Nuovo Cinema Paradiso – La grande Armonia

Nuovo cinema paradiso_proiettoreDi tanto in tanto farò dare luce al vecchio proiettore con l’effige di leone del cinematografo dell’immaginario paese di Giancaldo per proiettare le emozioni provate nella visione di un film.

Dovesse mai per sventura leggermi il maestro Peppuccio Tornatore non me ne vorrà se evoco quel luogo magico ed emozionante che ha regalato al cinema italiano ed internazionale quello che modestamente ritengo un capolavoro di poesia impressa nella pellicola.

Bene, che abbia inizio la mia personale proiezione de La grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Nuovo cinema paradiso_la grande bellezza

Sangue e merda, disse a proposito della passione politica un navigato socialista italiano.

Ed è il binomio che caratterizza a mio giudizio l’affresco sorrentiniano, carico di tinte di ogni intensità, lucentezza, opacità, il cui odore appare acre, soffocante a tratti, ammaliante e stupefacente ad altri.

Grottesco e spirituale, contornato dai frutti marci, mostruosi, nauseabondi, succosi del sottobosco umano, sovvertito dalle profonde radici dell’esistenza umana, lo spettatore si trova dinanzi ad un  trompe-l’œil da cui emergono i personaggi più variegati di una Roma punto di fuga universale della società occidentale contemporanea.

Le emozioni stimolano la reazione di più sensi che in me ha provocato un senso finale di grande armonia. Lo so, è paradossale ma è ciò che ho avvertito poco dopo aver lasciato la sala.

Paolo Sorrentino imbastisce un canovaccio con una quantità sterminata di fibre che lo spettatore avverte su di sé ben oltre la durata dell’esperienza cinematografica.

È immediatamente percepibile la quantità sovrabbondante (forse perché maggiormente vistosa a primo acchito) della lana grezza. Lo spettatore se ne sente avvolto subito, ne avverte la sgradevole grammatura, la ruvidezza urticante, lo spessore soffocante, l’invasività sul proprio corpo fino ad ottunderne i sensi e  diventare  una tunica di contenimento.

È il malaffare imperante, la pochezza intellettuale, la volgarità straripante dei nostri tempi ovvero dei tempi dell’uomo meschino e piccolo piccolo anche quando si atteggia a superuomo che crede di poter comprare e possedere tutto ciò che gli sta attorno.

Poi ci si volta e ci si sente accarezzati da un lembo di lino, fresco, chiaro, traspirante al punto da avvertire una repentina fuoriuscita di tossine, un senso di leggerissimo piacere, e si colgono in tale pezza di canovaccio tutte le pieghe della nostra anima che la vita costantemente ed istantaneamente imprime su ciascuno di noi proprio come fossimo fatti di lino.

Acrilico. Elettrico, deformabile, dai colori chiassosi, modellante ma delle nostre brutture. Ne veniamo fasciati come fosse una guaina,  al fine di impermeabilizzare sentimenti, meditazione e di conservare e lasciar fermentare le pulsioni più basse, la vacuità più vertiginosa.

Da ultimo, il riscatto dell’anima. Sì, con la seta e la tela iuta,  il tessuto più pregiato, quello più povero: ci si veste della grande bellezza di cui è capace l’animo umano malgrado tutto, della più umile ma immensa spiritualità malgrado i ritualismi cerimoniali che riecheggiano in vicinanza.

Per imbastire un siffatto canovaccio Sorrentino non poteva che avvalersi di maestri di tessitura o anche soltanto di volenterosi aiutanti di notevole levatura, molti provenienti, non a caso, dalle tavole di palcoscenici prima che dai set cinematografici.

Toni Servillo, ovvero Jep Gambardella, conosce l’imbastitura del canovaccio  e conduce lo spettatore in ogni anfratto, terrazza, volgare locale o lussuosa dimora in cui si dipana la complessa matassa scenica. E lo fa con quell’aria distaccata ma al contempo partecipata di chi vive, complice e vittima, lo scempio continuo della bellezza della vita che promana dalle movenze del corpo, dall’espressività del volto, dalla cadenza partenopea, quest’ultima capace di ingenerare nell’orecchio dello spettatore una sensazione di sciabordio alle volte molesto alle altre malinconico, poi dolce, delle onde che increspano la vita umana.

Carlo Verdone e Carlo Buccirosso. Sono loro ma sotto diverse spoglie. Tessono la trama apportando il loro inconfondibile contributo caricaturale, nevrotico-frustrato, farsesco, ma senza per questo cedere alle caratterizzazioni che li rendono irresistibili o esagerati in altri contesti scenici, dosando mirabilmente l’apporto di coloritura ai tessuti del loro scampolo di canovaccio.

Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka, Aldo Ralli, Massimo Popolizio, Iaia Forte, Massimo De Francovich offrono con naturalezza e generosità  la loro perizia teatrale dimostrando che si può stare dinanzi ad una macchina da presa soprattutto se non si perde mai il contatto con il nudo legno del palcoscenico di un teatro.

A Serena Grandi riesce di rendere grandioso il suo degrado fisico e a Sabrina Ferilli il suo coté laziale ruspante.

E poi Roma. Bella, putrida, maliarda, corrotta, scrigno stracolmo a cielo aperto, cloaca maleodorante.

La fotografia la esalta e la abbassa in maniera sublime, tributando alla città eterna un atto di amore tormentato sì ma non disperato.

Una Grande Armonia che scaturisce dai contrasti più accesi, dalle sensazioni più divergenti, dalle visioni più disparate.

Roma è anche il Vaticano, ma non è il solito cliché. Perché contro le papaline salottiere o che pontificano con omelie prosaiche a signore annoiate con piglio da saccenti bon vivant di succulenti e lussuriose pietanze, che rifuggono dalla incerta richiesta di soccorso spirituale del peccatore Jep – neanche fosse un modesto contorno o un insulso sorbetto tra una portata e l’altra –   si erge nella sua umilissima e macilenta imponenza la forza spirituale di una donna di fede che vuole essere ultima tra gli ultimi anche nella fastosa città di Pietro malgrado il cerimoniale da prima donna organizzatole intorno.

Ma Spes ultima Dea, sembrano voler sussurrare i maestri Servillo e Sorrentino, sorretti dal coro scenico alle loro spalle, poco prima di lasciar venire giù il sipario.

Jep Gambardella proverà a riscoprire la Grande Bellezza perduta in gioventù così come la “Santa” nella sua immensa solitudine ma straordinaria fortezza spirituale giungerà alla fine della sua ascesa penitenziale.

Nessuna disperazione, quindi, nella dissolvenza sul tramonto dei maestosi ponti sul Tevere.

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