Agghiurnò – Il fresco profumo di libertà

BORSELLINORicordare Paolo Borsellino ogni anno trascorso da quel torrido 19 luglio 1992 mi provoca un senso di costrizione e di infiacchimento pari alla sensazione che segue ad una folata di scirocco nell’ora canicolare.

È come se la coscienza subisse un istantaneo processo di desertificazione, non vedesse alcuna oasi ove abbeverarsi, temesse l’arrivo da un momento all’altro da dietro una duna di un predone senza scrupoli a depredarla dei propri averi.

A ventun anni dall’eccidio, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone vengono costantemente evocati dalla politica, dalla magistratura, dal ceto intellettuale come martiri esemplari di una lotta alla mafia, secondo alcuni rimasta senza validi condottieri, secondo altri valorosamente proseguita.

Rifuggo volutamente dalle camarille e dalle faide costantemente innescate tra esponenti dei tre poteri dello Stato e tra questi ultimi ed alcuni giornalisti, troppo spesso più che cronisti polemisti, aventi ad oggetto le indagini nei confronti di uomini delle istituzioni ed  il ruolo dell’azione penale nei confronti della azione politica.

Sull’argomento Paolo Borsellino tenne una lectio magistralis che avrebbe dovuto (o dovrebbe) gettare le basi per una sana comunità politica che si monda da sé delle mele marce senza aspettare o temere l’azione penale, così come  per una equilibrata conduzione di un processo penale nei confronti di un uomo o di un’intera classe  politica, il cui obiettivo deve essere l’accertamento scrupoloso di una verità processuale non il disvelamento di una verità fattuale seppur in assenza di riscontri probatori.

Trovo riprovevole l’utilizzo nella dialettica politica della storia umana, professionale dei Martiri del 1992, al fine di supportare la propria semplicistica, distorta, superficiale visione manichea della società italiana.

Trovo odioso spendere la notorietà acquisita per la conduzione di processi talvolta maldestramente instaurati al fine di accertare eventuali connessioni tra mafia e politica (e troppe volte celebrati in arene televisive) per intraprendere carriere politiche, neanche fossimo negli Stati Uniti dove chi inquisisce può naturalmente mirare al Congresso o al Senato.

Si dovrebbe ritrovare la lucidità, l’equilibrio, la compostezza del ragionamento e dell’eloquio di Paolo Borsellino. Ma anche la sua tenacia, fermezza, il suo rigore morale di uomo e di magistrato.

La sua pacatezza, la sua prudenza, la sua parsimonia verbale non era ignavia, indifferenza, ignoranza dei fatti su cui rispondeva: era professionalità di un integerrimo ed acuto servitore della Legge prima che dello Stato.

Borsellino, semmai, aveva quella capacità – si direbbe a Palermo – di chi “parra muoddo ed impiccica duro”, di chi misura le parole, di chi non pronuncia giudizi affrettati, di chi non dice di sapere anche se non ha le prove come qualche suo incauto allievo, ma di chi inchioda con fermezza le risultanze processuali di cui è arbitro inquirente.

Questa lunga intervista, che ai polemisti delle manette potrà sembrare interessante ma noiosa per l’astensione borselliniana dalle facili battute allusive a retroscena inquirenti o a supposizioni investigative non ancora suffragate, ne è la testimonianza più alta.

Paolo Borsellino, come ogni buon siciliano, sapeva anche tirare fuori la rabbia, la grinta di chi non sopporta i soprusi, le ingiustizie, le bassezze, soprattutto laddove provengano dalle proprie file.

Borsellino si mostrò valorosamente lontano da calcolati equilibrismi istituzionali o da sudditanze alla casta sacerdotale rappresentata da quel CSM – Sinedrio, che ostacolò Giovanni Falcone come capo dell’ufficio Istruzione della procura di Palermo, l’ultima volta appena 24 giorni prima di essere ucciso.

Seppe affrontare e ricomporre lo strappo con Leonardo Sciascia, autore di un editoriale sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987) complesso e troppe volte strumentalizzato da opposte fazioni che” retorica aiutando e spirito critico mancando” vedevano nella lotta alla mafia la salvezza o la dannazione della Sicilia senza cogliere il monito dell’intellettuale di Racalmuto di avversare la mafia con il diritto ed il riscatto delle coscienze e non con le emozioni e con strategie improvvisate all’occorrenza, rifuggendo dal qualunquismo.

Il suo disincanto rispetto all’ineluttabile destino di morte che lo attendeva, la sua disperazione per la morte dell’amico e collega Giovanni, l’angoscia per la solitudine in cui era stato emarginato da alcuni dei suoi stessi colleghi e dalle cosiddette Istituzioni vigliacche se non colluse, l’ansia di non riuscire a completare il suo operato, l’amarezza di sentirsi tradito da persone che credeva sodali, la pena per il futuro sciagurato dei suoi adorati familiari, non gli hanno tuttavia impedito di lasciare un monito a tutte le persone di buona volontà, in special modo alle giovani generazioni: un messaggio di speranza che dovrebbe essere scolpito su pietra in ogni piazza, , tribunale, scuola, università, bottega, ufficio, centro commerciale, autostrada, in ogni luogo di incontro di uomini, esigenze, bisogni, in ogni città, in ogni latitudine.

Caro Giudice Borsellino non smetteremo mai di cercare la bellezza del fresco profumo di libertà, di rifiutare il puzzo del compromesso morale, di fare il tifo per chi come Lei, Giovanni Falcone, tutti i martiri di mafia hanno smosso le coscienze nella nostra terra bellissima e disgraziata.

Per questo ricordare la Sua morte rappresenta un Agghiurnò in alcun modo eclissabile.

Nota a margine: dal 6 maggio 2012 campeggia sul prospetto del Palazzo di Giustizia di Milano – quasi fosse una vela da far gonfiare con il vento della Giustizia – un poster commemorativo di 200 metri quadri che ritrae i giudici Falcone e Borsellino in una delle tante pose che testimoniano il loro forte sodalizio umano e professionale. A margine anche i nomi degli agenti delle scorte e della dottoressa Francesca Morvillo.

Ogni volta che vedo il poster penso che dovrebbe essercene un altro almeno dal 20 luglio 1992 su un’altra mole piuttosto simile, il Palazzo di Giustizia di Palermo. E con una punta di malizia e non poco rammarico ritengo tale omissione l’ennesima grave scortesia che la magistratura palermitana ha riservato ai Martiri del ’92.

Borsellino_baffi

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