La ristrutturazione del debito e l’alibi per le riforme‏

arton6556Qualche giorno fa un amico mi ha inviato la copia di un articolo del Corriere della Sera del 29 giugno 2014, intitolato “L’insostenibilità del debito e l’azzardo della ristrutturazione”. Dopo aver letto l’articolo, vista la curiosità, mi sono anche imbattuto in recenti dichiarazioni di esponenti politici su questo argomento, e in una serie di articoli di analisi usciti su varie testate.

In pratica, si tratta di vari scenari in cui l’Italia cercherebbe di ridurre l’ammontare del debito pubblico, imponendo una perdita di qualche natura ai nostri creditori (per esempio, una dilazione nei pagamenti oppure una riduzione della cifra restituita alla maturazione del debito).

In questo post non voglio soffermarmi sui significativi rischi finanziari e reputazionali a cui l’Italia si esporrebbe se proponesse ai mercati una ristrutturazione di questo tipo (basterebbe pensare alla situazione della Grecia!). Piuttosto vorrei portare il discorso un passo indietro, e concentrarmi su una questione di principio a riguardo della cultura di gestione dell’economia che si è andata sviluppando in Italia nel corso dei decenni.

Si sente spesso dire che il nostro paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Meno spesso però, i commentatori si soffermano a spiegare quale sia stato il problema principale. In sostanza, ad un certo punto – trenta o quaranta anni fa – la nostra classe politica ha scoperto che poteva venire incontro alle richieste crescenti di un’economia in difficoltà attraverso un incremento del debito pubblico, piuttosto che affrontando le difficili riforme richieste dalla situazione. Qualcosa di non molto diverso rispetto a quanto fatto per la competitività delle esportazioni italiane: anziché intraprendere le complesse riforme necessarie per aumentare la produttività di capitale e lavoro in Italia, le nostre autorità politiche ed economiche hanno preferito (almeno ai tempi della lira) la strada della svalutazione competitiva.

E così l’Italia ha cominciato ad accumulare, dalla metà degli anni settanta, il suo gigantesco debito pubblico accompagnato, di tanto in tanto, da una svalutazione della lira (che, attraverso l’inflazione, serviva anche allo scopo di ridurre il valore reale del debito).

Se ne potrebbe discutere all’infinito, anche perché é difficile individuare dei colpevoli precisi; fatto sta che l’Euro non ha creato di per sé la situazione che l’Italia sta vivendo oggi. La realtà è che la mancanza di autonomia nella politica monetaria ha semplicemente rimosso dalle mani dei governi italiani alcuni degli strumenti più in voga per la gestione dell’economia. Certo è che questo ha generato un decennio di difficoltà economiche culminate con la crisi del 2011.

Per tornare al discorso sull’insostenibilità del debito pubblico, se guardiamo un momento ai numeri, e partiamo dall’obiettivo di pareggio strutturale di bilancio che l’Italia dovrebbe raggiungere nei prossimi due anni, possiamo notare quanto segue. Una crescita nominale del PIL (calcolata cioè includendo il tasso di inflazione) tra il 2% ed il 3% (un modesto traguardo che l’Italia era riuscita a mantenere nel pur non brillante periodo dal 2001 al 2008, e che l’OCSE prevede possa essere sfiorato già nel 2015) porterebbe il debito, in un periodo di dieci anni, dal 132,6% del PIL di fine 2013 intorno al traguardo del 100%.

E se, nel frattempo, il governo si impegnasse a privatizzare i beni più liquidi del patrimonio pubblico (inclusi le Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, ENI, ENEL, ecc.) il debito potrebbe diminuire anche in termini assoluti e permettere quindi una riduzione nella spesa per interessi. Senza contare che, in un contesto di pareggio di bilancio e ripresa economica, il governo potrebbe destinare parte degli introiti aggiuntivi (quello che una volta chiamavano il “tesoretto”) alla riduzione del debito pubblico, e parte alla riduzione delle tasse e agli investimenti. Infine, un miglioramento nelle condizioni di mercati importanti, come quello del real estate, renderebbe gradualmente più profittevole il collocamento di quei beni dello stato più difficili da valorizzare nel breve periodo (ad esempio il patrimonio immobiliare).

Certo, tutto questo può essere raggiunto solo evitando che anche un singolo Euro venga aggiunto all’attuale debito pubblico, assicurandosi che la nostra politica perda l’influenza sulle grandi imprese strategiche a controllo pubblico e le lasci nelle mani del mercato, ed infine portando avanti quelle riforme che sole permetterebbero all’economia italiana di pagare 80 miliardi di Euro l’anno di interessi ai nostri creditori.

Il nostro debito pubblico non è insostenibile di per sé. E’ la nostra politica a temere di non poter sostenere la lezione che deriverebbe dal ripagare il debito pubblico: meno peso dello stato nell’economia, meno dipendenti pubblici diretti o indiretti (e quindi meno influenza sull’elettorato), niente più promesse basate sul debito (e quindi se si aumenta la spesa, si devono aumentare le tasse) e soprattutto niente più alibi per completare quelle riforme che rimettano l’Italia in competizione con il resto del mondo.

A tutti noi è stato insegnato sin da piccoli che se qualcuno ti presta qualcosa, bisogna restituirlo. Come cittadini (e, in quanto risparmiatori, anche come creditori) dovremmo essere convinti nell’onorare il nostro debito pubblico e costruire così una cultura di governo nuova, dove il lavoro e l’efficienza nella spesa portano al risultato ed il credito è usato solo per supportare investimenti di lungo termine (come ad esempio le infrastrutture).

Se non impariamo questa lezione, una ristrutturazione del debito potrebbe si rendere le cose più gestibili per qualche anno, ma finirebbe probabilmente per spianare la strada ad una nuova era di spese facili e mancate riforme.

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1943-2013: Ritorno al futuro?

governo-donneAll’indomani dell’8 Settembre 1943 veniva creato a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) con lo scopo di guidare l’Italia attraverso i momenti più duri della lotta per la Liberazione. Il 24 Aprile 2013, 70 anni dopo, il Presidente della Repubblica affida ad Enrico Letta l’incarico di riunire in un governo di servizio le forze politiche tradizionali per traghettare il pease fuori dall’attuale stallo.

E’ stata una recente dichiarazione di Vendola a darmi uno spunto per scrivere queste righe. Siamo tutti costantemente alle prese con un senso di frustrazione e immobilità di fronte all’incompetenza dei nostri politici e alla pesantezza della crisi che l’Italia sta vivendo in questi anni. Per cambiare, però, c’è bisogno che qualcuno metta sul tavolo qualcosa di diverso, anche se forse non proprio nuovo.

Vendola si è premurato di sottolineare, la settimana scorsa, come non si possano veramente fare parallelismi tra il nascente governo Letta ed il CLN degli anni ’40: i fascisti non c’erano nel CLN, ci ha ricordato il governatore. Ebbene, a guardare da vicino il nuovo esecutivo, non sembra ci siano fascisti neanche qui.

Per quanto mi riguarda però, trovo più interessante sapere chi invece nel CLN c’era. C’erano il Partito Comunista (Amendola e Scoccimarro) ed il Partito Socialista (Nenni e Romita), ma anche il Partito d’Azione (La Malfa e Fenoaltea) e la Democrazia Cristiana (De Gasperi), Democrazia del Lavoro (Ruini) e perfino il conte Alessandro Casati in rappresentanza del Partito Liberale di Benedetto Croce. E la riunione fondativa si tenne sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi, il socialista riformista che era stato già Primo Ministro nel 1921 (subito dopo Giolitti, per intenderci).

Insomma, si trattava di un misto tra il vecchio e il nuovo, di personalità politiche di lunghissimo corso e di più giovani leader. Quello di cui l’Italia aveva bisogno era di unità, di lavorare tutti assieme (anche, se vogliamo, per evitare di pugnalarsi alle spalle) e di una collettiva assunzione di responsabilità nella lotta alla dittatura. Nessuno poteva tirarsi fuori.

Più fonti hanno sottolineato negli ultimi giorni come questo sia il primo esecutivo dal 1947 che vede destra e sinistra assieme sui banchi del governo. E’ difficile, soprattutto per una generazione come la nostra, fare paragoni con una guerra, ed una lotta, che ormai pochi hanno vissuto di persona. Allo stesso tempo, è anche difficile negare come questi ultimi anni di crisi emergano tra i periodi più drammatici vissuti dal nostro paese dai tempi del dopoguerra.

Quello che si ritrova nel nuovo governo è lo spirito del CLN, l’idea dell’organo di governo di emergenza che si incaricò di guidare il paese attraverso la Liberazione dall’occupazione.

Quale momento, se non questo, per mettere da parte la lotta senza quartiere degli ultimi 20 anni? L’opportunità per il centro, la destra e la sinistra di fermarsi un attimo, lavorando insieme, e cercare di capirsi anziché odiarsi per forza? Sembra una sciocchezza, ma in fondo stiamo tutti remando sulla stessa barca italiota.

Il CLN non divenne il nuovo sistema di governo della nascente democrazia italiana, ma rappresentò un momento cruciale nel passaggio per la creazione della Repubblica. Allo stesso modo, non credo che questo governo sia nato per durare 5 anni e poi presentarsi come coalizione unita per vincere le future elezioni. Questa dovrebbe essere più una pausa di riflessione, un’amministrazione in cui i partiti del vecchio sistema (con protagonisti vecchi e nuovi) si assumano la responsabilità di risollevare il paese e gettare le basi per un percorso nuovo.

Con una nota di incoraggiamento c’è anche da dire che, rispetto al CLN, in questo governo un terzo dei ministri sono donne, due di queste portano un valore aggiunto internazionale al governo, il Premier ed il suo vice hanno meno di cinquant’anni, qualche ministro è anche più giovane.

Insomma, miracoli non se ne possono fare, ma un po’ di speranza credo ce la dobbiamo come favore. In tanti, durante la campagna elettorale, hanno inneggiato al cambiamento: certo, c’è sempre l’opzione della rivoluzione, ma questo tentativo sembra (almeno a me) un modo serio di provarci. Non sarà facile, ma l’abbiamo già fatto in tempi andati e possiamo provarci ancora.

Volevo anche cogliere l’occasione della larga fiducia delle Camere al nuovo governo per stuzzicare un po’ Grillo, che si lamenta dei suoi otto milioni di elettori disprezzati. Gli elettori sono tutti uguali, online e offline, anche quelli che hanno votato per il PD, persino quelli che hanno votato per Berlusconi. Il parlamento sarà ora il luogo del confronto dove le voci di tutti, maggioranza e opposizione, vecchi e nuovi partiti, dovranno contribuire a salvare l’Italia.

Io stavolta cerco di essere ottimista, e quindi, mi fermo qui.

Caro Enrico, Auguri! Ci vediamo al traguardo.

Bank of Japan Revolution: scavare le buche o scavarsi la fossa?

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Il 16 Dicembre del 2012 le elezioni in Giappone, a differenza di quanto accaduto da noi, hanno consegnato al paese una maggioranza stabile ed un governo forte. Fatto ancor più interessante per il nostro percorso di analisi è che il neo primo ministro Shinzo Abe ha incentrato la sua campagna elettorale su una promessa di politica monetaria: una rottura con la prudenza degli ultimi anni, ed un percorso di inflazione per emergere dallo stallo economico.

Negli ultimi venti anni l’attenzione del governo giapponese, e di quasi tutti coloro che si sono dedicati ad analizzare questo “Grande Malato”, si è concentrata sulle decisioni che avrebbero potuto aiutare il paese ad emergere dalla stagnazione, o su quelle che l’avevano peggiorata.

Combinare uno stimolo economico forte (debito e spesa pubblica) con una politica monetaria inflattiva è stata la ricetta più diffusa degli economisti mainstream alla Paul Krugman. Il Giappone è stato troppo cauto, troppo a lungo: ecco perché non è riuscito a liberarsi dalla “trappola della liquidità” e tornare a crescere.

Perdonate la semplificazione, ma quello che si dice qui è una reminiscenza della vecchia proposta di scavare buche e ricoprirle per far ripartire l’economia, combinata con una spinta monetaria sui prezzi per sconfiggere la deflazione.

Si è perso però un nesso fondamentale dell’analisi: cosa aveva fatto il Giappone negli anni ’80 per precipitare in una così profonda spirale? Una “correzione”, come i nostri giornalisti usavano chiamare le recessioni di una volta, durata più di un decennio e recuperata solo a tentoni poco prima della recente crisi mondiale?

Dal 1980 al 1990, il valore di M2 (una comune misura della quantità di moneta in una economia) in Giappone fu incrementato da poco meno di ¥200 trilioni a più di ¥480 trilioni attarverso un’aggressiva politica di bassi tassi di interesse (mirata a mantenere competitivo il tasso di cambio col dollaro). Allo stesso tempo, l’indice della borsa Nikkei 225 saliva da circa 6.500 punti (gennaio 1980) a sfiorare i 39.000 (dicembre 1989), ed il prezzo delle abitazioni in alcune aree di Tokio raggiungeva i $215.000 al metro quadro (anche più, secondo alcune fonti).

Certo l’inflazione, misurata con il famoso indice dei prezzi al consumo, era rimasta contenuta durante quel periodo: al di sotto del 2,5% dal 1982 fino al ‘90. In questo caso, benché gli economisti prendano questo indicatore come il migliore segnale di allarme di una politica monetaria troppo espansiva, la catastrofica bolla era rimasta nascosta all’ombra di un’inflazione ufficiale contenuta.

All’inizio degli anni ’90 le misure restrittive prese per fermare la bolla, e riportare il credito sotto controllo, generarono un massiccio (ma necessario) aggiustamento economico che in relatà non si è mai completato.

Ma la rivoluzione monetaria, come l’ha chiamata il Financial Times, o Abenomics è arrivata a risolvere il problema: la nuova promessa di Abe e del neo-governatore della Bank of Japan Kuroda è di raddoppiare la Base Monetaria e rilanciare l’economia del Giappone con un nuovo target di inflazione al 2% in due anni.

Nell’ultima seduta prima delle elezioni di Dicembre, l’indice Nikkei era intorno ai 9.700 punti. Ieri ha chiuso introno ai 13.200 (+35%). Ad oggi, è previsto che raggiunga quota 16.000 per la fine dell’anno: un ulteriore rialzo del 20% rispetto alla recente chiusura.

Il Professor Krugman, in paio di recenti post, appare soddisfatto del nuovo indirizzo dettato da Abe.

Ma che tipo di buca sta realmente scavando il Giappone?

Che c’entra adesso la Teoria della Moneta?

adjust-interest-rateUn paio di settimane fa mi è stato chiesto di scrivere un post per il nuovo blog Italioti.it. Certo, la richiesta mi ha lusingato, ma la cosa che mi ha sorpreso di più è stato l’argomento proposto: l’economia monetaria. Chi mi conosce sa che questa è da sempre un mio interesse; la prima cosa che mi sono chiesto, però, è stata: alla gente interessa leggere di politica monetaria? Si tratta veramente di un argomento di discussione?

E’ da qui che ho cominciato a riflettere…

Per esempio, si è parlato molto di Euro negli ultimi anni ma, nel bene e nel male, si è trattato soprattutto di un giudizio sui governi. Su come questi hanno affrontato il passaggio delle vecchie valute alla moneta unica, sul loro comportamento nei confronti dei deficit e dei debiti pubblici nazionali. Sulla loro sostenibilità e la necessità di ridurli. Certamente si tratta di problemi di ambito monetario, ma una vera discussione pubblica su metodi e conseguenze della politica monetaria delle banche centrali non c’è stata.

Non è che nella storia della teoria monetaria non si sia scritto e detto di tutto, spesso senza aggiungere molto: basti pensare che molta parte delle teorie attuali si trova già in autori di inizio ‘800. Eppure, non c’è accordo su quale delle varie teorie funzioni meglio; a dire il vero, nessuna delle teorie dominanti sembra in grado di spiegarsi quanto successo al mondo prima e dopo il Settembre del 2008. Parlarne, insomma, se ne è parlato tanto (in ambito accademico), ma forse c’è ancora qualcosa da dire.

Partiamo da un presupposto provocatorio: la politica monetaria è tutto, la causa e la soluzione di tutti i mali. Le scelte sulla moneta fanno e disfano boom e recessioni, ricchezza e povertà, la stessa stabilità sociale di un paese. Come si vede chiaramente dallo stallo politico nel Congresso americano sul discorso del deficit, dal dibattito italiano del dopo elezioni, dall’incessante interrogativo Euro si Euro no, l’attenzione di tutti è focalizzata sulle scelte (o non-scelte) di governi e forze politiche. Le colpe di quello che succede alle nostre economie risiedono, nella coscienza collettiva, con i nostri governi. Nel frattempo, di tanto in tanto, le banche centrai sono chiamate ad intervenire per porre rimedio ai danni altrui. Questo è quanto sappiamo, o almeno così ci vengono spiegati i fatti…

E se invece non fosse così? Se i governi avessero si colpe e meriti, ma nell’ambito di un contesto macroeconomico fondamentalmente fuori dal loro controllo? Se fossero attori, ma non i protagonisti?

In realtà la chiave dei nostri problemi potrebbe nascondersi più in qualche vecchio impolverato libro di teoria monetaria che nelle inclinazioni dei politici che ci governano oggi. Insomma, e sarete d’accordo anche voi, da bravo italiota sono intrigato dall’idea di allontanarmi dal problema pratico per andare a scavare tra i massimi sistemi. Un bella discussione teorica senza via di uscita non ha pari: cambiare il mondo senza dover alzare un dito.

Almeno questo è quello che ho spesso pensato della mia passione per la teoria monetaria. Recentemente però, decisamente per caso, mi sono imbattuto in una citazione di John Maynard Keynes, uno dei gradi della professione. Keynes ci ricordava che “le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto.”

Non bisogna certo essere sempre d’accordo con lui, ma credo che in questo caso ci siano pochi dubbi. E allora, cari Italioti, non dovremmo finalmente cominciare a parlare un po’ più di teoria monetaria?

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