D’avventure, non-luoghi e d’esilio

the-victory-1939(1)Arriviamo a bordo di aerei. Un tempo sarebbero state navi. Abbiamo attraversato il cielo in tutti i suoi frammentati spazi. Abbiamo transitato per aeroporti, o forse sarebbe meglio chiamarli non-luoghi, come li ha ribattezzati un mio caro amico. E siamo dovuti andare in cerca di avventure, diceva Re Artu’ ai suoi cavalieri, perche’ non riuscivamo piu’ a viverle nei nostri cuori.

Spiriti liberi, viaggiatori. Ci sentiamo tali, e spesso lo siamo. Non siamo turisti. Siamo qui per restare. Cosa sia il qui, o dove sia, non conta, perche’ non e’ la meta, e’ il viaggio, la vita. Forse il suo senso. Siamo curiosi. Ecco, la curiosita’ e’ un tratto che ci contraddistingue e ci accomuna piu’ di altri. Quella spinta interiore che ci porta a voler andare sempre oltre, al di la’ di quello che abita il campo visivo di fronte alla linea dell’orizzonte, a girare l’angolo, a sporgerci per vedere la prossima caletta, a raggiungere l’ennesima vetta che si manifesta solo dopo aver scalato la prima.

La curiosita’ di scoprire quello che Kant chiamava il “noumeno” dietro il “fenomeno”, l’essenza nascosta sotto il Velo di Maya. Il noumeno, la cosa in se’, come e’. Contrapposto al fenomeno, frutto della nostra coscienza, il mondo come ci appare. Come ci e’ stato raccontato, trasmesso. L’etimologia della parola “storia” la dice lunga. Deriva dal greco ἱστορία, che significa “ricerca”, e condivide la stessa radice del verbo vedere. Erodoto non fa che viaggiare. Per vedere. E tramandare. Ma se fosse davvero tutto sogno, parvenza, illusione ottica? Se fosse necessario abbandonarsi e sporgersi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guardare in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminato dalla luna intorno a una fossa vuota per vedere quale storia attende laggiù la fine?

Lascia andare, non trattenere. Piu’ sei capace di lasciare andare, piu’ quello che vuoi verra’ da te. E se lo fara’, lo fara’ spontaneamente, per cui sara’ sincero.

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta scriveva Baudelaire. Se una notte d’inverno un viaggiatore si fermasse cosa succederebbe? Il lettore-protagonista si trova in una stazione ferroviaria in cui tutto sembra inafferrabile. Sfuggente. Avverte la sensazione di aver perso una coincidenza e di trovarsi ancora lì solo per errore. Chi si ferma e’ perduto, direbbe un altro mio caro amico. Se Dean non saltasse sull’ennesimo treno merci in corsa verso San Francisco come proseguirebbe la storia sulla strada di Kerouac? « Un figlio del West e del sole, Dean. Nonostante la zia mi avesse avvertito che mi avrebbe messo nei guai, sentivo una nuova voce che mi chiamava e vedevo un nuovo orizzonte, e ci credevo, giovane com’ero; e che importanza poteva avere qualche piccolo guaio – che importanza poteva avere? Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano».

Storie di vita, storie di viaggi, a volte di esili. Storie che si intrecciano, trame che talvolta non riusciamo a dipanare mentre accadono. Come racconta Natalia Ginzburg  ricordando il tempo trascorso in Abruzzo in esilio accanto al marito dal 1940 al 1943.

“Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s’impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza. […]

Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata: tutte le sere camminavamo a braccetto, immergendo i piedi nella neve. Le case che  osteggiavano la strada erano abitate da gente cognita e amica: e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano: «Con una buona salute». Qualcuno a volte domandava: «Ma quando ci ritornate alle case vostre»? Mio marito diceva: «Quando sarà finita la guerra». «E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei professore, quando finirà?» Mio marito lo chiamavano “il professore’’ non sapendo pronunciare il suo nome, e venivano da lontano a consultarlo sulle cose più varie, sulla stagione migliore per togliersi i denti, sui sussidi che dava il municipio e sulle tasse e le imposte. […]

C’era una certa monotona uniformità nei destini degli uomini. Le nostre esistenze si svolgono secondo leggi antiche ed immutabili, secondo una loro cadenza uniforme e antica. […] La nostra sorte trascorre in questa vicenda di speranze e di nostalgie. Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. Davanti all’orrore della sua morte solitaria, davanti alle angosciose alternative che precedettero la sua morte, io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo gli aranci da Girò e andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperierienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre solo adesso lo so”.

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