L’Italia di Franco Coppi e l’ennesimo rigore di Silvio

Lungi da noi paragonare Berlusconi ad Andreotti. I molteplici mandati al governo della Repubblica Italiana, i processi e persino lo stesso avvocato, pero’, giustificano la scelta di questa provocazione. Il professore Franco Coppi porto’ all’assoluzione Giulio Andreotti ed oggi a fianco di Ghedini provera’ a raggiungere lo stesso virtuoso traguardo con Silvio Berlusconi.

In questi giorni, l’Italia si divide fra chi spera in una condanna ed una interdizione dai pubblici uffici e chi e’ sicuro che l’assoluzione arrivera’ e sara’ un ennesima soluzione all’Italiana.
C’e’ chi parla di catarsi cinematografica di una condanna, rievocando altre famose scene (e.g. Gli Intoccabili), chi si schiera con il Presidente sempre e per sempre e chi crede che una condanna possa rendere l’ex-Premier un martire politico rendendolo cosi’ immortale.
I giornali ritraggono Silvio come un leone in gabbia, un ideatore delle frodi fiscali confortato dal caro amico Gianni Letta e dall’altro lui confida che prevede di ricandidarsi nel 2015 dopo 18 mesi di stop (quando btw avra’quasi 80 anni).
Surreale.
Noi non capiamo, non sappiamo, non ci schieriamo. Siamo troppo lontani dall’azione per capire. Come un arbitro, stanco e zoppo, lontano dal pallone, non vogliamo fischiare piu’. Sul dischetto Silvio si appresta a calciare il suo ennesimo rigore. Chissa’ se segnera’ ancora e se l’Italia la lascera’ passare anche questa volta.
Secondo voi, invece, che cosa succedera’?

Tu, I Robottoni E Massimo Di Cataldo

prmAlla fine della proiezione di Pacific Rim, una macchina da guerra cinematografica che ti scaglia addosso macchine da guerra robotiche in 3D per due ore di fila, esci con la consapevolezza di quanto basti un’impalcatura di sceneggiatura, dritta come una lama e che segua canoni di intrattenimento ben precisi, per sospendere l’incredulità collettiva e riportare migliaia di spettatori allo stato infantile.

A tutti piacciono i robot, come del resto l’idea che possano proteggerci da mostri enormi che ci invadono dall’oceano. Il governo Letta avrebbe impiegato due giorni netti a venderci l’urgenza degli F35, se ce li avesse spacciati per oggetti spettacolari pieni di luci e in 3D. Insomma, se ci avesse costruito una storia intorno. Non importa che questa storia sia verosimile, quanto piuttosto che sia coinvolgente.

Il pubblico italiano d’altronde va avanti da anni con leader comici e comici leader; l’evidente bisogno di intrattenimento fino a oggi è sempre passato per la commedia: all’italiana, sexy, degli equivoci.  Il salto verso un cinema d’azione difficilmente passerà per la minaccia di rettili bavosi allevati dal Mediterraneo, tuttavia ampia è la gamma di nemici elettivi che ci farebbero ben digerire robottoni a forma di F35.

Il gruppo francese LVMH ad esempio, con quei suoi artigli sempre pronti a rastrellare marchi italiani, è ultimamente uno dei bersagli preferiti dei giornali, che ormai trattano le aziende in vendita con la stessa condiscendenza che certi commentatori riservano alle donne che scelgono di abortire – fragili e corruttibili creature che hanno preso la decisione sbagliata, che si negano le gioie della maternità e quelle dell’eredità in consiglio d’amministrazione a seconde generazioni probabilmente inadeguate al mercato attuale.

Al largo dei bastioni di Orione, una task force cercherà di aprire i negozi Dolce & Gabbana, dove l’indignazione si scontra con la maleducazione di chi ricorda condanne per evasioni fiscali.

Date loro una storia di indignazione e vi solleveranno macchine antropomorfe. Accetterano tutto, senza neanche richiedere l’intervento di registi messicani che infilino incubi pre-adolescenziali nella narrazione.

Il bello del pubblico è che non si fa domande. Basta una fotografia su facebook e l’utente medio è pronto a scatenare cacciabombardieri su casa di Massimo Di Cataldo, prima ancora di una denuncia, di un arresto, di un processo, perché Selvaggia Lucarelli ha così sentenziato.

«F35 per fermare il femminicidio» funziona, ha tutti gli elementi di base di una sceneggiatura che si rispetti.

Un tempo non troppo lontano il terzo grado di giudizio era affidato a Striscia La Notizia. Oggi la tanto attesa riforma della giustizia passa per il profilo pubblico su facebook, taggando colpevoli e ascoltando le testimonianze degli amici in comune.

In Pacific Rim impediscono l’apocalisse, su Twitter lapidano i cantanti di Sanremo ’95.

Agghiurnò – Il fresco profumo di libertà

BORSELLINORicordare Paolo Borsellino ogni anno trascorso da quel torrido 19 luglio 1992 mi provoca un senso di costrizione e di infiacchimento pari alla sensazione che segue ad una folata di scirocco nell’ora canicolare.

È come se la coscienza subisse un istantaneo processo di desertificazione, non vedesse alcuna oasi ove abbeverarsi, temesse l’arrivo da un momento all’altro da dietro una duna di un predone senza scrupoli a depredarla dei propri averi.

A ventun anni dall’eccidio, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone vengono costantemente evocati dalla politica, dalla magistratura, dal ceto intellettuale come martiri esemplari di una lotta alla mafia, secondo alcuni rimasta senza validi condottieri, secondo altri valorosamente proseguita.

Rifuggo volutamente dalle camarille e dalle faide costantemente innescate tra esponenti dei tre poteri dello Stato e tra questi ultimi ed alcuni giornalisti, troppo spesso più che cronisti polemisti, aventi ad oggetto le indagini nei confronti di uomini delle istituzioni ed  il ruolo dell’azione penale nei confronti della azione politica.

Sull’argomento Paolo Borsellino tenne una lectio magistralis che avrebbe dovuto (o dovrebbe) gettare le basi per una sana comunità politica che si monda da sé delle mele marce senza aspettare o temere l’azione penale, così come  per una equilibrata conduzione di un processo penale nei confronti di un uomo o di un’intera classe  politica, il cui obiettivo deve essere l’accertamento scrupoloso di una verità processuale non il disvelamento di una verità fattuale seppur in assenza di riscontri probatori.

Trovo riprovevole l’utilizzo nella dialettica politica della storia umana, professionale dei Martiri del 1992, al fine di supportare la propria semplicistica, distorta, superficiale visione manichea della società italiana.

Trovo odioso spendere la notorietà acquisita per la conduzione di processi talvolta maldestramente instaurati al fine di accertare eventuali connessioni tra mafia e politica (e troppe volte celebrati in arene televisive) per intraprendere carriere politiche, neanche fossimo negli Stati Uniti dove chi inquisisce può naturalmente mirare al Congresso o al Senato.

Si dovrebbe ritrovare la lucidità, l’equilibrio, la compostezza del ragionamento e dell’eloquio di Paolo Borsellino. Ma anche la sua tenacia, fermezza, il suo rigore morale di uomo e di magistrato.

La sua pacatezza, la sua prudenza, la sua parsimonia verbale non era ignavia, indifferenza, ignoranza dei fatti su cui rispondeva: era professionalità di un integerrimo ed acuto servitore della Legge prima che dello Stato.

Borsellino, semmai, aveva quella capacità – si direbbe a Palermo – di chi “parra muoddo ed impiccica duro”, di chi misura le parole, di chi non pronuncia giudizi affrettati, di chi non dice di sapere anche se non ha le prove come qualche suo incauto allievo, ma di chi inchioda con fermezza le risultanze processuali di cui è arbitro inquirente.

Questa lunga intervista, che ai polemisti delle manette potrà sembrare interessante ma noiosa per l’astensione borselliniana dalle facili battute allusive a retroscena inquirenti o a supposizioni investigative non ancora suffragate, ne è la testimonianza più alta.

Paolo Borsellino, come ogni buon siciliano, sapeva anche tirare fuori la rabbia, la grinta di chi non sopporta i soprusi, le ingiustizie, le bassezze, soprattutto laddove provengano dalle proprie file.

Borsellino si mostrò valorosamente lontano da calcolati equilibrismi istituzionali o da sudditanze alla casta sacerdotale rappresentata da quel CSM – Sinedrio, che ostacolò Giovanni Falcone come capo dell’ufficio Istruzione della procura di Palermo, l’ultima volta appena 24 giorni prima di essere ucciso.

Seppe affrontare e ricomporre lo strappo con Leonardo Sciascia, autore di un editoriale sul Corriere della Sera (10 gennaio 1987) complesso e troppe volte strumentalizzato da opposte fazioni che” retorica aiutando e spirito critico mancando” vedevano nella lotta alla mafia la salvezza o la dannazione della Sicilia senza cogliere il monito dell’intellettuale di Racalmuto di avversare la mafia con il diritto ed il riscatto delle coscienze e non con le emozioni e con strategie improvvisate all’occorrenza, rifuggendo dal qualunquismo.

Il suo disincanto rispetto all’ineluttabile destino di morte che lo attendeva, la sua disperazione per la morte dell’amico e collega Giovanni, l’angoscia per la solitudine in cui era stato emarginato da alcuni dei suoi stessi colleghi e dalle cosiddette Istituzioni vigliacche se non colluse, l’ansia di non riuscire a completare il suo operato, l’amarezza di sentirsi tradito da persone che credeva sodali, la pena per il futuro sciagurato dei suoi adorati familiari, non gli hanno tuttavia impedito di lasciare un monito a tutte le persone di buona volontà, in special modo alle giovani generazioni: un messaggio di speranza che dovrebbe essere scolpito su pietra in ogni piazza, , tribunale, scuola, università, bottega, ufficio, centro commerciale, autostrada, in ogni luogo di incontro di uomini, esigenze, bisogni, in ogni città, in ogni latitudine.

Caro Giudice Borsellino non smetteremo mai di cercare la bellezza del fresco profumo di libertà, di rifiutare il puzzo del compromesso morale, di fare il tifo per chi come Lei, Giovanni Falcone, tutti i martiri di mafia hanno smosso le coscienze nella nostra terra bellissima e disgraziata.

Per questo ricordare la Sua morte rappresenta un Agghiurnò in alcun modo eclissabile.

Nota a margine: dal 6 maggio 2012 campeggia sul prospetto del Palazzo di Giustizia di Milano – quasi fosse una vela da far gonfiare con il vento della Giustizia – un poster commemorativo di 200 metri quadri che ritrae i giudici Falcone e Borsellino in una delle tante pose che testimoniano il loro forte sodalizio umano e professionale. A margine anche i nomi degli agenti delle scorte e della dottoressa Francesca Morvillo.

Ogni volta che vedo il poster penso che dovrebbe essercene un altro almeno dal 20 luglio 1992 su un’altra mole piuttosto simile, il Palazzo di Giustizia di Palermo. E con una punta di malizia e non poco rammarico ritengo tale omissione l’ennesima grave scortesia che la magistratura palermitana ha riservato ai Martiri del ’92.

Borsellino_baffi

Scurò – La vita è bella, contro una sentenza irrevocabile di morte generale

vincenzo-ceramiPanta rei, scriveva Eraclito riferendosi al continuo mutare, trasformarsi della vita, dell’uomo, dell’universo.

Ma è pur vero che ciò che scorre, coloro che attraversano il letto del fluire umano, spesso lasciano una preziosa sostanza, un indelebile segno a chi resta.

Per sempre.

Ci ha lasciato per sfociare nel mare magnum della cultura immortale anche il maestro Vincenzo Cerami, scrittore, sceneggiatore, intellettuale, espressione di un’Italia critica, riflessiva, severa, a tratti disperata.

Ne “Il borghese piccolo piccolo” (1976) Cerami aveva tratteggiato il piccolo dramma universale del ceto medio impiegatizio, intento a preservarsi, a migliorare il proprio modesto status sociale di generazione in generazione a costo di sottoporsi ad umiliazioni, a piccoli imbrogli pur di  conseguire il mediocre obiettivo.

Nella trasposizione cinematografica (1977) Mario Monicelli non ci ha risparmiato nulla della mediocrità, della piccola piccolezza del brav’uomo ed al contempo meschino Giovanni Vivaldi cui da volto, corpo e voce uno straordinario arcitaliano, Alberto Sordi, campione di drammaticità in una vita scenica e reale che assume troppo spesso i tratti di commedia se non di spietata farsa.

Nessuna speranza di riscatto del borghese piccolo piccolo, anzi una fine drammatica, amarissima.

Esattamente a distanza di vent’anni Vincenzo Cerami scrive la sceneggiatura del dramma universale della discriminazione razziale portando alla luce il soggetto de La vita è bella (1997).

Ora, dal mio modesto osservatorio critico non saprei dire se Cerami sia stato così straordinario da saper infondere in ogni piega drammaticamente buia della sceneggiatura quella luce comica che porta lo spettatore a piangere con il sorriso, a ridere con calde e commosse lacrime, riscattandosi dal cupo realismo e cinismo della Italietta impiegatizia degli anni settanta scolpita impietosamente ne Il borghese piccolo piccolo.

O se, invece, sia stato merito (anche, in special modo) di Roberto Benigni contribuire a rendere La vita è bella una delle più toccanti ed originali testimonianze della Shoah, allentando qua e là le maglie drammatiche di ceramiana fattura.

Resta comunque il fatto che la speranza di sovvertire l’amaro destino, assente in Giovanni Vivaldi, non si estingue fino all’ultimo in Guido Orefice, imperterrito molestatore della ineluttabile danza di morte delle Moire nel campo di concentramento.

E Vincenzo Cerami è plasmatore di entrambi gli eroi delle due storie.

Mi piace, allora, rendere omaggio al maestro Cerami con la sorridente commozione che si prova alla scena di ricongiungimento di Giosuè con sua madre a seguito della liberazione del campo di concentramento, provando una dolce malinconia per aver perso la cultura italiana il suo Guido di cui potrà preservare l’inestinguibile messaggio di speranza e di riscatto dall’oppressione, dalla pochezza, dalla frustrazione, dall’emissione di una “sentenza irrevocabile di morte generale” cui sembrava destinata l’umanità piccola piccola dinanzi alle miserie morali e materiali della vita.

L’importante e’ finirla

images (1)Rispondo al mio amico Indio per dire che una cosa a me continuano a suscitare, questi articoli: stupore. Sono incredula, e per quanto detesti i luoghi comuni non riesco a non pensare che “al peggio non c’e’ mai fine”. Ma quand’e’ che inizia il meglio? Ma quanto siamo pazienti, o forse stupidi, per tollerare ancora certe affermazioni e non sbattere la porta in faccia a tutte queste schifezze. Perche’ sono schifezze, c’e’ poco da girarci intorno. E allora basta. Basta. BASTA! Eccheccavolo…uno se lo chiede…no? Per lo meno io.

Ma sapete qual’e’ la cosa piu’ grave? Che qui si continua a discutere come sempre di tutto quello che non e’ importante, poi si viene travolti da notizie di cronaca nera che per qualche recondito meccanismo inconscio pare provochino un senso di sollievo in lettori indenni da tali sciagure. E qui invece i dettagli non mancano, purtroppo. Per poi passare a lamentarsi del tempo, che si sa e’ troppo freddo e quest’estate non arriva mai e poi oddiocheafacomefaccioarespirare nell’estate piu’ calda del secolo, d’altronde le cipolle di Tropea l’avevano annunciato. E finire con le chiappe sode di Belen e la gravidanza della Hunziker in spiaggia a Varigotti. Che per qualche altro recondito meccanismo inconscio attirano altrettanta attenzione…

SOS-thelazynigerianVi siete ricordati la crema solare quest’anno? Che il sole scotta. E non fate il bagno dopo aver mangiato l’insalata di riso. Dicono che lo sbalzo termico possa giocare brutti scherzi…a me ad annichilirmi ci pensano le vicende degli ultimi giorni…per non dire mesi. No dai, non voglio dire anni. E allora quasi quasi la gravidanza della Hunziker e’ forse la migliore notizia su cui valga la pena soffermarsi. E’ una provocazione per chi mi stesse prendendo sul serio…Una nuova vita che arriva, per l’Italia quando invece?

A questo punto non e’ chiaro nemmeno piu’ se la colpa, se di colpa si deve parlare, e’ dei giornalisti…se ancora si possono chiamare tali. Ma ve li immaginate arrivare in redazione e pensare “cosa mi tocca scrivere anche oggi”…

Ma si puo’…in Italia? Cuore del Mediterraneo, centro nevralgico di secoli di storia occidentale, crocevia di popoli a arena di scambi di merci, idee, culture e ideali. Si puo’?

Dai ragazzi. Che anche al meglio non c’e’ mai fine, basta volerlo.

Il giorno della vergogna

vergogna (1)

Sentire un ex-ministro, attuale vice presidente del Senato della Repubblica, che parla di orango riferendosi ad una sua collega ministro, nonché concittadina ed essere umano mi fa provare una forma di vergogna profonda e frustrante.

Da tempo ci siamo abituati alle uscite settimanali di “chi vuol esser leghista”, gioco a premi in cui vince chi riesce ad essere più volgare, becero, bestemmiatore, rozzo, infamante degli altri concorrenti (partecipare è semplice, basta inviare alla redazione in via Bellerio un busta contenente 3 foto-tessera ed una lista di cazzate argomentate sulla superiorità della stirpe padana).

Da tempo, troppo, non ci indigniamo più.

Siamo, infatti, di fronte all’ennesima riprova che la libertà di espressione dovrebbe essere accompagnata da un forte sistema sanzionatorio. Soprattutto quando chi abusa di questa grandissima conquista delle democrazie è un rappresentante delle istituzioni di questo Paese.

Qui non chiediamo le dimissioni del vice presidente Calderoli, che sono sempre un atto volontario, ma la revoca del mandato di rappresentanza del Popolo Italiano.

Per non confondere i piani della discussione, qui non si parla di essere più o meno d’accordo con le politiche di gestione dell’immigrazione (cavallo di battaglia del Leghismo), ma dell’inviolabile tutela dei diritti umani, sancita dalla costituzione, e della parità degli uomini davanti allo Stato e davanti a Gesù Cristo.

Se non avremo il coraggio di scendere in piazza (vedi anche “Chi è il gorilla?“) per chiedere la revoca del mandato parlamentare al Sig. Calderoli de Berghem, dovremo anche accettare che i nostri figli pensino che sia lecito insultare un uomo, una donna, solo per il fatto di essere nero, o giallo, o rosso.

E chi deciderà il colore giusto? E chi ci assicura che un giorno il colore sbagliato non sia quello bianco? Per poi passare al peso, alla calvizie, alla balbuzie, alla miopia …!

Cosa risponderemo alla domanda dei nostri figli “E voi cosa avete fatto?!”

Ecco, quello sarà il giorno della vergogna. Il giorno il cui dovremo abbassare lo sguardo e rifugiarci dietro un “Vabbè è stata una sparata di un leghista”.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare

Bertolt Brecht

Chi e’ il Gorilla?

Gorilla, scimmie, orangotango, primati ed altri animali più o meno divertenti hanno animato la scena politica italiana in questi ultimi giorni. Purtroppo la vicenda Calderoli-Kyenge ha aggiunto un’altra pagina indegna all’enorme fascicolo della Brutta Italia.

Con sottile ironia, le note del vecchio caro Faber e del baffuto George Brassens descrivono l’arrivo in un piccolo paesino di un gorilla. Alla luce delle dichiarazioni oltraggiose del Vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana – Roberto Calderoli – sul Ministro Kyenge, l’Italia vista da lontano sembra proprio un piccolo paesino dove il razzismo, il populismo, l’ignoranza e l’assenza totale di ogni rispetto per la diversità la fanno da padrone.

Brassens e de Andre’ attaccano il giudice simbolo della presunzione umana di dare giudizi ed infliggere punizioni e l’ipocrisia della gente per bene confrontata con questo elemento di novita’ (il Gorilla/l’Orangotango).

E se nella metafora, il giudice fosse Roberto Calderoli, le comari fossimo noi, miei cari?

Si, quest’oggi miei cari, non scendendo in piazza, non chiedendo le dimissioni di Calderoli e non ribellandoci a tanta ignoranza e grettezza, noi non siamo diversi dalle comari del rione del paesino.

Non scendendo in piazza e non chiedendo le dimissioni di Calderoli, noi non abbiamo diritto a guardare in faccia i nostri compatrioti che come il Ministro Cecile Kyenge hanno sognato l’integrazione, hanno sognato una Italia matura, diversa, bella e multicolore.

Non scendendo in piazza, non abbiamo diritto a guardare in faccia i nostri vicini di casa che sono nati o diventati Italiani quanto noi.

Non scendendo in piazza, noi accettiamo un’Italia mediocre, populista, gretta e fuori dal mondo.

Non scendendo in piazza, noi Italioti diciamo che

“in fondo a noi il razzismo ci va bene…”

che tanto si sa che quelli della lega sono cosi’…”

“che poi se ci sono meno immigrati alla fine non e’ cosi’ male…”

“che poi si, la Kyenge e’ un po’ bruttina…meglio avere una bella Carfagna che la Kyenge, no?”

“che del resto la Kyenge e’ Congolese, mica Italiana”

Gretti! Idioti! Italioti!

Noi in Italia Gorilla ed Orangotango non ne vogliamo piu’. E cosi’ come non vogliamo piu’ nessun gorilla/orangotango, non vogliamo piu’ nessuna comare e nessun giudice. Fuori dalla metafora, non possiamo permettere che questo accada nuovamente. Non possiamo permettere che qualunque cittadino italiano o straniero debba sentirsi ineguale e sentire la propria dignita’ sociale messa in pericolo.

In Italia, non si deve permettere a nessuno, indipendentemente della propria carica politica o posizione sociale, di violare i principi fondamentali alla base della nostra costituzione: la dignita’ sociale e l’eguaglianza.

Io sogno un’Italia bella, nuova, multicolore ed integrata. Tu?

resizer

Io, me ne frego!

non-me-ne-frega-un-cazzoIo me ne frego dell’Egitto e dei fratelli musulmani, del dissidente kazako, della Siria, di Snowden e l’asilo politico, di Berlusconi che sarà o no condannato, del PD che si fa l’ennesimo autogol, del Papa che finalmente fa il Papa e pure della Kyenge e di Calderoli.

Me ne frego di scrivere su questi temi, sulla loro immensa importanza per il destino di tutti noi.

Me ne frego anche della disoccupazione, delle aziende che falliscono perché lo stato non paga, delle morti bianche calate del 10%, della crisi che non finisce più.

Basta!

Sono anestetizzato.

Ce l’hanno fatta.

Mi hanno reso insensibile.

Me ne frego di tutto questo che mi capita intorno.

Mi interessa di più ormai di un cucciolo di panda appena nato che di Renzi ha deciso di candidarsi alla segreteria del PD.

L’unica voglia è di rifugiarmi in me stesso per riscoprire quello che c’è fuori, ma senza fretta, con una tisana o una grappa a fianco e la pioggia fuori che ritma il tempo.

In questo bagno di individualismo e cinismo però sento Gaber, sempre lui, che ci vede più lontano…per parafrasarlo: Cari amici, riportatemi nella realtà!

http://www.youtube.com/watch?v=LQd4S01SVoQ

Il Popolo dei Fessi …

I-3-fessi

L’Italia è il Paese – unico al mondo – dove tutti hanno ragione.

Hanno ragione gli Auto-Ferro-Tramvieri che scioperano per la tutela dei propri diritti sindacali, soprattutto se lo fanno di venerdì pomeriggio e se qualcuno si incazza … pazienza!

Hanno ragione i Pendolari che si incazzano quando di venerdì trovano lo sciopero dei mezzi e non riescono a tornare a casa.

Hanno ragione i turisti che, oltre a trovare lo sciopero, si trovano a pagare un ticket di XX Euro al giorno per muoversi a Venezia.

Hanno ragione i veneziani ad imprecare contro le orde di turisti che affollano, sporcano e disturbano.

Hanno ragione gli albergatori, i ristoratori, i venditori di orribili maschere e ninnoli, che senza i turisti non avrebbero da mangiare.

Hanno ragione i pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese.

Hanno ragione gli esodati che in pensione ci vorrebbero anche andare ma non possono.

Ha ragione la Fornero, tra una lacrima e l’altra, che era necessario portare a termine quello che intere classi di politici non hanno avuto il coraggio di iniziare.

Hanno ragione i ferrovieri che un tempo andavano in pensione a 45 anni, tanto le regole lo permettevano.

Hanno ragione i giovani, che ormai il loro futuro se lo sono mangiato i genitori ed i nonni e riprendono la valigia di cartone dei nonni per andare via.

Hanno ragione gli imprenditori, che in Italia non si può più investire.

Hanno ragione i giornalisti che per 50 anni hanno assecondato e glorificato classi dirigenziali di inetti e raccomandati, che alla fine anche loro tengono famiglia.

Hanno ragione i forestali del meridione, tanti, troppi, inutili, che al sud il lavoro non si trova. Come non si trova mai chi appicca i fuochi che devastano intere aree boschive.

Hanno ragione i tifosi, che se la domenica si va allo stadio, tutto è lecito: spaccare, sporcare, insultare, ammazzare. L’importante è essere in Gruppo.

Hanno ragione i mafiosi, che senza di loro il sud sarebbe stato senza uno Stato.

Ha ragione Luca Zaia, che queste previsioni del meteo stanno rovinando il turismo del nord ed i prossimi saranno quelli dell’oroscopo.

Hanno ragione i tassisti, che basta che non si tocchino le licenze, va tutto bene.

Ha ragione Berlusconi, che alla fine i ristoranti e gli aerei sono sempre pieni

Hanno ragione i politici italioti “che in due giorni questo paese non lo si può cambiare”.

Hanno ragione gli Italioti tutti che di due giorni in questo paese ne sono passati fin troppi senza che nulla cambiasse (se non in peggio) e tanti ancora ne passeranno.

Hanno ragione anche quelli che alla manifestazione non ci vanno, che se c’è il bel tempo si va al mare.

Aveva ragione Mike Bongiorno, che “Allegriaaaaaa”.

Cari Italioti, giacché avete tutti ragione e – si sa – la ragione è dei fessi, siete tutti dei fessi!!!

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