo da un momento all’altro da dietro una duna di un predone senza scrupoli a depredarla dei propri averi.

A ventun anni dall’eccidio, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone vengono costantemente evocati dalla politica, dalla magistratura, dal ceto intellettuale come martiri esemplari di una lotta alla mafia, secondo alcuni rimasta senza validi condottieri, secondo altri valorosamente proseguita.

Rifuggo volutamente dalle camarille e dalle faide costantemente innescate tra esponenti dei tre poteri dello Stato e tra questi ultimi ed alcuni giornalisti, troppo spesso più che cronisti polemisti, aventi ad oggetto le indagini nei confronti di uomini delle istituzioni ed  il ruolo dell’azione penale nei confronti della azione politica.

Sull’argomento Paolo Borsellino tenne una lectio magistralis che avrebbe dovuto (o dovrebbe) gettare le basi per una sana comunità politica che si monda da sé delle mele marce senza aspettare o temere l’azione penale, così come  per una equilibrata conduzione di un processo penale nei confronti di un uomo o di un’intera classe  politica, il cui obiettivo deve essere l’accertamento scrupoloso di una verità processuale non il disvelamento di una verità fattuale seppur in assenza di riscontri probatori.

Trovo riprovevole l’utilizzo nella dialettica politica della storia umana, professionale dei Martiri del 1992, al fine di supportare la propria semplicistica, distorta, superficiale visione manichea della società italiana.

Trovo odioso spendere la notorietà acquisita per la conduzione di processi talvolta maldestramente instaurati al fine di accertare eventuali connessioni tra mafia e politica (e troppe volte celebrati in arene televisive) per intraprendere carriere politiche, neanche fossimo negli Stati Uniti dove chi inquisisce può naturalmente mirare al Congresso o al Senato.

Si dovrebbe ritrovare la lucidità, l’equilibrio, la compostezza del ragionamento e dell’eloquio di Paolo Borsellino. Ma anche la sua tenacia, fermezza, il suo rigore morale di uomo e di magistrato.

La sua pacatezza, la sua prudenza, la sua parsimonia verbale non era ignavia, indifferenza, ignoranza dei fatti su cui rispondeva: era professionalità di un integerrimo ed acuto servitore della Legge prima che dello Stato.

Borsellino, semmai, aveva quella capacità – si direbbe a Palermo – di chi “parra muoddo ed impiccica duro”, di chi misura le parole, di chi non pronuncia giudizi affrettati, di chi non dice di sapere anche se non ha le prove come qualche suo incauto allievo, ma di chi inchioda con fermezza le risultanze processuali di cui è arbitro inquirente.

Questa lunga intervista, che ai polemisti delle manette potrà sembrare interessante ma noiosa per l’astensione borselliniana dalle facili battute allusive a retroscena inquirenti o a supposizioni investigative non ancora suffragate, ne è la testimonianza più alta.

Paolo Borsellino, come ogni buon siciliano, sapeva anche tirare fuori la rabbia, la grinta di chi non sopporta i soprusi, le ingiustizie, le bassezze, soprattutto laddove provengano dalle proprie file.

Borsellino si mostrò valorosamente lontano da calcolati equilibrismi istituzionali o da sudditanze alla casta sacerdotale rappresentata da quel CSM – Sinedrio, che ostacolò Giovanni Falcone come capo dell’ufficio Istruzione della procura di Palermo, l’ultima volta appena 24 giorni prima di essere ucciso.

Seppe affrontare e ricomporre lo strappo con Leonardo Sciascia, autore di un editoriale sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987) complesso e troppe volte strumentalizzato da opposte fazioni che” retorica aiutando e spirito critico mancando” vedevano nella lotta alla mafia la salvezza o la dannazione della Sicilia senza cogliere il monito dell’intellettuale di Racalmuto di avversare la mafia con il diritto ed il riscatto delle coscienze e non con le emozioni e con strategie improvvisate all’occorrenza, rifuggendo dal qualunquismo.

Il suo disincanto rispetto all’ineluttabile destino di morte che lo attendeva, la sua disperazione per la morte dell’amico e collega Giovanni, l’angoscia per la solitudine in cui era stato emarginato da alcuni dei suoi stessi colleghi e dalle cosiddette Istituzioni vigliacche se non colluse, l’ansia di non riuscire a completare il suo operato, l’amarezza di sentirsi tradito da persone che credeva sodali, la pena per il futuro sciagurato dei suoi adorati familiari, non gli hanno tuttavia impedito di lasciare un monito a tutte le persone di buona volontà, in special modo alle giovani generazioni: un messaggio di speranza che dovrebbe essere scolpito su pietra in ogni piazza, , tribunale, scuola, università, bottega, ufficio, centro commerciale, autostrada, in ogni luogo di incontro di uomini, esigenze, bisogni, in ogni città, in ogni latitudine.

Caro Giudice Borsellino non smetteremo mai di cercare la bellezza del fresco profumo di libertà, di rifiutare il puzzo del compromesso morale, di fare il tifo per chi come Lei, Giovanni Falcone, tutti i martiri di mafia hanno smosso le coscienze nella nostra terra bellissima e disgraziata.

Per questo ricordare la Sua morte rappresenta un Agghiurnò in alcun modo eclissabile.

Nota a margine: dal 6 maggio 2012 campeggia sul prospetto del Palazzo di Giustizia di Milano – quasi fosse una vela da far gonfiare con il vento della Giustizia – un poster commemorativo di 200 metri quadri che ritrae i giudici Falcone e Borsellino in una delle tante pose che testimoniano il loro forte sodalizio umano e professionale. A margine anche i nomi degli agenti delle scorte e della dottoressa Francesca Morvillo.

Ogni volta che vedo il poster penso che dovrebbe essercene un altro almeno dal 20 luglio 1992 su un’altra mole piuttosto simile, il Palazzo di Giustizia di Palermo. E con una punta di malizia e non poco rammarico ritengo tale omissione l’ennesima grave scortesia che la magistratura palermitana ha riservato ai Martiri del ’92.

Borsellino_baffi

Scurò – La vita è bella, contro una sentenza irrevocabile di morte generale

vincenzo-ceramiPanta rei, scriveva Eraclito riferendosi al continuo mutare, trasformarsi della vita, dell’uomo, dell’universo.

Ma è pur vero che ciò che scorre, coloro che attraversano il letto del fluire umano, spesso lasciano una preziosa sostanza, un indelebile segno a chi resta.

Per sempre.

Ci ha lasciato per sfociare nel mare magnum della cultura immortale anche il maestro Vincenzo Cerami, scrittore, sceneggiatore, intellettuale, espressione di un’Italia critica, riflessiva, severa, a tratti disperata.

Ne “Il borghese piccolo piccolo” (1976) Cerami aveva tratteggiato il piccolo dramma universale del ceto medio impiegatizio, intento a preservarsi, a migliorare il proprio modesto status sociale di generazione in generazione a costo di sottoporsi ad umiliazioni, a piccoli imbrogli pur di  conseguire il mediocre obiettivo.

Nella trasposizione cinematografica (1977) Mario Monicelli non ci ha risparmiato nulla della mediocrità, della piccola piccolezza del brav’uomo ed al contempo meschino Giovanni Vivaldi cui da volto, corpo e voce uno straordinario arcitaliano, Alberto Sordi, campione di drammaticità in una vita scenica e reale che assume troppo spesso i tratti di commedia se non di spietata farsa.

Nessuna speranza di riscatto del borghese piccolo piccolo, anzi una fine drammatica, amarissima.

Esattamente a distanza di vent’anni Vincenzo Cerami scrive la sceneggiatura del dramma universale della discriminazione razziale portando alla luce il soggetto de La vita è bella (1997).

Ora, dal mio modesto osservatorio critico non saprei dire se Cerami sia stato così straordinario da saper infondere in ogni piega drammaticamente buia della sceneggiatura quella luce comica che porta lo spettatore a piangere con il sorriso, a ridere con calde e commosse lacrime, riscattandosi dal cupo realismo e cinismo della Italietta impiegatizia degli anni settanta scolpita impietosamente ne Il borghese piccolo piccolo.

O se, invece, sia stato merito (anche, in special modo) di Roberto Benigni contribuire a rendere La vita è bella una delle più toccanti ed originali testimonianze della Shoah, allentando qua e là le maglie drammatiche di ceramiana fattura.

Resta comunque il fatto che la speranza di sovvertire l’amaro destino, assente in Giovanni Vivaldi, non si estingue fino all’ultimo in Guido Orefice, imperterrito molestatore della ineluttabile danza di morte delle Moire nel campo di concentramento.

E Vincenzo Cerami è plasmatore di entrambi gli eroi delle due storie.

Mi piace, allora, rendere omaggio al maestro Cerami con la sorridente commozione che si prova alla scena di ricongiungimento di Giosuè con sua madre a seguito della liberazione del campo di concentramento, provando una dolce malinconia per aver perso la cultura italiana il suo Guido di cui potrà preservare l’inestinguibile messaggio di speranza e di riscatto dall’oppressione, dalla pochezza, dalla frustrazione, dall’emissione di una “sentenza irrevocabile di morte generale” cui sembrava destinata l’umanità piccola piccola dinanzi alle miserie morali e materiali della vita.

Nuovo Cinema Paradiso – La grande Armonia

Nuovo cinema paradiso_proiettoreDi tanto in tanto farò dare luce al vecchio proiettore con l’effige di leone del cinematografo dell’immaginario paese di Giancaldo per proiettare le emozioni provate nella visione di un film.

Dovesse mai per sventura leggermi il maestro Peppuccio Tornatore non me ne vorrà se evoco quel luogo magico ed emozionante che ha regalato al cinema italiano ed internazionale quello che modestamente ritengo un capolavoro di poesia impressa nella pellicola.

Bene, che abbia inizio la mia personale proiezione de La grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Nuovo cinema paradiso_la grande bellezza

Sangue e merda, disse a proposito della passione politica un navigato socialista italiano.

Ed è il binomio che caratterizza a mio giudizio l’affresco sorrentiniano, carico di tinte di ogni intensità, lucentezza, opacità, il cui odore appare acre, soffocante a tratti, ammaliante e stupefacente ad altri.

Grottesco e spirituale, contornato dai frutti marci, mostruosi, nauseabondi, succosi del sottobosco umano, sovvertito dalle profonde radici dell’esistenza umana, lo spettatore si trova dinanzi ad un  trompe-l’œil da cui emergono i personaggi più variegati di una Roma punto di fuga universale della società occidentale contemporanea.

Le emozioni stimolano la reazione di più sensi che in me ha provocato un senso finale di grande armonia. Lo so, è paradossale ma è ciò che ho avvertito poco dopo aver lasciato la sala.

Paolo Sorrentino imbastisce un canovaccio con una quantità sterminata di fibre che lo spettatore avverte su di sé ben oltre la durata dell’esperienza cinematografica.

È immediatamente percepibile la quantità sovrabbondante (forse perché maggiormente vistosa a primo acchito) della lana grezza. Lo spettatore se ne sente avvolto subito, ne avverte la sgradevole grammatura, la ruvidezza urticante, lo spessore soffocante, l’invasività sul proprio corpo fino ad ottunderne i sensi e  diventare  una tunica di contenimento.

È il malaffare imperante, la pochezza intellettuale, la volgarità straripante dei nostri tempi ovvero dei tempi dell’uomo meschino e piccolo piccolo anche quando si atteggia a superuomo che crede di poter comprare e possedere tutto ciò che gli sta attorno.

Poi ci si volta e ci si sente accarezzati da un lembo di lino, fresco, chiaro, traspirante al punto da avvertire una repentina fuoriuscita di tossine, un senso di leggerissimo piacere, e si colgono in tale pezza di canovaccio tutte le pieghe della nostra anima che la vita costantemente ed istantaneamente imprime su ciascuno di noi proprio come fossimo fatti di lino.

Acrilico. Elettrico, deformabile, dai colori chiassosi, modellante ma delle nostre brutture. Ne veniamo fasciati come fosse una guaina,  al fine di impermeabilizzare sentimenti, meditazione e di conservare e lasciar fermentare le pulsioni più basse, la vacuità più vertiginosa.

Da ultimo, il riscatto dell’anima. Sì, con la seta e la tela iuta,  il tessuto più pregiato, quello più povero: ci si veste della grande bellezza di cui è capace l’animo umano malgrado tutto, della più umile ma immensa spiritualità malgrado i ritualismi cerimoniali che riecheggiano in vicinanza.

Per imbastire un siffatto canovaccio Sorrentino non poteva che avvalersi di maestri di tessitura o anche soltanto di volenterosi aiutanti di notevole levatura, molti provenienti, non a caso, dalle tavole di palcoscenici prima che dai set cinematografici.

Toni Servillo, ovvero Jep Gambardella, conosce l’imbastitura del canovaccio  e conduce lo spettatore in ogni anfratto, terrazza, volgare locale o lussuosa dimora in cui si dipana la complessa matassa scenica. E lo fa con quell’aria distaccata ma al contempo partecipata di chi vive, complice e vittima, lo scempio continuo della bellezza della vita che promana dalle movenze del corpo, dall’espressività del volto, dalla cadenza partenopea, quest’ultima capace di ingenerare nell’orecchio dello spettatore una sensazione di sciabordio alle volte molesto alle altre malinconico, poi dolce, delle onde che increspano la vita umana.

Carlo Verdone e Carlo Buccirosso. Sono loro ma sotto diverse spoglie. Tessono la trama apportando il loro inconfondibile contributo caricaturale, nevrotico-frustrato, farsesco, ma senza per questo cedere alle caratterizzazioni che li rendono irresistibili o esagerati in altri contesti scenici, dosando mirabilmente l’apporto di coloritura ai tessuti del loro scampolo di canovaccio.

Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka, Aldo Ralli, Massimo Popolizio, Iaia Forte, Massimo De Francovich offrono con naturalezza e generosità  la loro perizia teatrale dimostrando che si può stare dinanzi ad una macchina da presa soprattutto se non si perde mai il contatto con il nudo legno del palcoscenico di un teatro.

A Serena Grandi riesce di rendere grandioso il suo degrado fisico e a Sabrina Ferilli il suo coté laziale ruspante.

E poi Roma. Bella, putrida, maliarda, corrotta, scrigno stracolmo a cielo aperto, cloaca maleodorante.

La fotografia la esalta e la abbassa in maniera sublime, tributando alla città eterna un atto di amore tormentato sì ma non disperato.

Una Grande Armonia che scaturisce dai contrasti più accesi, dalle sensazioni più divergenti, dalle visioni più disparate.

Roma è anche il Vaticano, ma non è il solito cliché. Perché contro le papaline salottiere o che pontificano con omelie prosaiche a signore annoiate con piglio da saccenti bon vivant di succulenti e lussuriose pietanze, che rifuggono dalla incerta richiesta di soccorso spirituale del peccatore Jep – neanche fosse un modesto contorno o un insulso sorbetto tra una portata e l’altra –   si erge nella sua umilissima e macilenta imponenza la forza spirituale di una donna di fede che vuole essere ultima tra gli ultimi anche nella fastosa città di Pietro malgrado il cerimoniale da prima donna organizzatole intorno.

Ma Spes ultima Dea, sembrano voler sussurrare i maestri Servillo e Sorrentino, sorretti dal coro scenico alle loro spalle, poco prima di lasciar venire giù il sipario.

Jep Gambardella proverà a riscoprire la Grande Bellezza perduta in gioventù così come la “Santa” nella sua immensa solitudine ma straordinaria fortezza spirituale giungerà alla fine della sua ascesa penitenziale.

Nessuna disperazione, quindi, nella dissolvenza sul tramonto dei maestosi ponti sul Tevere.

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Scurò – I bugiardi ottomani non usano Twitter

Park GeziLa scintilla scoppiata  in piazza Taksim  di Istanbul a difesa dello storico polmone verde del parco Gezi destinato ad essere estirpato per dare spazio all’ennesimo polmone commerciale si è dimostrata idonea ad innescare una vera e propria rivoluzione contro l’inflessibile “moderato” Erdogan e la sua politica.

Il drammatico evento è ancora più singolare laddove avviene in un paese dove il potere costituito è stato sempre minato, rovesciato, ripristinato nel corso del Novecento dall’esercito in divisa, non dal popolo.

Nessun dispaccio, nessun ordine di servizio. Ma post e tweet che hanno raggiunto i gangli della popolazione rendendo vani gli sforzi mediatici di Erdogan apparso con messaggi alla Nazione ben quattro volte in appena 36 ore tra sabato e domenica al fine di intimorire o far desistere il popolo dalla protesta scoppiata nel frattempo anche ad Ankara e Izmir.

Studenti, venditori ambulanti, giovani, militanti dei partiti politici d’opposizione, intellettuali, artisti si sono mobilitati per strada ed in rete a sostegno della protesta contro la svolta autoritaria impressa da Erdogan alla politica governativa.

E così la reazione alla protesta contro l’abbattimento degli alberi di Gezi – metafora della difesa delle proprie radici e della lotta contro l’arroganza al potere – messa in atto dalla polizia (su direttive governative) ha mostrato che oggetto della contesa non fosse soltanto una variante urbanistica ma l’identità di un paese ed il corso del suo incedere.

Come già avvenuto nel corso della primavera araba, i social network hanno innescato un inatteso pandemonio all’interno delle stanze del potere tanto da far cadere la maschera “moderata” del premier turco,  il quale ha perentoriamente tacciato  Twitter di rappresentare “una minaccia per la società e un pozzo di bugie”, i “social media un guaio per le società di oggi”.

Ma non è tutto perché lo stesso premier ha brutalmente indicato ai  dissidenti  gli alberi del parco Gezi come idonei luoghi di impiccagione(qui il video).

La stessa amica, che mi ha suggerito la terrificante dichiarazione di Erdogan, mi riferisce che sul wall di un suo amico attualmente in Turchia non è possibile postare alcunchè dallo scorso fine settimana.

Non occorrono altre parole. Sui fatti di Istanbul vengono seminate tante bugie, nefandezze e bugie sulle nefandezze.

Ogni rivoluzione, sussulto di popolo richiede un’analisi più approfondita al fine di non incappare in inopportuni e deleteri manicheismi ideologici ovvero in equidistanze di maniera.

È comunque drammaticamente provato che il circolo vizioso della cattiva informazione sulla rivolta in terra ottomana non avviene per il tramite dei social network  ma per il tramite degli organi di informazione istituzionali cassa di risonanza del “moderato” premier Erdogan.

Il tutto in un paese che da anni spinge l’uscio per entrare a far parte dell’Unione europea, la cui voce a riguardo è, come troppe volte già successo, quasi impercettibile.

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