Agghiurnò – Italiano come Enrico Calamai

Enrico Calamai

È un Agghiurnò ardito quello che lascio venir fuori all’indomani della Festa della nostra Repubblica perché salta  dalle buie pieghe della storia del Novecento e sarebbe, pertanto, più facile ravvisarlo come uno dei peggiori Scurò della Storia.

Tra le cupe tenebre in cui piombò tra l’11 settembre 1973 ed il 24 marzo 1976 il Sud America, appare tuttavia nitida la luminosa figura di Enrico Calamai, diplomatico italiano trovatosi all’età di 27 anni a ricoprire il ruolo di vice console prima e di console poi del Consolato italiano in Cile ed in Argentina: incarico ricoperto in entrambi i paesi alla vigilia ed alla livida alba dei regimi dittatoriali di Pinochet e di Videla.

Non conoscevo la sua storia, non ero addentro a tutte le atrocità e nefandezze, alle silenti ambiguità e connivenze del sottobosco da cui avevano tratto linfa vitale le due dittature militari sudamericane.

A fendere la mia ignoranza, ad arricchire la mia conoscenza superficiale è stata l’ascesa al soglio pontificio del cardinal Josè Maria Bergoglio.

No. Non si tratta di una miracolosa apparizione della Storia su via della Conciliazione! Molto più prosaicamente, all’indomani della elezione del nuovo Papa e fortuitamente sospinto dall’onda delle polemiche sulla apparente (presunta, presumibile?) condotta opaca della Chiesa cattolica argentina rispetto alla ascesa del tridente militare, il mio sfiduciato zapping serale ebbe a catturare uno speciale televisivo di Giovanni Minoli (La Storia siamo noi) che dava voce al racconto di quelle vicende di un pacato e rasserenante diplomatico italiano, Enrico Calamai.

Confesso che in quel signore compunto e garbato non avrei mai ravvisato il diplomatico animato da una inflessibile forza  che con ferma e gentile determinazione avrebbe provato a deviare il flusso brutale e cinico della storia  che attraversò prima il Cile e poi l’Argentina per convogliarlo in un alveo, umano, delimitato dalle sponde dei diritti umani e del più autentico amore per l’uomo libero, fosse esso un proprio connazionale o no.

Enrico Calamai è stato un Servitore dello Stato italiano malgrado lo stesso stato gli richiedesse di astenersi dal prestare  giusti servigi, al punto da dover amaramente constatare che fosse un “errore giovanile confondere lo Stato democratico che ho in mente con la realtà dello Stato italiano”.

Mentre per le strade di una Buenos Aires apparentemente ancora gaudente del crepuscolo peronista sfrecciavano e frenavano bruscamente  le temibili Ford Falcon verdi, sprovviste appositamente di targa, guidate da militari in borghese pronte a caricare nei sedili posteriori se non negli ampi bagagliai, attivisti politici, dissidenti dell’insorgendo regime, sovversivi, guerriglieri o presunti tali (fossero essi studenti, sindacalisti, lavoratori, intellettuali, avvocati, militanti politici, più semplicemente uomini e donne liberi) per mettere a segno la sparizione degli oppositori alla Triplice A (Alleanza Argentina Anticomunista), Enrico Calamai da alto funzionario consolare accoglieva nel suo ufficio cittadini inermi, molti con ascendenze italiane, offrendo loro rifugio e documenti per l’espatrio per scampare alle retate dei commando militari della giunta militare di Videla, Massera e Agosti.

Enrico Calamai si è opposto alla silenziosa, silenziata ed inarrestabile operazione della Triplice A con la sola forza del diritto internazionale, ricorrendo all’habeas corpus, con qualche piccolo stratagemma talvolta improvvisato, qualche altra volta rodato, con il costante aiuto di Antonio Di Benedetto, rappresentante dell’Inca Cgil a Buenos Aires, del corrispondente del Corriere della Sera Giangiacomo Foà e di qualche altro uomo fidato, alla corrente inarrestabile che inghiottiva migliaia di uomini, donne, vecchi, bambini in uno dei buchi neri che hanno martoriato il Novecento, quello dei desaparecidos.

Niente asilo politico. Questo l’imperativo categorico proveniente dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica italiana contro il quale un uomo dall’indole mite ma non mitigabile ha coniugato il suo incommensurabilmente più flebile indicativo di umanità.

Enrico Calamai ha salvato diverse vite dalla deportazione delle Ford Falcon, tante altre avrebbe voluto non divenissero desaparecide dopo essere state chupade, se non si fosse scontrato con la real politik del suo stato di cui voleva essere nobile Servitore, e che invece a sua volta era asservito ai diktat dei due blocchi statunitense e sovietico.

Perché se gli Stati Uniti d’America cooperarono attivamente perché Pinochet e la giunta di Videla assurgessero al potere, l’Unione Sovietica deliberatamente non soltanto non  mosse un passo avverso le atrocità latinoamericane in nome di vantaggiose politiche commerciali da preservare ma per di più impose ai partiti comunisti europei di desistere da iniziative che potessero destabilizzare la giunta del “moderato” Videla.

La partita di questo “Eroe discreto” era affidata a “pochissime pedine, una partita a scacchi contro un avversario dotato di due teste, una a Buenos Aires ed una a Roma, e di mille tentacoli”.

Enrico Calamai è stato eroico pur non atteggiandosi ad eroe, vivendo da uomo in mezzo agli uomini quegli anni difficili nelle terre cantate da Pablo Neruda ed allegoricamente raccontata da Jorge Luis Borges.

Mentre il vice console Calamai rilasciava documenti per salvare vite, consegnava biglietti aerei per il Brasile e per Roma, opponeva l’inviolabilità del Consolato da parte della polizia politica e dei militari, partecipava malvolentieri alle feste in ambasciata, manifestava ai suoi superiori la sua contrarietà al meschino lasseiz faire della Mano militare visibilissima e grondante di sangue che voleva rendere invisibili centinaia di uomini e donne perché desaparecidos,  l’uomo Enrico cedeva al fascino di una passionale donna argentina (la chiamerà ironicamente “la guerrigliera del sesso”), passeggiava di notte per le vie pulsanti di Buenos Aires, si sottoponeva ad analisi, si cimentava a suonare il flauto e scriveva delle sue giornate.

Le atrocità viste, raccontategli, non evitate, lo hanno segnato indelebilmente senza per questo minare il suo progetto di salvezza. Progetto che nella sua testimonianza non assume mai carattere di straordinarietà perché piuttosto è stata meschinamente fuori dall’ordinario la condotta pilatesca dell’Italia e dell’Europa rispetto a quanto perpetrato prima in Cile e poi, ancor più gravemente, in Argentina.

A differenza della spettacolarità della repressione cilena, quella messa in atto dalla giunta militare di Videla fu affidata a rastrellamenti, violenze, torture, esecuzioni perpetrati con spietata determinazione ma senza darne (e senza provocarne grazie alle connivenze internazionali) visibilità.

La vita a Buenos Aires scorreva apparentemente come sempre ma come annota Calamai “tutta quella gioventù che balla” nei locali della città sembra fatta di “marionette nelle mani di un burattinaio impazzito, mentre oltre le mura del locale c’è chi di colpo scompare nel nulla”.

Uomini e donne chupadi, desaparecidi, irreperibili nei commissariati di polizia e nelle carceri per settimane, mesi, anni, per un tempo drammaticamente indefinito, per sempre, martiri di “un’atrocità inconclusa”, di “una mutilazione troppo disumana per essere pensabile dal corpo sociale che la soffre e per venire, quindi, superata”.

Nell’animo del diplomatico Calamai residua indelebile “un’atemporale amarezza per quanto si sarebbe potuto fare. Per quanto il governo italiano avrebbe dovuto fare, a tutela se non altro dei propri connazionali, anziché attaccarsi al dividendo di quello che ormai viene concordemente definito un genocidio”.

Già un genocidio. Un altro, dopo quello direttamente compiuto nel cuore dell’Europa in esecuzione del Mein Kampf e delle regie leggi razziali, dopo quelli soltanto meno noti, comunque atroci, compiuti in terre fredde, inospitali, lontane, in nome di una assurda evangelizzazione falsamente marxista.

L’Argentina non è stata solo la terra promessa e talvolta di riscatto per gli Italiani brava gente ma anche la terra di approdo di uomini compromessi con i passati regimi nazi-fascisti e di affaristi spregiudicati, cui l’Argentina di Peron prima e di Videla poi ha garantito pieno “asilo” politico ed economico in cambio di pesanti avalli dei governi italiani a crimini orrendi.

Anche l’Italia, il paese ove in quegli anni albergavano i due più grandi partiti di matrice cristiana e marxista, in spregio ai principi di fratellanza ed uguaglianza, di amore per il prossimo e di difesa dei più deboli, principi che avrebbero dovuto fungere da incrollabili pilastri del nostro stato democratico, ha lasciato che le correnti del Rio de la Plata fossero per anni increspate dai cadaveri gonfi e martoriati dei desaparecidos poi rilasciati sulla costa dell’Uruguay e che soltanto la coraggiosa ed umanissima iniziativa di un suo giovane console, l’abnegazione di un vecchio operaio sindacalista, l’onestà intellettuale di un giornalista testardo, provassero a porre qualche argine di fortuna alla fiumana di sangue.

Giorgio Gaber scrisse “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”: io sono fiero di essere italiano, ma Italiano come Enrico Calamai.

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