ARTIGIANI E TAMAGOTCHI: la ricerca identitaria nella postmodernità (parte prima)

postmodernPossiamo affermare che ci sia dato disporre di un certo quantitativo di tutto. C’è un universo in questa affermazione e più precisamente nella definizione quantitativa di quel tutto: “…UN CERTO”, “un po’”, “così tanto (o poco)”. Recentemente mi è capitato di soffermarmi sulla voragine che travolge l’essere umano di fronte alla suddetta quantificazione. Una non definita, ma certamente limitata porzione del tutto. L’uomo non è libero per natura, se per libertà intendiamo l’onnipossesso del tutto. Così com’è gramo il destino di chiunque tenti che persegue questo status, evidentemente contro natura. La maggior parte degli appartenenti alla specie umana approccia questa finitezza esistenziale adottando curiose strategie. In particolar modo, su quella che è per eccellenza la piattaforma di tensione della limitatezza: il tempo della propria presenza al mondo.
Una parte delle donne e degli uomini, una buona parte, tende istintivamente e senza particolari pretese, a surclassare ogni consapevolezza della finitezza, a viverne gli effetti come dati, in termini generali, e a ignorarne l’essenza, in particolare, con riguardo al tempo. In effetti, al contrario, questa tipologia di individuo ne vive l’essenza propria con una leggerezza tale da parere tanto approdato a un ascetico distaccamento dalle paure dell’ignoto, del finito, dello scarso, oppure, con maggiore probabilità, passivamente transumante nello squarcio di realtà che gli viene concesso. Il concetto del tempo-dono non pare sfiorarlo e lascia che esso scorra senza lasciare traccia di sé.
Altra parte dell’umanità, d’indole e di portata psichica piuttosto lontana dalla prima tipologia, si confronta con questa percezione di limitatezza del tempo come fosse la massima responsabilità lei affidata, a volte avvertendola come una sacra spada di Damocle, un dovere discendente da un prezioso diritto. Questa porzione di esseri umani pare incedere nella vita coesistendo con la dannazione di esser destinata a sacrificarsi per riempire questo vaso temporale, una missione ossessiva che la perseguita alla stregua di un batterio toti-resistente. Questa massa di imbecilli – mi si passi la licenza, poiché mi fregio dell’onore d’appartenere alla categoria in questione -, non solo maltratta il bene prezioso che gli è donato, ma in aggiunta si fa un maestoso mazzo senza motivo.
C’è poi una terza categoria, un olimpo illuminato che, consapevole della limitatezza, dà valore al tempo in una misura armonica, equilibrata e tratta il dono che ha saputo riconoscere con delicatezza e rispetto. In poche parole, essa appare in pace con la natura del dono, di sé, avendo accettato anche il carico d’ombra che essa comporta.
Il senso di paura, in verità, è comune a tutte le categorie. Esso è generato dal senso di ignoto e della morte e spinge ad agire, consapevolmente o meno, in risposta a un’emozione che è evidentemente negativa. Positivo è invece il senso di fiducia che può albergare nel vivere qui e ora, accettando d’essere pulviscolo sotto un cielo, sotto una galassia infinita, di cui si è parte e ad essa si ritornerà. L’accettazione sta nel comprendere che questo è un destino che ci sovrasta, cui noi apparteniamo ma che non ci appartiene, non è di nostro controllo, pertanto non richiede la nostra attenzione. Come il flusso del fiume, esso scorre prima, dentro e oltre di noi, dunque si vive, non si controlla. Il compito a cui l’essere umano per natura è chiamato è partecipare a questo flusso universale per quello che è, che sente di essere. L’uomo esiste per questo: cercarsi, svolgere se stesso, crescere, mutare con sè. Se la propria essenza nel mondo consiste nel regalare fiori ai passanti o curare anziani, cucire camice o stare seduto sotto un fico a suonare il mandolino, non è importante per nessuno tranne che per se stessi come tasselli del mondo. Oltre che importante, è vitale, nello stretto senso del termine. E’ l’unica cosa che davvero importa. In quest’ottica il tempo diviene complice….
La condizione per giungere al discernimento d’una vocazione nell’universo-flusso, che centri l’individualità della esistere in esso, è la fiducia nel tempo e nei suoi accompagnatori: l’ascolto, il silenzio, la pazienza, la presenza a sé. Ben lungi da me predicare culti e dottrine che lascio a anime ben più illuminate della mia. Siamo su un piano molto concreto, per cui farò riferimento a una figura simbolica concreta e molto funzionale alla mia riflessione, ossia l’artigiano.

L’artigiano è colui che agisce nella fase creativa della produzione di un oggetto, in base a un particolare complesso di regole dettate da esperienze conoscitive e tecniche, con strumenti propri, ricorrendo in prevalenza alla manualità. Anzitutto, l’artigiano cerca il materiale. Magari non sa ancora cosa farà con chiarezza, è agli esordi, lo guida l’istinto. L’unica cosa che egli sa con certezza è che tutto parte da una materia da lavorare. Nella mia immagine simbolica, questo è il momento di pars destruens. Il legno, la creta, la pelle provengono da altrove, sono parti di altrove. Essi costituiscono la sostanza presa in prestito per essere rimessa al mondo in altra forma. Un riciclo che incarna la grandezza del mondo che ci contiene e che permeiamo in un’unica grande materia che si trasforma. Siamo noi, in continuo cambiamento, toccati come corde di violino dagli accadimenti, dai cicli della luna e del sole, dalle età della vita nostra e altrui, che re-impastiamo la materia. Essa non cambia, siamo noi artigiani capaci di lavorare noi, la materia unica che abbiamo a disposizione. Essa probabilmente ha un destino chiaro, o forse più d’uno. La nostra azione ha un peso, dunque. La vita e il tempo sono concessi per la ricerca, tuttavia, non per una mèta. Ritroveremo noi stessi solo in comunione con l’universo, proprio nell’incontro con quell’ignoto, sarà la morte il ricongiungimento, come hanno detto giganti saggi del passato. Qui e ora camminiamo e ci modelliamo sulla base del cammino. I concetti di fine, di scopo, di conclusione, sono solamente risposte a una visione antropocentrica dettata dalla limitatezza del tempo che ci tocca, ma che ci permette anche di concepire un “inizio” per noi, che dà un senso al partecipare.
E qui sta la pars construens del cammino che può essere realizzata solo a partire dall’adesione alla realtà secondo il principio della fiducia nel tempo. L’artigiano non può produrre in meno tempo di quello che chiede la materia o le materie che si trova tra le mani. Specie se la materia è l’unica che sa e che può lavorare, il suo compito dall’inizio alla fine della propria vita sarà lavorarla. Egli non valuterà come finirla, nemmeno quanto o come la lavorerà, ma dedicherà il tempo a sua disposizione a prendersi cura del lavoro a cui è chiamato, fidandosi del tempo che chiede, basandosi solo su di esso. La fiducia nel tempo conserva l’essenza del lavoro artigianale. L’uomo che lavora la materia, così come l’essere che lavora su di sé, sa che servirà la pazienza. Solo questo modus operandi farà sì che il proprio agire abbia un senso, poiché si muoverà secondo le proprie esigenze. Non ci sono scorciatoie: pazientando il lavorato si sedimenta o chiama nuove direzioni, fermenta, filtra quanto serve e separa quello che non serve, assorbe il presente sulla base del passato e mostra direzioni future, o forse no. Pazienza, dunque, ancella del Tempo. Per accogliere tutto ciò, per entrare in comunicazione con la materia si cui siamo composti, serve Silenzio e Capacità d’Ascolto. Anch’esse sono appartenenti alla fiducia nel Tempo e senza di esse vi è il concreto rischio di imboccare direzioni alla cieca, molto probabilmente etero-determinate, allontanandosi dal percorso che potremmo definire “nostro”, secondo il grado di ascolto e di comunicazione che la propria essenza è in grado di sostenere. Questo grado d’ascolto è la Presenza a se stessi, quella che spesso mal utilizziamo ingozzandola di impegni, di mansioni, in un unico grande “SI” anticipatorio, euforico e senza ragioni, che nega la scelta. Questo percorso è immerso nel rumore e nell’evasione che priva l’essenza di ossigeno per affermarsi e nega un’identità all’essere. In questo stato non c’è fiducia nel tempo, bensì fuga. Non c’è silenzio e ascolto, ma solo rumore e chiusura. Non c’è presenza, ma negazione del sé. Infatti, non appena un alito di vento schiude la porta, non appena si muove una tenda, si agita un tappeto, l’essere si scopre nudo nel mondo e viene travolto dalla paura delle morti e dell’ignoto, in tutte le forme che ciascuno sperimenta nella propria vita: relazionali, psichiche, emotive.
Entrambe le categorie umane descritte all’inizio praticano questo giro di giostra, consapevoli o meno delle paure che sperimentano comunque, alimentando ogni parte affamata e assetata del sé con ciò che giunge, che gli è detto, che li attraversa nei contesti che sperimentano, da un’immagine, da una cultura e per la quasi totalità dei casi ciò non corrisponde al prodotto di una comunicazione con i bisogni reali, su una strada strutturata secondo la propria personalissima materia.
Tornando al nostro artigiano, è evidente come il prodotto che egli potrebbe realizzare non è decisamente in linea con il mondo in cui viviamo. Potremmo dire che esso non sia di moda. Il punto di rammendo della nonna, la cucina veramente primaria – e non la bio-glamour-minimal-vegan-genuine cuisine – , la sedia montata a chiodi sono fuori luogo nella cultura dominante. Non sono neanche vintage, ma solo sciatti, insipidi, scomodi.
La cultura dominante, per capirsi, è quella che è riuscita a trovare delle soluzioni produttive ai difetti dell’impreciso, rudimentale operato dell’artigiano. E come tutte le soluzioni smart, usa e getta, take away, easy listening, bip and go, ovviamente, non produce altro che una gran quantità di spazzatura, in senso letterale e simbolico del termine.

(segue…)

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