Rincorrendo un’anguria

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Guardo Balotelli e penso a mio nipote Michele, 6 anni e gia’ fuori due volte dai mondiali ai gironi. Nato l’anno dopo della grande estate in cui usurpavamo Berlino guidati da Grosso e compagni. E ripenso ai miei mondiali del 90′, quando a Palermo giocavano l’Egitto e l’Olanda di Ruud Gullit.
Quelle notte magiche mi regalarono molti brividi e gli occhi di Toto’ Schillaci. Eroe stupito di una Sicilia povera di grammatica, di sogni e presto di capelli. Toto’ correva piu’ forte dell’Alfa 33 e gli rubava le gomme. Cosi’ almeno cantavo io per prendere sonno sostituendo la ninna nanna che mia madre aveva da poco smesso di cantarmi.

Quella estate mi regalo’ tante rivelazioni. La prima e’ che per segnare bisogna correre. E’ forse questo sara’ chiaro anche a Michele oggi.

La seconda e’ che a volte basta avere due settimane di grazia nella vita per cambiartela. Vorrei dire al giovane me di vivere ogni giorno come quel lunedi’ dell’inizio di queste due settimane. Non sai mai quando arriveranno, del resto non giochi mica nell’Italia (e forse e’ una fortuna).

Ed infine che l’anguria non e’ un pallone perfetto. Potrai correrci dietro, calciarlo e farlo rotolare avanti, ma a volte e’ bene fermarsi, tagliarne una fetta e gustarsela in pace. Un po’ come la vita in fondo.

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