Forza Italia Remix

CARTELLI BERLUSCONI FORZA ITALIAIo un po’ lo capisco, Silvio. Chi non vorrebbe tornare al 1994? A un secolo confortevole che ormai conoscevamo bene. A un anno così sbiadito da sembrare memorabile.

La nostalgia funziona così, mischia un po’ tutti gli anni tra di loro e alla fine indugia su quei ricordi che rivalutano intere stagioni.

Nel 1994 tutto sembrava possibile. Il Parma poteva vincere la Supercoppa Europea, Aleandro Baldi e Andrea Bocelli trionfavano a Sanremo, Matteo Renzi girava la Ruota della Fortuna, dove Paola Barale era ancora la sosia di Madonna.

Brenda lasciava Beverly Hills e chiudeva ogni triangolo. Il Postino di Troisi usciva nei cinema e ancora in America non sospettavano che di lì a poco avrebbero smesso di guardare film italiani. Noi, del resto, non sospettavamo che perdendo un Troisi ci avremmo guadagnato una Maria Grazia Cucinotta.

RaiTre mandava in onda Tunnel, RaiUno Beato Tra Le Donne. Chissà come sono invecchiati male i vari concorrenti. Scommetto che l’esercito di spintarelle tornerebbe volentieri al 1994, a quei mesi di spensieratezza e fisici tonici.

Nel 2013 abbiamo invece l’esercito di Silvio, che si raduna a piazza del plebiscito per hashtaggare, che il Signore li perdoni, la #guerracivile. La mancanza di lucidità è evidente, se anni di Festivalbar non hanno insegnato loro che nulla di televisivo può avvenire in agosto.

Nel 1994 c’era Corona, quella vera, con The Rhythm Of The Night. C’era un tempo in cui gli italiani vendevano dischi. E neanche pochi, fuori dai propri confini. Si ballava Sweet Dreams de La Bouche e sulle coste romagnole si diffondeva l’archetipo della vita bassa.

Ambra era Ambra e cantava T’Appartengo. Tra le tante mancanze della Fininvest, quella che più merita condanna e pubblico ludibrio è forse la decisione di rimuovere i contenuti Mediaset da Youtube. Altro che frode fiscale.

Giorgio Faletti presentava Signor Tenente, Jovanotti scriveva Serenata Rap. I più insospettabili sembravano destinati a fare grandi cose.

Nel 1994 il Milan vinceva lo scudetto e Silvio Berlusconi entrava in politica.

Nel 2013 torna Forza Italia. Silvio torna, come se fosse mai stato via, mentre di Ice MC e Alexia non c’è traccia.

E mentre voi siete in vacanza, a Milano spuntano cartelli «Ancora in campo per l’Italia». Ancora in campo. Come se Baggio decidesse di tornare sul prato del Rose Bowl e calciare quel rigore. Perché adesso sì che lo segnerebbe.

Tu, I Robottoni E Massimo Di Cataldo

prmAlla fine della proiezione di Pacific Rim, una macchina da guerra cinematografica che ti scaglia addosso macchine da guerra robotiche in 3D per due ore di fila, esci con la consapevolezza di quanto basti un’impalcatura di sceneggiatura, dritta come una lama e che segua canoni di intrattenimento ben precisi, per sospendere l’incredulità collettiva e riportare migliaia di spettatori allo stato infantile.

A tutti piacciono i robot, come del resto l’idea che possano proteggerci da mostri enormi che ci invadono dall’oceano. Il governo Letta avrebbe impiegato due giorni netti a venderci l’urgenza degli F35, se ce li avesse spacciati per oggetti spettacolari pieni di luci e in 3D. Insomma, se ci avesse costruito una storia intorno. Non importa che questa storia sia verosimile, quanto piuttosto che sia coinvolgente.

Il pubblico italiano d’altronde va avanti da anni con leader comici e comici leader; l’evidente bisogno di intrattenimento fino a oggi è sempre passato per la commedia: all’italiana, sexy, degli equivoci.  Il salto verso un cinema d’azione difficilmente passerà per la minaccia di rettili bavosi allevati dal Mediterraneo, tuttavia ampia è la gamma di nemici elettivi che ci farebbero ben digerire robottoni a forma di F35.

Il gruppo francese LVMH ad esempio, con quei suoi artigli sempre pronti a rastrellare marchi italiani, è ultimamente uno dei bersagli preferiti dei giornali, che ormai trattano le aziende in vendita con la stessa condiscendenza che certi commentatori riservano alle donne che scelgono di abortire – fragili e corruttibili creature che hanno preso la decisione sbagliata, che si negano le gioie della maternità e quelle dell’eredità in consiglio d’amministrazione a seconde generazioni probabilmente inadeguate al mercato attuale.

Al largo dei bastioni di Orione, una task force cercherà di aprire i negozi Dolce & Gabbana, dove l’indignazione si scontra con la maleducazione di chi ricorda condanne per evasioni fiscali.

Date loro una storia di indignazione e vi solleveranno macchine antropomorfe. Accetterano tutto, senza neanche richiedere l’intervento di registi messicani che infilino incubi pre-adolescenziali nella narrazione.

Il bello del pubblico è che non si fa domande. Basta una fotografia su facebook e l’utente medio è pronto a scatenare cacciabombardieri su casa di Massimo Di Cataldo, prima ancora di una denuncia, di un arresto, di un processo, perché Selvaggia Lucarelli ha così sentenziato.

«F35 per fermare il femminicidio» funziona, ha tutti gli elementi di base di una sceneggiatura che si rispetti.

Un tempo non troppo lontano il terzo grado di giudizio era affidato a Striscia La Notizia. Oggi la tanto attesa riforma della giustizia passa per il profilo pubblico su facebook, taggando colpevoli e ascoltando le testimonianze degli amici in comune.

In Pacific Rim impediscono l’apocalisse, su Twitter lapidano i cantanti di Sanremo ’95.

Man Of Lega

Man-Of-Steel-2013-chest-lookUna volta accettata la crudele verità che viviamo in un’epoca storica di film intollerabili – da un lato opere italiane di così grande bellezza da non aver bisogno di una sceneggiatura,  dall’altro franchise supereroici talmente spettacolari da non poter investire in uno straccio di storia – non resta che ricercare nei buchi di trama i filtri per interpretare una realtà politica ben più entusiasmante.

È così che il nuovo Superman, Man Of Steel, pur riuscendo nella solenne impresa di deludere qualsiasi aspettativa di intrattenimento per il proprio pubblico, ottiene l’effetto involontario di spiegare lo ius soli a chi fino al giorno prima metteva like agli status razzisti di consiglieri leghisti.

D’altronde come non accogliere tra noi un manzo coi superpoteri disposto ad annientare la propria civiltà di appartenenza per il bene di quella in cui è cresciuto? Certo, è più facile rinnegare la terra d’origine quando a governarla è un folle che, di fronte a un’evidente sconfitta e a un dimezzamento delle proprie truppe in Parlamento, insiste a sballottare le colpe tra chiunque al di fuori di sé, dal popolo che, sciocco, non vuole essere conquistato all’avversario politico che, ingeneroso, non intende cedergli il controllo del comitato per la sicurezza dell’universo. Ma tant’è.

L’amore bislacco di Amy Adams per un alieno molto più giovane di lei ha la forza di mille editoriali che spiegano che di ius soli non moriremo, che di barcate di partorienti dalle coste di Krypton non affonderemo, che di Russell Crowe con figli portentosi da spedire in Italia non ne avremo in abbondanza.

Peccato che il razzismo negli stadi italiani non fosse ancora materiale di inchiesta ai tempi della stesura di Man Of Steel, perché qualche coro imbecille rivolto a Superman avrebbe suggerito esiti interessanti, offerto appigli per quel genere di profondità psicologica che ora ci si affanna a costruire intorno a Mario Balotelli, quando tuìtta insofferenza per l’ignoranza lampante di tifosi e compatrioti.

Nel frattempo, in Italia, la bozza del decreto per le semplificazioni presentato nella settimana appena trascorsa la prende larga, cercando di garantire la cittadinanza ai diciottenni nati in Italia anche “in caso di inadempimenti di natura amministrativa” da parte dei genitori stranieri. Perché non tutti hanno la fortuna di venire cresciuti con la benevolenza e l’accortezza di Kevin Costner e Diane Lane.

The Matthew Renzi Experience

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Era l’autunno del 2011 quando Justin Timberlake si fece fotografare nei panni di Presidente degli Stati Uniti, per la promozione di un dimenticabile film con Amanda Seyfried. In quello stesso periodo dichiarò che la pausa che si prendeva dal mondo discografico sarebbe proseguita a tempo indeterminato.

Quasi due anni sono trascorsi, l’attore è tornato a cantare e a vendere come se non fosse passata una settimana – un giorno qualcuno dovrà pur scrivere un saggio sul perché a dominare il mondo sono rimasti solo i Justin, da Vernon a Bieber. Nel frattempo dall’altro lato dell’oceano, nelle province dell’impero, un sindaco aspirante leader proclamantesi sindaco è alle ennesime prove tecniche di guida del partito, o quel che resta di esso. Non si concia tuttavia da leader del mondo libero, bensì da biker del mondo occidentale.

In apparente contrasto con l’americano che canta Suit And Tie, l’inno della giacca e della cravatta, il Matthew Renzi del 2012 diventa Fonzie, l’uomo che non deve chiedere scusa, in una giacca di pelle che per quanto ne sappiamo potrebbe essere firmata Diesel – non foss’altro perché Renzo Rosso  già fu arbiter elegantiarum di Roberto Formigoni.

Due uomini di spettacolo in apparenza così diversi, l’uno il negativo dell’altro, eppure dal percorso così simile.

Occorre ricordare infatti che Justin Timberlake iniziò la propria carriera in quella fabbrica di talento che era il Mickey Mouse Club, a metà degli anni ’90, proprio quando il Matthew comprava le vocali alla Ruota della Fortuna di Mike. D’altronde, il piglio televisivo è qualcosa di innato, non importa se sei nato in Florida o a Rignano.

Ma il successo arriva dopo, in una band di giovanotti che infiammano i cuori della gente teledipendente, gli ‘N Sync per l’uno e il tridente Renzi-Civati-Serracchiani per l’altro. Quando le boyband si sciolgono, è sempre dura dover scegliere su chi puntare. C’è chi scommette su Robbie Williams, chi su Pippo Civati, e non tutti possono vincere.

Chi ha scelto di seguire Justin dal primo giorno ci ha visto lungo. Lo scorso marzo infatti, a soli 31 anni, Timberlake è entrato nella ristretta cerchia dei 5 timers, gli ospiti che hanno presentato per almeno cinque volte il Saturday Night Live, un’istituzione per la televisione americana e un’icona per il mondo dell’intrattenimento. Il Matthew purtroppo in questo non può competere. Nelle sue 5 apparizioni alle Invasioni Barbariche ha pur sempre dimostrato di avere i tempi giusti, ma non ha mai potuto contare su spalle comiche più a fuoco di Daria Bignardi.

Tuttavia il vero capolavoro di carisma del cantante americano sta nelle sue partecipazioni estemporanee allo show notturno di Jimmy Fallon, in cui si diletta a ripercorrere la storia del rap sulle basi gentilmente offerte da The Roots.  All’ultimo giro il conduttore e l’ospite hanno riproposto tra le altre tracce anche Lose Yourself di Eminem, il rapper che dieci anni fa poteva permettersi il lusso di umiliare a parole e a video le popstar teenager senz’anima. Ma, si sa, la vendetta è un piatto che va gustato freddo; come nella tradizione fiorentina JT guarda e passa e, nel 2013, si fa disinvolto interprete di un “Ma ve lo ricordate quando pensavamo che Eminem contasse qualcosa?”. Fatte le dovute proporzioni, MR si sta godendo in egual misura le settimane in cui gli antichi avversari interni lo definiscono una risorsa e gli permettono di fare l’Harlem Shake sul PD.

Justin Timberlake non è il miglior cantante in circolazione, ma in The 20/20 Experience offre una musica pop ben ancorata al presente, più che al futuro, reinterpreta senza rottamare suoni retrò che una produzione orchestrale gli permette di manipolare. In bilico tra fiati, archi e digitale, porta a casa il risultato a colpi di falsetto. Quest’estate sarà in tour con Jay Z e sarà uno spettacolo.

Il Matthew non è il miglior politico in circolazione, ma nell’esperienza 20/13 corre dietro alla cultura popolare di ieri e di oggi, forse ha anche smesso di rottamare. In bilico tra DC e online, risolve l’impasse con la battuta. Questa primavera è stato ospite di Maria De Filippi ed è stato glorioso.

Renzi come Fonzie insegue il miraggio del mainstream, a pochi centimetri dal salto dello squalo. Vuole comunicare con tutti a vari livelli, parlare ai giovani e ai fan degli anni ’90, mescolare alto e basso, Dick In A Box e Let The Groove Get In. Justin Timberlake è stato abbastanza umile e intelligente da saper mescolare carte e incrociare carriere in modo credibile. Il Matthew farà lo stesso.

Forse funzionerà. D’altro canto, tra chi vuole incoronare Justin Bieber a padrone dell’universo e chi Beppe Grillo, esisterà pure un’alternativa.

Il Grande Gatsby Da Arcore

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B: «C’è qualcosa di profondamente disturbante, in questo film.»

A: «A parte che è brutto, dici?»

B: «A parte quello intendo. Ma non sono sicuro di riuscire a spiegarlo.»

A: «Puoi sempre provare.»

B: «A me sembra una grande metafora dell’Italia.»

A: «No.»

B: «Ma se non mi lasci elaborare…»

A: «No, non riuscirai a piegare il paradigma del sogno americano alle tue esigenze didascaliche.»

B: «Uff. Va bene. Però Gatsby è Silvio.»

A: «Sì, come no. E l’Italia è ferma agli anni ’20?»

B: «Be’, adesso sei tu didascalica. La mia, almeno, era una forzatura.»

A: «…»

B: «Seguimi. Abbiamo visto due ore abbondanti di feste sfrenate, vizi e spettacoli d’amoralità varia. Chiamale cene eleganti e hai un abbozzo di una serata ad Arcore.»

A: «Arcore sarebbe la West Egg degli arricchiti e dei parvenu?»

B: «Be’, è pur sempre Brianza.»

A: «E dici che la villa è quella.»

B: «Mettici le gare di burlesque e non noterai la differenza.»

A: «E il misterioso Gatsby…?»

B: «È il misterioso Berlusconi. E le sue fortune sono oggetto di instancabile scrutinio.»

A: «Le sue di chi?»

B: «Inizi a confonderli anche tu?»

A: «Scemo. Che poi nel film non lasciano spazio all’immaginazione, quanto alle origini della sua ricchezza.»

B: «Ancora al film, stai a pensare? Ascolta Leonardo Di Caprio, sono tutte bugie, quelle che circolano sul suo conto. L’unica verità è che Gatsby è un gentiluomo, che ha imparato le buone maniere su una nave da crociera.»

A: «In barca, vorrai dire.»

B: «Sì, scusa.»

A: «E, sempre in questo tuo adattamento, Nick chi sarebbe?»

B: «Vedi, c’è questo sindaco di Firenze che è stato invitato ad Arcore una volta e ancora glielo rinfacciano. Ma sai, era giovane e inesperto, ancora non sapeva quanto corruttibile fosse il cuore umano.»

A: «A proposito, ma nel libro non stava con Jordan?»

B: «Che nel film invece è Nicole Minetti. Quel broncio sfrontato, quello stile nell’indossare gli abiti da sera come fossero tute da ginnastica…»

A: «Ma piantala.»

B: «Pensa un po’ quello che vuoi, ma la mia sceneggiatura è una bomba. Dalla prosperità agli eccessi dell’era berlusconiana in un’Italia sull’orlo della crisi.»

A: «Orlo?»

B: «Non hai visto le scene ambientate a New York? I ristoranti erano tutti pieni.»

A: «Ma tu l’hai studiato, no, il simbolismo della grande città che corrode gli animi più fragili? La decadenza morale che investe tutti i personaggi?»

B: «Sì, succede la stessa cosa a Roma.»

A: «A Roma?»

B: «Ma sì, ci stanno questi parlamentari di provincia che all’inizio pensavano di poter fare a meno dei soldi, invece adesso…»

A: «Adesso cosa?»

B: «Niente, adesso li vogliono.»

A: «E anche a Roma c’è la old money degli aristocratici contro la new money imprenditoriale?»

B: «No, ormai in Italia chiunque abbia du’ spicci è considerato casta.»

A: «Vi manca tutto un filone quindi.»

B: «Ma secondo me Silvio ci ha provato, a posizionarsi come nuovo ricco cui manca il gusto, ma ha tanto cuore. Elargiva soldi alle ragazzine per generosità. Però non ha funzionato.»

A: «E Daisy?»

B: «Cosa?»

A: «Ci sarà pure una Daisy in questa storia.»

B: «Ma sai che secondo me è proprio l’assenza di una Daisy a essere costata il posto all’ultimo avvocato?»

A: «Cioè l’avrebbe licenziato perché non gli ha permesso di amare?»

B: «Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per amore. Questa doveva essere la linea difensiva. L’ha licenziato perché non ha mai letto Fitzgerald.»

A: «Mentre il nuovo avvocato l’ha letto?»

B: «Il  nuovo avvocato può andare al cinema e recuperare il tempo perduto. Dategli una Daisy e risolleverà il mondo.»

A: «Be’, oddio, non è che finisca proprio bene, per Gatsby.»

B: «50 milioni al botteghino, 90 anni dopo l’uscita del libro? Lascia stare, Silvio ci metterebbe subito la firma. Considerato che l’altra sera ha fatto il 5% su Canale 5.»

Una Partita a Machiavelli

HoCDelle cinque stelle, una rischia già di spegnersi per l’ipnotizzante impreparazione dei propri eletti. Un po’ c’è da capirli. Nell’era di youtube e dei torrent, proporre l’insegnamento della Costituzione e l’esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, con quei testi lunghi e quelle parole difficili, è mossa avventata e anacronistica. Lo capisce bene Paolo Bernini, deputato alla Camera che infatti ha affidato la propria preparazione politica esclusivamente a una serie di documentari sulle teorie del complotto.

Per evitare il buco nero, si potrebbe portare avanti un’umile mozione volta non tanto a svegliare le coscienze quanto a intrattere le menti fin troppo annoiate dai meandri del diritto costituzionale. La mozione House Of Cards si rivolge esattamente a chi su internet si è formato, ha costruito il proprio consenso e si trova probabilmente a proprio agio con l’idea di scaricare film in lingua originale.

House Of Cards, adattamento americano di una miniserie inglese degli anni ‘90, è uno spaccato di carriera politica in 13 episodi, un racconto spietato e assolutamente credibile come solo una serie prodotta là dove la politica è un gioco serio sa essere. Molti media ne hanno parlato nei mesi scorsi per la novità del modello distributivo, che ha voluto mettere a disposizione degli utenti Netflix tutti gli episodi contemporaneamente da subito. Ma il parallelismo tra un’industria che asseconda il gusto del pubblico per l’abbuffata di telefilm e una tornata elettorale che riconosce il desiderio di sbronza da democrazia diretta è argomento al di fuori della portata di questo post.

Altresì sorprendente è l’applicabilità di certi schemi narrativi a situazioni apparentemente diversissime. In House Of Cards non sembra mancare nessuno. C’è il Matthew Renzi, ovvero il giovane politico costretto a piegarsi alle esigenze del partito ma sempre in contatto diretto online con i propri elettori . C’è Laura Boldrini interpretata da Robin Wright, atletica e determinata paladina del nonprofit, con i poveri nel cuore e gli ex dipendenti esodati di cui si sente responsabile. C’è Marta Grande, nei panni di una giornalista insopportabile che lo spettatore è costretto a rispettare perché, insomma, è giovane e donna e se non ora quando? C’è persino il vecchio complottista che all’inizio sembra inutile e alla fine diventa strumentale alla risoluzione dei misteri.

La grandezza di Kevin Spacey, protagonista della serie nel ruolo di un ambizioso capogruppo parlamentare – o, meglio, majority whip –, è tale che non basta un solo interprete nei palazzi romani, così affamati di leadership eppure così poveri di abili manovratori. Silvio ne cattura la visione: «I soldi sono la villa al mare che cade a pezzi dopo una decina d’anni, il potere è il palazzo di marmo che resiste ai secoli. Francamente, non posso rispettare chi non ne vede la differenza», mentre le olgettine hanno imparato sulla propria pelle che «la generosità è un’ulteriore forma di potere». Mario Monti ha mostrato a tratti lo stesso humor pungente e se «l’insicurezza mi annoia profondamente» sembra una frase sceneggiata dopo aver visto la reazione del Presidente del Consiglio alle lacrime del ministro Fornero, «non lo nego, detesto i bambini. Ecco, l’ho detto» è lo sfogo di fine stagione che ci si aspetterebbe a chiusura di un’intervista barbarica con un cane in braccio. Pierluigi Bersani è perfetto nel rendere il politico di professione che di fronte alle telecamere perde lucidità. Beppe Grillo è solo leggermente più verboso nell’esprimere la rabbia di un «voglio sapere chi ha tradito», a seguito di una votazione finita male.

La visione coatta di House Of Cards sgombrerebbe finalmente il campo dalla fastidiosa presunzione che esista un modo di fare politica senza scendere a patti, senza ricorrere a compromessi, senza quel gesto così volgare di contare i voti. L’antieroe Francis Underwood racconta mezze bugie perché  sa che con la verità non ci si siede neanche al tavolo, crede che nessuno nasca presentabile ma che chiunque possa essere ben istruito, misura il valore di un politico in base ai contatti che ha e non in base al numero di lauree o alle passioni personali che vorrebbe inseguire in Parlamento. In Italia un personaggio del genere verrebbe condannato dalla pubblica piazza per trappole, inciucio aggravato e attentato alla meritocrazia, in TV se la cava rompendo la quarta parete, illustrando con una certa condiscendenza al pubblico il perché delle proprie mosse.

Il risultato di questo continuo colloquio è che lo spettatore americano arriva a fine puntata pensando di aver compreso la politica e le sue dinamiche, mentre il lettore di Repubblica ancora si domanda come sia mai possibile che un appello alla responsabilità firmato da tali e tante personalità non sia riuscito a scaldare il cuore dell’avversario politico di turno.

Di episodio in episodio, mentre le ombre si accumulano intorno a Underwood, rimaniamo sospesi tra la sindrome di Stoccolma per un personaggio così ignobile e la sindrome di Stendhal per un politico che sa maneggiare la stampa senza piangere fraintendimenti e gogne mediatiche, che cavalca il populismo prendendosi responsabilità che sarebbe controproducente ribaltare – peraltro ragionevolissimamente – sull’elettore, che ha la pazienza di spiegare a un mitomane delirante che «nessuno ti sta ascoltando. A nessuno importa. Non otterrai niente così. Lascia che questi bravi signori in divisa si prendano cura di te».

Come spesso avviene, quando si tenta di tradurre da una lingua in costante evoluzione culturale a un’altra in stato di impoverimento, è difficile rendere il gioco di parole dietro al titolo House Of Cards, un castello di carte che mostra tutta la propria fragilità nei palazzi del potere. Certo, una mano di Machiavelli a Montecitorio potrebbe chiarire ai neoeletti i concetti politici di manipolazione e schemi di gioco, ma serve un mazziere a Palazzo Chigi perché l’analogia possa funzionare. In fondo, uno vale uno, ma l’asso vale 11: «You know what I like about people? They stack so well».

Grillini: Vite Parlamentarie

Se solo un mese fa il destino mostrava tutta la propria crudeltà nell’accostare al weekend elettorale italiano la ben più seria consegna dei premi Oscar, ancora oggi  si gode l’ironia di uno stallo alla messicana in Parlamento che deve molto a un’acclamata sceneggiatura di Quentin Tarantino.

Ormai è da decenni che l’irrilevanza politica del paese va di pari passo con l’irrilevanza cinematografica di Roma, senza pretese di rapporto causa-effetto. Le conseguenze tangibili nel 2013 sono un voto di protesta che, data una manifesta incapacità di determinare gli eventi, cerca almeno di spaventare i mercati internazionali e  un’assenza allarmante e prolungata dell’Italia dalle cerimonie di premiazione del cinema che conta, se non fosse per certi abiti che meriterebbero una critica ben più profonda di quella interna al PD.

C’era un tempo in cui i film italiani arrivavano automaticamente a nomination per l’Oscar. Era un mondo diverso, probabilmente con una minor competizione internazionale, ma che viveva di registi e di sceneggiature capaci di descrivere il passato, catturare il presente, prevedere l’Italia del futuro. Oggi ci sono pochi prodotti italiani di buona fattura, confezionati con un certo rigore e con una storia da raccontare. Anche a guardare i rari film che tentano di alzare la testa resta sempre il dubbio che i fasti della commedia all’italiana, quella che delineava una società prima ancora che esistesse, siano irrimediabilmente persi.

Fino a qualche mese fa avrei applicato il medesimo, dolente giudizio alla migliore opera italiana della scorsa stagione, Reality di Matteo Garrone. Insomma, come fa uno dei registi più bravi della propria generazione a essere in ritardo di dieci anni sul paese? Perché fa uscire nel 2012 un film sul Grande Fratello, in onda dal 2000 e ormai più che sorpassato?

Oggi invece comprendo appieno la grandezza di Garrone e la pochezza del mio giudizio affrettato. Reality è la storia di una padre di famiglia che si mette in testa di entrare nella casa, di diventare qualcuno, di essere pronto al pubblico scrutinio, di averne gli strumenti. Più sembra allontanarsi il miraggio, più il protagonista è pronto a ostentare il sacrificio, a regalare i beni di famiglia ai poveri per dimostrare a chiunque lo osservi di essere un uomo onesto, quindi valido. L’obiettivo è arrivare a Roma.

Reality descrive con mesi di anticipo le dinamiche di autocertificazione ai tempi della nuova democrazia diretta. Il Grande Fratello è un trucco, l’espediente per spiegarci senza ferirci che siamo un popolo di CT della nazionale al bar, di commentatori politici su Twitter e, finalmente, di onorevoli cittadini in Parlamento.

Dove finisce il cinema inizia il nuovo docureality dei grillini. A dicembre sono iniziate le audizioni, a marzo è scattata la presentazione dei protagonisti. In assemblea a Roma c’erano tutti: il simpaticone e la gatta morta, il guerriero e l’occhio della madre.  Sfidano il sistema portando il proprio cavallo di battaglia. Alcuni hanno tecnica e altri espressività. Molti sono stati eletti dopo aver sperimentato sulla propria pelle disfatte elettorali in altri partiti. Come i ragazzi che, rimasti senza contratto dopo aver partecipato ad Amici, si riciclano a X Factor, certi di una maggiore meritocrazia. Dicono no a inquisiti e indagati con la stessa perentorietà con cui l’Isola dei Famosi precludeva la partecipazione tra i non famosi a chi già aveva lavorato in TV. Uno vale uno, ma solo fino a cinque sms per sessione di voto.

Nel fine settimana appena trascorso è iniziata la diretta. Ci sono state le prime lacrime, le prime discussioni, i primi eliminati. Non ci resta che attendere i primi amori. Come Garrone e a differenza mia, i neoeletti hanno una buona consapevolezza del ruolo che li attende, sono pronti per il Grande Fratello: «La realtà è che vivere e lavorare dentro a Montecitorio è estramamente estraniante. Si tratta di un palazzo in cui dentro hai tutto, in cui ti senti veramente un principe perché sei servito, riverito, non ti manca niente. Dall’agenzia viaggi al barbiere, dalle poste alla banca. Potresti vivere lì dentro per anni e non aver necessità di uscire».

Al momento, tuttavia, l’unico parallelismo evidente tra il palazzo e la casa di cinecittà è questa ansia da infiltrati così pressante per Beppe Grillo & Produzioni e così poco interessante per noi spettatori.

Grillini: Vite Parlamentarie è iniziato. Come le ginnaste prima di loro, i nuovi protagonisti sono immaturi ma compensano con l’impegno. Speriamo che dalle atlete che li hanno preceduti imparino a dialogare su Twitter sia con i fan sia con i detrattori.

P.S. Per chi non ha problemi di spoiler, Reality si chiude con il buon padre di famiglia che riesce a entrare negli agognati studi di cinecittà. Ci viene finalmente permesso di vedere cosa succede nel buio dietro le quinte. Sarebbe bello, un giorno, provare la stessa esperienza nelle segrete stanze di Gianroberto Casaleggio.

Dove C’è Bergoglio C’è Casa

UntitledLa proclamazione di Papa Francesco è evento notevole perché ha saputo generare, più che commozione, sorpresa e curiosità in un pubblico laico e annoiato che non riesce a rinunciare al gusto proibito per le luci dello spettacolo e gli eventi di costume.

L’elezione di un monarca assoluto senza ricorso al televoto – un lusso che solo poche selezionate istituzioni possono ancora permettersi – diventa spunto di riflessione per domandarsi come mai la Chiesa Cattolica sia l’unica impresa italiana a funzionare oggi, il solo export locale a richiamare una certa attenzione o, altrimenti detto, la funzione marketing più efficace da oltre due millenni.

Li avevamo lasciati imbastire una dipartita in elicottero che richiamava la grandiosità dei giochi olimpici di Londra, li ritroviamo con un ininterrotto senso dello spettacolo fatto di attesa protratta, fumo negli occhi, improvvisate mascotte ornitologiche. Il pubblico resta con il fiato sospeso, aspetta il payoff «habemus papam» con la stessa concentrazione che si riserva al ciclico «and the winner is…». Il tutto con lo svantaggio di sapere già che abito indosserà, questo vincitore. A Hollywood lo studio dei dettagli per ottenere tali effetti si paga a caro prezzo.

Non è chiaro perché, a questo punto, non si sappia applicare la medesima cura cinematografica, non dico al Festival di Venezia, ma almeno a Sanremo. Dove si spezza la filiera del talento produttivo? Dove si perde il piglio imprenditoriale? Il confine vaticano non può essere così portentoso.

La verità è che la Chiesa Cattolica è davvero un’azienda che potrebbe insegnare a produrre risultati. È sufficiente dare un’occhiata all’evoluzione del mercato religioso nello scorso secolo per rendersi conto di come l’identificazione di un’opportunità internazionale abbia guidato le scelte di investimento del pontificato. Il business si è progressivamente spostato fuori dall’Europa, mercato stagnante di fatto e di spirito, e i primi a capirlo sono stati quei cardinali che da più di 30 anni eleggono un CEO straniero a curare gli interessi della Romana Chiesa.

Il conclave dimostra un senso per gli affari che, distillato in dosi omeopatiche nella dirigenza Barilla, avrebbe reso i carboidrati l’unico alimento legalmente accettato nei due emisferi. Dietologi francesi avrebbero venduto milioni di libri sull’alimentazione a base di fette biscottate.

L’elezione di un papa argentino a un mese dal parto di Belén svela le abilità di un instancabile ufficio stampa. Un pontefice di Buenos Aires il giorno dopo la doppietta di Messi in Champions League significa avere un’ottima comprensione delle dinamiche di Twitter.  Chi, d’altronde, non ha pensato che la cancellazione dell’account di Benedetto XVI fosse l’estrema dimostrazione di una inadeguatezza dell’amministratore delegato di fronte alle nuove tecnologie? Serve qualcuno capace di raccogliere la sfida di un consumatore che è passato in pochi anni dalla fiaccola all’ipad.

Il nuovo CEO pare essere un bravo comunicatore. Ha scelto di chiamarsi Francesco, con un evidente richiamo al voto di povertà esattamente in linea con i chiari di luna cui ci stiamo abituando. Vogliamo l’abolizione dei rimborsi elettorali e, mentre politici e commentatori si affannano a spiegarci quanto questo non risolva i problemi della nazione, arriva un anziano signore pronto a suggerire, con solo una parola, l’intenzione di rinunciare ai beni terreni. I giornali già titolano sul papa che prende i mezzi pubblici e cucina da solo per sé e per i poveri. Come i nuovi cittadini, già onorevoli, potrebbe decidere di farsi chiamare babbo.

Un’azienda che si sviluppa sempre di più verso l’estero e che ha negli anni dimostrato una certa solidità finanziaria. Da secoli affronta e supera scandali, etici ed economici. Le ombre che già si delineano sul passato del Cardinal Bergoglio sono destinate a sparire. Merito di un’attività di lobbying instancabile che, fosse perseguita con lo stesso zelo dalla Ferrero a Bruxelles, oggi Nutella sarebbe prescritta come colluttorio.

Ormai di papato non si muore neanche più. Quando non producono risultati, si dimettono, come nelle multinazionali dei paesi seri. Indulgenza plenaria e si torna a lavorare.

L’illusione che anche altre aziende possano operare in modo così dinamico resta interdetta nel momento in cui, nonostante l’inno di Mameli accompagni con una certa insistenza la cerimonia, ci rendiamo conto che non stiamo parlando di un’azienda italiana.

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