Agghiurnò – Le misure della Leopolda

ImmagineSenza la pretesa di mostrarmi abile sarto della politica e lontano dal compiacimento da convention victim vorrei provare a dare – a distanza di una settimana – le misure dell’abito politico disegnato e cominciato ad imbastire nel laboratorio- showroom installato nella vecchia stazione fiorentina dal giovane, spavaldo e sicuro sindaco di Firenze aspirante sindaco d’Italia.

Lo dico subito così da fugare ogni dubbio: la Leopolda non è una creatura dalle misure ideali, da miracolo italiano, 90-60-90.

Pertanto assai difficilmente potrà generare un abito politico inappuntabile, a perfetta misura di penisola.

Dimentichiamocelo. Però potrebbe comunque modellare il corpo di codesta Italia molto meglio di com’è adesso e di come sarebbe in mano ad altri sarti di scuola vetero o neo socialdemocratica.

Perché di sarti liberali, vecchi o nuovi, non se ne vedono in giro sicchè per il momento non penserei ad altre imbastiture.

Comincerei dai calzari: senza di quelli in democrazia un soggetto (politico) non si mette neppure in strada, figurarsi ad attraversare il paese con i suoi mille problemi ed andare in Europa e nel mondo a rappresentare il suo paese.

I calzari sono i sistemi elettorali: a seconda della foggia, della misura, della tomaia, della suola la creatura politica segna il suo incedere.

Matteo Renzi ne propone un paio che potrebbe certamente consentire un passo sicuro, potenzialmente per lunghe camminate, per impervie scarpinate, senza che ci si debba fermare alle bancarelle dei partitini a comprarne ora un paio, poco dopo un altro o star lì a tenersi una scarpa dell’una ed uno scarpone dell’altra.

Il sistema maggioritario, anche a doppio turno, darebbe un buon paio di scarpe a chi vince: non è tutto ma è buon inizio.

Nella scelta dei calzari Renzi si affida a Roberto Giachetti, il piccolo Gandhi italico che lotta con lo strumento del digiuno per l’approvazione di una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere quali calzari dare al partito vincitore sì da evitare che chi vinca con il suo seguito di nominati (più che di eletti) debba poi andare a caccia di scarpe di cartone di larghe intese e stringerti pretese.

La giacca. Nè doppio petto blu, nè giacca marrone, nè grisaglia, nè fustagno, nè velluto.

Bisogna che ci si vesta di un tessuto politico nuovo, indenne alle tarme ideologiche, alla demagogia populista, al menefreghismo qualunquista.

È prevista l’asola nel pettaccio ma non per apporvi da subito una spilla di fattura democratica: si lavora per confezionare una giacca che possa vestire imprenditori ed operai, studenti e professori, dirigenti e impiegati, pensionati e disoccupati.

L’obiettivo è far scegliere ai cittadini la giacca da indossare per la qualità del tessuto e la bontà della foggia: non per il nome del sarto che vi appone la sua spilletta identitaria.

L’impermeabile. Ci si deve riparare dalle intemperie del mercato globale, dalle crisi aziendali, dai soprusi dei prevaricatori sui più deboli, dalle tragedie che si abbattono sulle nostre coste, sulle nostre città.

L’impermeabile deve essere omologato UE ma non come le quote latte o la misura delle banane o dei cetrioli: deve avere la capacità di proteggere l’Italia dalle intemperie sovranazionali siano esse vite umane disperate che approdano a Lampedusa, siano le offensive sleali provenienti dall’Est asiatico.

Ma l’impermeabile serve anche nelle fabbriche, sì, sopra le tute degli operai, sui corpi fragili dei precari, sui corpi inermi dei disoccupati, sui corpi vessati degli immigrati.

A ciascuno il suo impermeabile: che sia un po’ più leggero per gli operai già tutelati, più spesso per i precari ed i disoccupati. Più caldo per gli immigrati che lavorano e producono ricchezza materiale e morale.

L’impermeabile serve anche a ciascun cittadino che voglia o debba tutelare i propri diritti offesi, traditi, violati e lo Stato deve esser pronto ad utilizzarlo. Sul come Renzi non ha dato un qualche schizzo, solo una Scaglia forte laddove evoca errori giudiziari ancora più gravi e clamorosi (il pensiero mi corre su tutti ad Enzo Tortora) ma non sufficiente.

I pantaloni. L’Italia non riesce a star dentro ad un paio di pantaloni con un giro vita al 3%, quello del rapporto deficit/PIL: bisogna prevedere la possibilità di dare un po’ più di stoffa a codesta vita purchè sia intessuta di investimenti strutturali, non di sprechi pseudo assistenziali, troppe volte clientelari.

Le gambe, invece, andrebbero un po’ strette per consentire al corpo italico di potersi muovere più agilmente. Il nostro Stato si muove con l’agilità di un goffo elefante.

Certi sbuffi di stoffa, certe pence, come il bicameralismo perfetto, come le province, vanno ridimensionati se non eliminati, con buona pace di coloro che tra cento sbuffi, mille pence  si annidano succhiando linfa vitale alla comunità.

Il cappello. Tesa larga, robusto. Da tenere sempre in testa, da levare in segno di deferenza, da non tenere pietosamente tra le mani fin quasi ad accartocciarlo nei consessi internazionali.

L’imbastitura del novello abito italico c’è, ovvero si intravede. Ma non sempre. Come mi è stato fatto osservare, sui temi etici, le unioni civili, l’aborto, il Fiorentino rampante ha sorvolato.

Sulla questione meridionale un silenzio quasi assordante. Eppure il Sud Italia merita tutta l’attenzione del sarto della Leopolda e del suo laboratorio.

In 50 minuti di intervento non si può parlare di tutto, anche solo per immagini, per suggestioni, è vero.

Soprattutto laddove devi difenderti dagli strali della polemica politica domestica prima che avversaria in vista del congresso nazionale.

Sarà bene, però, che nelle prossime occasioni (senza aspettare la prossima Leopolda) Matteo Renzi affronti per bene gli argomenti stralciati alla Leopolda con schiettezza come sa fare bene su tanti temi, molti scomodi al suo partito di appartenenza.

Non si curi del livore di certi post comunisti perennemente arrabbiati, troppo spesso compiaciuti della frustrazione generale, di pitonesse radical chic pasionarie, alleggerisca il carro da opportunisti dell’ultim’ora, allontani definitivamente dal PD soggetti come l’aspirante neo (neo?!?) segretario provinciale del PD ad Enna, Vladimiro Crisafulli, inteso Mirello, l’uomo capace a suo dire di vincere ad Enna “con il proporzionale, il maggioritario e con il sorteggio”.

Se non altro per evitare che con la legge elettorale del sorteggio (truccato) al Sud come al Nord ci si trovi autorevoli esponenti al contempo dello Stato ed Anti Stato, come dimostrano i recenti fatti di cronaca lombarda e piemontese (si veda l’intervento di PIF a riguardo).

Infine, se si vuol esteticamente bene, dismetta quei jeans attillati che son davvero bruttini!

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