ARTIGIANI E TAMAGOTCHI: la ricerca identitaria nella postmodernità (parte seconda)

postmodernism-copySiamo tutti d’accordo, credo, che il contesto socio-economico in cui viviamo è votato alla massificazione. No, mi direte voi, quella era l‘URSS, in un certo senso. O magari, in termini di accumulazione, lo era il miracolo economico consumistico occidentale di qualche decade fà. Giusto, rispondo io. Qui sta la genialità post-moderna: il tentativo di generare nella massificazione dei surrogati scintillanti che soddisfino la fame di personalità.
Un esempio. Tutti abbiamo un telefonino. Plausibilmente la maggioranza di noi possiede uno smartphone. In base alla categoria di appartenenza – attenzione – abbiamo una gamma più o meno vasta di scelte sulla personalizzazione dell’oggetto. La vastità è determinata dal grado di esigenza di personalizzazione della categoria. Il grado di personalizzazione è esso stesso motivo di identità di ciascuna categoria. Prendiamo le cover degli smartphone. I giovani, per definizione creativi, alla ricerca frenetica di identità e di personalità, hanno a disposizione una quantità pressocchè infinita di cover per i propri affarini comunicanti. Una-quantità-infinita. Venduta a ogni angolo della strada, tanto quanto nei grandi centri di marca. Ad essi, poi, si aggiungano le app, le foto salvaschermo, le suonerie, e così via. Le energie di costruzione del sé, di stratificazione della propria identità si canalizzano in una compulsiva, cieca, bulimica accumulazione di caratteristiche predeterminate per l’oggetto preso ad esempio. Ciò vale poi per tante altre realtà, per tutte quelle che possano soddisfare la sete di personalità, che potremmo supporre siano potenzialmente infinite dato che sono vuote e insufficienti, per cui in continuo ricambio – usa e getta, appunto – in un vortice guidato scientemente dal meccanismo socioeconomico di produzione massiva (ricordate i tamagotchi?…se qualcuno di voi oggi non desidera avere figli potrebbe valutare l’ipotesi di fare causa all’azienda produttrice). La corsa al rinnovamento, al nuovo oggetto, alla nuova composizione di caratteristiche all’interno di esso, sono ancora una volta una negazione dell’ascolto del sé, una rincorsa alla categoria post-moderna dell’individuo, aderente alla vocazione di massa a una PERSONALIZZAZIONE DELL’IMPERSONALE CON TANTI IMPERSONALI COMPOSTI IN MODO PERSONALIZZATO. Il nostro artigiano si è perso nella notte dei tempi. In pratica, ci muoviamo definendoci in una rincorsa all’ultimo prodotto di cui non ci chiediamo – come al solito giustificandoci perchè “non abbiamo il tempo”, anziché interrogarci su una perdita di capacità che originariamente ci appartiene per natura – di chiedercene l’utilità prima che il mondo non ci solleciti ad aderire a questa maratona autodistruttiva. Giriamo in cerchio, a occhi chiusi, accogliendo quello che ci viene offerto. Talvolta non scegliamo nemmeno tra possibilità pre-impostate, piuttosto siamo scelti noi, sulla base della categoria identitaria di riferimento. Queste pratiche di contenimento della paura, di canalizzazione della fantasia nella “spersonalizzazione creativa” hanno travalicato i limiti del mito borghese, ormai proprio del secolo scorso. Il GRANDE VENTRE ETEROPERSONALIZZANTE ha risucchiato i rigurgiti di ribellione dell’umanità, ricomprendendoli come si è pensato di fare con certi movimenti antisistema, annullandone il potere destabilizzante. Parlo ora dell’altra categoria post-moderna, quella dei radical chic, degli alternativi a prescindere, che alla spontanea ricerca della reazione oggi rispondono con “faccio yoga – mangio bio – pratico il neo taoismo”. La globalizzazione ha permesso di ricomporre non solo i sistemi economici, ma di gettare nella mischia identità storiche che avrebbero potuto salvare l’umanità dalla pratica di suicidio di massa in cui ci stiamo trascinando.

Ma l’uomo non cede. La sua natura emerge e la paura, la sana paura del Tempo che scorre lo chiama ancora e ancora a un’ancestrale ricerca del sé. Ogni nuovissima soluzione pseudo alternativa rivela inesorabilmente la propria natura bulimica e il legno lavorato frettolosamente si consuma ben presto nella propria inconsistenza. A un certo punto, non ci torna qualcosa. Ci ritroviamo nei panni degli studenti del film “DIE WELLE” e ci chiediamo come sia possibile, come abbiamo potuto ancora una volta resettare la nostra capacità di scegliere, di discernere sulla base della nostra esperienza. Forse non tutti, ma certo prima o poi la maggior parte di noi si accorge che anziché cercare identità al di fuori, la soluzione sta nel “ritorno al centro”. All’essenza, all’ascolto, al silenzio, alla presenza del sé. Alla comunione con il tempo e con la materia condivisa con il mondo. Con la terra, il legno, il fuoco. Non ci sono intenti animisti o spiritualisti, parlo di natura, nella misura in cui ci riscopriamo esseri pieni e reali nella riconciliazione con il sé. Troviamo il senso del nostro camminare sul suolo qui e ora e per un tempo nella misura in cui percepiamo d’essere tasselli finiti, ma partecipanti del Tutto. E allora ci fermiamo. Respiriamo, scendiamo dalla giostra. E’ stupefacente e rinfrancante osservare il potere della nostra Natura di richiamarci a noi stessi. In quel momento il senso di “perdita di tempo” che mi domina e che mi sconvolge quando mi vedo commettere gli stessi errori, le stesse deviazioni neganti la mia essenza, forse non è che parte anch’esso della Natura stessa dell’uomo, che è finita, o meglio ciclica nel percorso di scoperta e riscoperta del sé. E’ ciò che travolge me e voi nel leggere gli antichi greci, percependo la rivelazione di ciò che si è, che si è sempre stati e non si smettrà mai di essere, che chiama come una voce nota da sempre e che poi ci fa chiudere il libro e continuare esattamente come prima, ammutolendo il brivido di consapevolezza per il troppo a cui chiama. La paura, ancora una volta. Chiede anni, decenni, secoli. Viene dai nostri padri e sarà trasmessa ai nostri figli. Ciò che resta vivo è la consapevolezza di un ritorno e c’è qualcosa oltre di noi e dentro ciascuno che ci richiama. Un istinto che scuote ciclicamente l’umanità e ogni singolo ogni volta che ci si sperimenta nell’eccessiva spersonalizzazione da se stessi.
Questo, per me, è proprio il fulcro della nostra salvezza. Siamo richiamati dalla nostra vocazione artigiana, che freme e si agita se non è appagata. Noi rispondiamo alla nostra natura, anche senza saperlo. Il cucciolo uomo è capace di allontanarsi a giocare, di spingersi fino al limite a cui Mamma Natura e Papà Tempo sono in grado di non perderlo di vista. E lui non si gira neanche, lo sente, lo sa. E’ l’istinto del figlio, noi siamo figli e lo sappiamo.

Ti e' piaciuto? Si? No? Commenta! Continua a seguirci. Segui la nostra terapia per debellare l'Italiota che c'e' in te. Una buona lettura a settimana ti aiutera' :)
Controlla lo spazio "Coming Soon" nella colonna di destra per avere un assaggio delle prossime pubblicazioni.
Seguici, piacici, condividici su facebook, linkedin, twitter!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: