BRICS, Assassini Politici, Magris – Maturità cosa ci vuoi dire?

tracce-tema-maturita-2013Pur essendo tutti assorti dalla condanna di Berlusconi in primo grado, oggi voglio soffermarmi su un problema ben più grave, che ci sta facendo perdere generazioni di ragazzi, anche grazie alle due decadi passate a pensare ai problemi dei nostri politici invece che a quelli della nostra Italia.

Settimana scorsa è cominciata la maturità. Per me tanti anni sono passati, ormai 11 e come tutti gli anni, per sentirmi un po’ più giovane e ricordare i bei tempi andati, ho letto le tracce dei temi proposte ai ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori.

Il pensiero è corso subito ai banchi fianco a fianco e al caldo infernale, tipicamente milanese, del Giugno 2002. Mentre scrivo mi viene in mente Venditti “…e si che Milano quel giorno era Jamaica, con quelle palme immense sulle strade vuote a 41 all’ombra ” e la malinconia sale ancora di più.

Leggendo le tracce mi è venuta in mente subito una cosa: che bei temi! Ma cavolo quanto sono difficili però.

Qui secondo me ci è scappato lo zampino di qualcuno che, al ministero dell’istruzione, ha voluto comunicare qualcosa di nuovo.

Ci si è soffermati troppo poco sui giornali a capire come i titoli proposti siano stati un segnale, volontario o involontario, al paese e alla scuola, rispetto a ciò che il mondo chiede oggi ai giovani che vogliono cresce ed emergere: una chiave di lettura critica della realtà!

Dai BRICS agli assassini politici al brano di Magris, erano tutti temi molto attuali; troppo attuali e di respiro globale per la nostra scuola italiota.

Sarebbero stati complicati e troppo innovativi anche per la maggior parte degli adulti che hanno fatto la maturità molti anni fa. Io stesso dopo aver letto le tracce sono rimasto affascinato, un po’ in difficoltà e in cuor mio mi sono detto: ma io cosa scriverei se fossi un maturando oggi? Probabilmente avrei protestato, come va di moda, contro il mondo e contro l’ingiustizia verso gli studenti.

Mi frulla in testa una strana teoria del complotto, finalmente in senso positivo: non è che queste tracce sono il segnale che i nostri politici hanno capito dove si deve andare, ma non il come?

Il dato di fatto è che non vi è un cambiamento reale dei contenuti  e dei programmi scolastici dalla riforma Gentile del 1923.

In un mondo che è cambiato, direi abbastanza da allora, che non vi sia mai stato un cambiamento radicale dei programmi è abbastanza insensato e sconvolgente. Tutto è lasciato alle capacità dei professori. Ai nostri studenti è richiesto di sapere tutto su Giolitti e la Santa Alleanza e più o meno nulla su Andreotti, Moro, Togliatti e la comunità europea.

Si passa più tempo a studiare argomenti, sicuramente fondamentali per la formazione della persona, che si perdono di vista gli elementi con i quali un ragazzo possa capire quello che gli sta succedendo intorno, magari interpretarlo e reagire nel modo che ritiene più adeguato.

Senza preparare studenti capaci di leggere il mondo e se stessi, la scuola italiota aiuta solo la formazione di pecoroni, che seguono il pensiero di chi urla più forte o seguono la massa, che si sposta dove fa più comodo.

Essendo stata strutturata la scuola italiana in epoca Fascista, non mi stupisce che sia così; mi stupisce invece che non sia stato fatto nulla per cambiarla.

Nella scuola non si lascia spazio a un pensiero proprio. Gli studenti che già lo hanno grazie alla famiglia, attività extrascolastiche o professori illuminati buon per lui, ma tutti gli altri? Una scuola di un paese civile e democratico dovrebbe dare a tutti gli strumenti per capire dove ci si trova per agire di conseguenza cercando di seguire proprie ispirazioni e capacità. La nostra scuola è forse l’antitesi di questo.

Chi di noi ha avuto la fortuna di avere buoni professori che stimolassero il pensiero e il discernimento dovrebbe ringraziare Dio o quanto meno il fato se a Dio non ci crede.

Personalmente non chiedo tanto; una riforma che renda obbligatorio un paio d’ore alla settimana la lettura di quotidiani e portasse il ‘900  al centro del programma formativo delle scuole; questo mi basterebbe. Non entro nel merito delle scuole professionali e di avviamento al lavoro perché non è questa la ragione di questo post, ma ci sarebbe da dire molto anche su questo.

Io attendo godot e la primavera intanto, tarda ad arrivare.

ezDriver: auto di livello a portata di App

I cervelli non fuggono: si allontanano solamente per prendere meglio la mira e centrare l’obiettivo nel Bel Paese.

Tommaso e Giovanni, due brillanti giovani italiani, ne sono la prova.

Le prime esperienze di lavoro all’estero, il master a Londra e lo stage da cui prendono spunto per l’idea imprenditoriale. Così nasce ezDriver, il servizio di prenotazione di auto NCC (noleggio con conducente) comodo e a costi accessibili, disponibile da sito internet o tramite smartphone: le parole chiave sono tariffa fissa, pagamento on line, qualità, servizio di lusso. Attualmente operativo a Milano e Torino, ha un potenziale di sviluppo in Italia elevatissimo.

 Come funziona?

“Semplice. Basta installare l’App, registrarsi sul proprio smartphone ed il gioco è fatto! Dal sito è possibile prenotare il servizio per l’ora ed il giorno desiderato: un’auto di lusso passerà a prendervi ed il pagamento sarà automatico sulla carta di credito pre registrata, alle tariffe specificate.

Dal proprio smartphone, scaricando l’App dedicata (disponibile nell’itunes store o in Google Play) e registrando il proprio profilo (nome utente, password, email, telefono, carta di credito), si può facilmente accedere al servizio. Basta inserire luogo di partenza e destinazione, cliccare su “prenota ora” e l’autista più vicino arriverà in pochi minuti.”

Dove nasce l’idea?

“Nasce da una esperienza lavorativa in California presso Uber, società che offre autisti privati con le stesse caratteristiche di ezDriver, solo un po’ più esteso…a livello internazionale! Perché non far tesoro delle innovazioni estere, quando possono rappresentare una grandissima opportunità nel proprio Paese? Così abbiamo pensato di portare il progetto in Italia”.

Un’idea americana in Italia: tutto il mondo è Paese o ci sono delle difficoltà?

“Le difficoltà sono culturali e finanziare principalmente. E sono strettamente collegate. Si parte dal diverso approccio nei confronti delle start up: In Silicon Valley il capital raising è più facile, c’è una maggiore propensione culturale al finanziamento del rischio di impresa e di conseguenza delle nuove idee di business. In Italia c’è invece la tendenza a finanziare il prodotto finito più che l’idea, anche se questa è interessante. Hai un progetto, fai un business plan, cerchi dei finanziatori, ma questi chiedono garanzie per stimarne il successo, vogliono certezze. E le certezze nelle start up non si hanno, non sarebbero start up! E’ un gatto che si morde la coda.

A questo ostacolo culturale si aggiunge la scarsità di finanziatori. In USA c’è una vasta rete di business angel (privati che investono in imprese), venture capitalist (finanziatori che si dedicano a settori ad elevato potenziale di sviluppo) o fondi. In Italia le cose sono molto diverse.”

Ma una start up a chi si rivolge per finanziarsi in Italia?

“Si parte da sé con l’idea di tirar su un finanziamento minimo. L’ alternativa è la banca, ma se non hai revenues e garanzie non hai praticamente accesso al credito. Esistono anche diversi bandi di banche e Regioni, ma sono abbastanza “complicati” e burocratici con procedure di iscrizione lunghe e con rimborsi a consuntivo. L’orizzonte temporale dei finanziamenti è troppo elevato. Le  Università sono invece un valido sostegno, nei limiti dei fondi di cui dispongono, ovviamente.”

Ostacoli finanziari e culturali quindi…ma dal punto di vista legislativo siamo in pari con gli imprenditori internazionali?

“Non proprio. A Londra o a Dublino, ad esempio, non hai costi per avviare una nuova impresa e in un giorno svolgi tutte le pratiche burocratiche. Senza considerare i costi dei notai, nettamente inferiori alle tariffe italiane. E soprattutto esistono degli “scheme”, dove se investi in start up locali il tuo investimento viene detassato. Un accenno all’abbattimento delle barriere burocratiche c’è stato con il progetto “agenda digitale” del governo Monti, che introduceva la detassazione degli investimenti delle start up innovative.

Sulla base dei principi dell’Agenda digitale europea, mirava ad incentivare l’innovazione tecnologica come strumento per rilanciare la crescita e lo sviluppo nazionale. Doveva essere notificata con decreto attuativo per perfezionarla operativamente…Ma non è mai stato fatto. In pratica ad oggi con 45 euro dal commercialista sei una start up innovativa…ma poi ti danno una pacca sulla spalla e via!”

Chi vi appoggia?

“Lavoriamo presso il Poli Hub, l’incubatore di start up del Politecnico di Milano, dedicato a rendere efficiente e rapido il processo di valutazione, nascita, finanziamento e crescita di start-up e spin-off tecnologici ad alto potenziale e di respiro internazionale. Ti presenti con il business plan e decidono se ammetterti o meno. Il sostegno prevede una parte di co-working (open space dove affittano per un canone mensile uno spazio e ti danno consulenza sulla parte procedurale o di networking) ed il supporto di una società di consulenza ulteriore che ha un network relazionale forte.

La struttura offre seminari, workshop, incontri con imprenditori di successo e top manager di aziende operanti in settori hi-tech e nel panorama del Venture Capital, e ha l’obiettivo di fungere da incubatore e acceleratore delle idee di business, nonché condividere il know-how e le esperienze.”.

A che punto siete con la notorietà?

“Abbiamo partecipato alla fiera delle start up ed al suo concorso, girando un video con Billy Costacurta disponibile anche sulla nostra pagina facebook e abbiamo lanciato il servizio a Milano, con un evento di presentazione presso il Bobino Club, con copertura stampa. Questa in particolare è venuta da sé: la concorrenza ha cominciato a parlare di noi, i giornalisti hanno cominciato a interessarsi al nostro business, i tassisti e le società di NCC non l’hanno presa bene…Quindi abbiamo contattato noi i giornali per “presentarci” e chiarire come funziona il nostro business.”

Il servizio è davvero una minaccia per i taxi?

“No, assolutamente. Si tratta di due servizi diversi. Principalmente per la tipologia di auto e per il costo, leggermente superiore alla tariffa taxi, come caratteristico delle auto NCC. La tariffa inoltre è definita in anticipo con l’utente, è kilometrica.”

Qui giungono i problemi normativi e le scaramucce con la categoria taxi e NCC. Quali sono i temi di discussione?

“L’accusa che si rivolge al servizio è quella di non rispettare le leggi che in teoria separano i taxi dalle auto NCC. Le contestazioni sono principalmente 3:

1)NCC “si rivolge all’utenza specifica che avanza, presso la sede del vettore, apposita richiesta per una determinata prestazione a tempo e/o viaggio” (quadro 21/92 per la disciplina degli “autoservizi pubblici non di linea”) e “Lo stazionamento dei mezzi avviene all’interno delle rimesse o presso i pontili di attracco”. In pratica, non possono sostare sul suolo pubblico in attesa di commesse. I taxi si rivolgono invece a una utenza indifferenziata con sosta in luogo pubblico. EzDriver consente di usufruire di auto di lusso in qualunque punto di Milano.

2) Per legge, il noleggio dell’auto NCC deve essere richiesto dal passeggero e non da un intermediario: attualmente l’App di EzDriver è considerato un intermediario, sebbene non lo sia per l’appunto.

3) Le tariffe applicate sono concordate preventivamente. Lo smartphone in pratica fa da tassametro, che è esclusiva del taxi e che deve essere omologato.”

Quali problemi sono sorti?

“I problemi sono diversi: i vigili hanno ritirato il libretto di circolazione ad alcuni autisti di Uber, che ora non vogliono più offrire il servizio neppure a ezDriver. Il servizio funziona sfruttando i tempi morti degli autisti NCC, che nel momento in cui non hanno clienti attivano il satellitare e risultano disponibili per i clienti di ezDriver. Ma senza libretto….non possono lavorare nemmeno da soli! In secondo luogo sono arrivate le minacce e gli scontri “duri” da parte dei tassisti agli autisti che offrono il servizio.”

Ci sono soluzioni per realizzare il vostro sogno?

“Si stanno cercando. Da un lato si cerca un accordo con il sindacato dei conducenti, per essere sicuri di operare nei limiti di legge con loro e di non sovrapporsi al servizio taxi. Dall’altro l’obiettivo sfidante del futuro è quello di includere anche il servizio taxi nell’App: se vuoi un’auto subito prenoti un taxi, se vuoi un’autista con auto di lusso selezioni un NCC. Siamo quindi in attesa di discutere i punti con il comune di Milano: Uber, nostro competitor che ha subito gli stessi attacchi, ha fatto un petizione on line per sensibilizzare Pisapia sulla questione, per dimostrare che il modello opera legalmente.

ll servizio di ezDriver ha l’obiettivo di allargare il mercato NCC, permettendo agli autisti di rendersi disponibili nei tempi morti. Per le problematiche, con riferimento alla questione “intermediario”, il rapporto è pur sempre tra NCC e cliente, l’App è solamente un tool..”

Obiettivo sfidante, progetto eccellente…avete tutto l’appoggio di italioti.it ! E vi auguriamo di trovare presto finanziatori e partner per sponsorizzare la vostra idea di business.

Pubblico di italioti.it, fatevi avanti!
Un grazie sincero a Tommaso e Giovanni per questa intervista.

Man Of Lega

Man-Of-Steel-2013-chest-lookUna volta accettata la crudele verità che viviamo in un’epoca storica di film intollerabili – da un lato opere italiane di così grande bellezza da non aver bisogno di una sceneggiatura,  dall’altro franchise supereroici talmente spettacolari da non poter investire in uno straccio di storia – non resta che ricercare nei buchi di trama i filtri per interpretare una realtà politica ben più entusiasmante.

È così che il nuovo Superman, Man Of Steel, pur riuscendo nella solenne impresa di deludere qualsiasi aspettativa di intrattenimento per il proprio pubblico, ottiene l’effetto involontario di spiegare lo ius soli a chi fino al giorno prima metteva like agli status razzisti di consiglieri leghisti.

D’altronde come non accogliere tra noi un manzo coi superpoteri disposto ad annientare la propria civiltà di appartenenza per il bene di quella in cui è cresciuto? Certo, è più facile rinnegare la terra d’origine quando a governarla è un folle che, di fronte a un’evidente sconfitta e a un dimezzamento delle proprie truppe in Parlamento, insiste a sballottare le colpe tra chiunque al di fuori di sé, dal popolo che, sciocco, non vuole essere conquistato all’avversario politico che, ingeneroso, non intende cedergli il controllo del comitato per la sicurezza dell’universo. Ma tant’è.

L’amore bislacco di Amy Adams per un alieno molto più giovane di lei ha la forza di mille editoriali che spiegano che di ius soli non moriremo, che di barcate di partorienti dalle coste di Krypton non affonderemo, che di Russell Crowe con figli portentosi da spedire in Italia non ne avremo in abbondanza.

Peccato che il razzismo negli stadi italiani non fosse ancora materiale di inchiesta ai tempi della stesura di Man Of Steel, perché qualche coro imbecille rivolto a Superman avrebbe suggerito esiti interessanti, offerto appigli per quel genere di profondità psicologica che ora ci si affanna a costruire intorno a Mario Balotelli, quando tuìtta insofferenza per l’ignoranza lampante di tifosi e compatrioti.

Nel frattempo, in Italia, la bozza del decreto per le semplificazioni presentato nella settimana appena trascorsa la prende larga, cercando di garantire la cittadinanza ai diciottenni nati in Italia anche “in caso di inadempimenti di natura amministrativa” da parte dei genitori stranieri. Perché non tutti hanno la fortuna di venire cresciuti con la benevolenza e l’accortezza di Kevin Costner e Diane Lane.

voi e le vostre ampolle

la versione di chamberlain

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Abbiamo passato vent’anni a sentirci spiegare che “quel malcontento va intercettato”, e che c’era un oggettivo problema di sicurezza, che non si poteva fingere che quel disagio non esistesse, che esisteva un problema settentrionale, che quei flussi migratori facevano paura, che in fondo era solo folclore, ma se toglievi il folclore emergevano i veri problemi da affrontare e un disagio diffuso che non poteva essere ignorato, e se facevi presente che erano come minimo un po’ xenofobi, ti sentivi rispondere che non si poteva generalizzare, la questione era più complessa. Ce li hanno prima descritti come indipendentisti un po’ rozzi, ma che ponevano un problema che doveva essere affrontato, poi come i rappresentanti di un ceto produttivo vessato e esasperato, infine come quelli vicini alla gente, addirittura il nuovo partito degli operai.
E invece erano solo razzisti.

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Quando l’ottimismo vola…in picchiata!

grafico-crisiLasciate ogni speranza voi che entrate….che uscite…che rimanete.
Una dura realta’ che non deve spingerci a desistere!

Resistere non basta più, serve il cambiamento

Io ho visto gli Invisibilioti …

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Io ho visto gli Invisibilioti e, contrariamente a quanto potrete pensare, non ho particolari poteri, né particolari problemi. Per mia disgrazia non sono un folle e, come la maggior parte di voi, non sono né più né meno che un mediocre Italiota.

Eppure vedo gli Invisibilioti. Li vedo di continuo. Ma non è stato sempre così.

C’è stato un tempo in cui riuscivo a portare a termine lunghe giornate e settimane senza neppure scorgere un solo Invisibiliota: un impegno dietro l’altro, un obiettivo in coda ad un altro ed altri ancora, e di tali Invisibilioti nemmeno l’ombra. Che Invisibilioti sarebbero diversamente?

Beh sì, c’è da dire che sono proprio abili a non farsi vedere, senza nemmeno la necessità di nascondersi.

In fondo sono come voi, ma loro non lo sanno, né tantomeno voi ne avete coscienza.

Io ho udito i loro silenzi, ma essi non hanno voce. Non hanno un portavoce. Non hanno voce in capitolo.

Essi non parlano. E, del resto, se voi non parlate a loro, questi con chi dovrebbero parlare? Certo, potrebbero parlare da soli, ma a quel punto pensereste di sentire le voci, rivolgendovi immediatamente ad un Apple Store per farvi riparare gli auricolari.

Vi passano accanto mentre siete intenti a prenotare il centro benessere e disdire il campo da squash – il tutto in contemporanea – e non vi accorgete nemmeno dei loro sospiri, delle loro suppliche di attenzione.

Io ho sentito l’odore acre del loro sudore: quell’odore che sommato a mille altri vi assale a zaffate all’ingresso in qualunque torrido vagone di metropolitana, autobus, treno, dove non è stata ancora predisposta una classe di servizio rispondente al plafond della vostra carta di credito.

Anche voi percepite lo stesso tanfo, ma non andate oltre ad una smorfia di disappunto. I più acuti sentenzieranno “Ormai non si può più salire sui mezzi pubblici”, dimentichi del fatto che lo stesso olezzo nauseabondo era lo stesso che i loro padri ed i loro nonni si portavano dietro dopo lunghe giornate a sgobbare per garantirsi (ma soprattutto garantirvi) un futuro migliore.

Queste macchie di inchiostro su carta sono per te, fiero leghista – discendente dell’antica stirpe padana, battezzato alla foce del sacro fiume. Ma anche e soprattutto per te, Italiota medio, che in pantofole guardi il TG, contando i mesi che ti separano dalla pensione – a meno che non arrivi dal nulla una lacrimante Fornero a guastarti i piani – e ti compiaci nella convinzione che senza tutti questi immigrati, barboni, ultimi del mondo, certo sarebbe un mondo migliore.

Quando ne vedrai uno – perché questa sventura prima o poi ti capiterà – guardalo in faccia senza temere: lui non incrocerà il tuo sguardo, al limite fisserà i tuoi nuovi mocassini/ballerine.

Usagli la cortesia di un “buongiorno”, ma non farlo a voce alta, essi non sono abituati ad essere salutati. Solo un “buongiorno” appena sussurrato, ed essi capiranno. Per loro non cambierà nulla, ma per te sarà un buon giorno, un nuovo giorno.

Da quel giorno, presta attenzione alle etichette dei capi che indossi, al latte della colazione dei tuoi figli, al sedile della metro che ti porta al lavoro, alla scrivania pulita dove appoggi le tue mani, al pomodoro della pastasciutta della pausa pranzo, alle vetrine splendenti dei negozi centro, alle rotaie del tram che ti riporteranno a casa. Su ognuno di questi elementi della tua giornata c’è il lavoro di un Invisibiliota.

Quando ordini una pizza a casa, oltre a sceglierne il gusto, domandati perché quello che te la consegna – sfrecciando tra una macchina e l’altra e rischiando la vita sul pavé – è sempre un sudamericano con il casco incollato in testa? Ma una volta che ci sei, domandati anche perché 9 volte su 10 il pizzaiolo che te la prepara è un egiziano?

Quando entri in una stazione e vedi una pettorina fluo del personale di servizio, abbi l’acume, l’onesta e la coscienza di chiederti come mai non ci trovi dentro delle nobili membra Italiote, ma solo rumene, cinesi e congolesi.

Quando passi davanti ad un cantiere, sia esso di una grande opera o della facciata di una palazzina a tre piani, interrogati sul perché l’operaio senza protezione e senza caschetto giallo si chiami Samir, Florian, Kumar.

Questi sono gli Invisibilioti che i nostri occhi non vogliono vedere, le nostre orecchie udire, i nostri nasi sentire (figurarsi le nostre mani toccare)!

Certamente un “buongiorno” non basterà, ma è pur sempre un inizio.

D’avventure, non-luoghi e d’esilio

the-victory-1939(1)Arriviamo a bordo di aerei. Un tempo sarebbero state navi. Abbiamo attraversato il cielo in tutti i suoi frammentati spazi. Abbiamo transitato per aeroporti, o forse sarebbe meglio chiamarli non-luoghi, come li ha ribattezzati un mio caro amico. E siamo dovuti andare in cerca di avventure, diceva Re Artu’ ai suoi cavalieri, perche’ non riuscivamo piu’ a viverle nei nostri cuori.

Spiriti liberi, viaggiatori. Ci sentiamo tali, e spesso lo siamo. Non siamo turisti. Siamo qui per restare. Cosa sia il qui, o dove sia, non conta, perche’ non e’ la meta, e’ il viaggio, la vita. Forse il suo senso. Siamo curiosi. Ecco, la curiosita’ e’ un tratto che ci contraddistingue e ci accomuna piu’ di altri. Quella spinta interiore che ci porta a voler andare sempre oltre, al di la’ di quello che abita il campo visivo di fronte alla linea dell’orizzonte, a girare l’angolo, a sporgerci per vedere la prossima caletta, a raggiungere l’ennesima vetta che si manifesta solo dopo aver scalato la prima.

La curiosita’ di scoprire quello che Kant chiamava il “noumeno” dietro il “fenomeno”, l’essenza nascosta sotto il Velo di Maya. Il noumeno, la cosa in se’, come e’. Contrapposto al fenomeno, frutto della nostra coscienza, il mondo come ci appare. Come ci e’ stato raccontato, trasmesso. L’etimologia della parola “storia” la dice lunga. Deriva dal greco ἱστορία, che significa “ricerca”, e condivide la stessa radice del verbo vedere. Erodoto non fa che viaggiare. Per vedere. E tramandare. Ma se fosse davvero tutto sogno, parvenza, illusione ottica? Se fosse necessario abbandonarsi e sporgersi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guardare in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminato dalla luna intorno a una fossa vuota per vedere quale storia attende laggiù la fine?

Lascia andare, non trattenere. Piu’ sei capace di lasciare andare, piu’ quello che vuoi verra’ da te. E se lo fara’, lo fara’ spontaneamente, per cui sara’ sincero.

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta scriveva Baudelaire. Se una notte d’inverno un viaggiatore si fermasse cosa succederebbe? Il lettore-protagonista si trova in una stazione ferroviaria in cui tutto sembra inafferrabile. Sfuggente. Avverte la sensazione di aver perso una coincidenza e di trovarsi ancora lì solo per errore. Chi si ferma e’ perduto, direbbe un altro mio caro amico. Se Dean non saltasse sull’ennesimo treno merci in corsa verso San Francisco come proseguirebbe la storia sulla strada di Kerouac? « Un figlio del West e del sole, Dean. Nonostante la zia mi avesse avvertito che mi avrebbe messo nei guai, sentivo una nuova voce che mi chiamava e vedevo un nuovo orizzonte, e ci credevo, giovane com’ero; e che importanza poteva avere qualche piccolo guaio – che importanza poteva avere? Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano».

Storie di vita, storie di viaggi, a volte di esili. Storie che si intrecciano, trame che talvolta non riusciamo a dipanare mentre accadono. Come racconta Natalia Ginzburg  ricordando il tempo trascorso in Abruzzo in esilio accanto al marito dal 1940 al 1943.

“Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s’impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza. […]

Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata: tutte le sere camminavamo a braccetto, immergendo i piedi nella neve. Le case che  osteggiavano la strada erano abitate da gente cognita e amica: e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano: «Con una buona salute». Qualcuno a volte domandava: «Ma quando ci ritornate alle case vostre»? Mio marito diceva: «Quando sarà finita la guerra». «E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei professore, quando finirà?» Mio marito lo chiamavano “il professore’’ non sapendo pronunciare il suo nome, e venivano da lontano a consultarlo sulle cose più varie, sulla stagione migliore per togliersi i denti, sui sussidi che dava il municipio e sulle tasse e le imposte. […]

C’era una certa monotona uniformità nei destini degli uomini. Le nostre esistenze si svolgono secondo leggi antiche ed immutabili, secondo una loro cadenza uniforme e antica. […] La nostra sorte trascorre in questa vicenda di speranze e di nostalgie. Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. Davanti all’orrore della sua morte solitaria, davanti alle angosciose alternative che precedettero la sua morte, io mi chiedo se questo è accaduto a noi, a noi che compravamo gli aranci da Girò e andavamo a passeggio nella neve. Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperierienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre solo adesso lo so”.

Nuovo Cinema Paradiso – La grande Armonia

Nuovo cinema paradiso_proiettoreDi tanto in tanto farò dare luce al vecchio proiettore con l’effige di leone del cinematografo dell’immaginario paese di Giancaldo per proiettare le emozioni provate nella visione di un film.

Dovesse mai per sventura leggermi il maestro Peppuccio Tornatore non me ne vorrà se evoco quel luogo magico ed emozionante che ha regalato al cinema italiano ed internazionale quello che modestamente ritengo un capolavoro di poesia impressa nella pellicola.

Bene, che abbia inizio la mia personale proiezione de La grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Nuovo cinema paradiso_la grande bellezza

Sangue e merda, disse a proposito della passione politica un navigato socialista italiano.

Ed è il binomio che caratterizza a mio giudizio l’affresco sorrentiniano, carico di tinte di ogni intensità, lucentezza, opacità, il cui odore appare acre, soffocante a tratti, ammaliante e stupefacente ad altri.

Grottesco e spirituale, contornato dai frutti marci, mostruosi, nauseabondi, succosi del sottobosco umano, sovvertito dalle profonde radici dell’esistenza umana, lo spettatore si trova dinanzi ad un  trompe-l’œil da cui emergono i personaggi più variegati di una Roma punto di fuga universale della società occidentale contemporanea.

Le emozioni stimolano la reazione di più sensi che in me ha provocato un senso finale di grande armonia. Lo so, è paradossale ma è ciò che ho avvertito poco dopo aver lasciato la sala.

Paolo Sorrentino imbastisce un canovaccio con una quantità sterminata di fibre che lo spettatore avverte su di sé ben oltre la durata dell’esperienza cinematografica.

È immediatamente percepibile la quantità sovrabbondante (forse perché maggiormente vistosa a primo acchito) della lana grezza. Lo spettatore se ne sente avvolto subito, ne avverte la sgradevole grammatura, la ruvidezza urticante, lo spessore soffocante, l’invasività sul proprio corpo fino ad ottunderne i sensi e  diventare  una tunica di contenimento.

È il malaffare imperante, la pochezza intellettuale, la volgarità straripante dei nostri tempi ovvero dei tempi dell’uomo meschino e piccolo piccolo anche quando si atteggia a superuomo che crede di poter comprare e possedere tutto ciò che gli sta attorno.

Poi ci si volta e ci si sente accarezzati da un lembo di lino, fresco, chiaro, traspirante al punto da avvertire una repentina fuoriuscita di tossine, un senso di leggerissimo piacere, e si colgono in tale pezza di canovaccio tutte le pieghe della nostra anima che la vita costantemente ed istantaneamente imprime su ciascuno di noi proprio come fossimo fatti di lino.

Acrilico. Elettrico, deformabile, dai colori chiassosi, modellante ma delle nostre brutture. Ne veniamo fasciati come fosse una guaina,  al fine di impermeabilizzare sentimenti, meditazione e di conservare e lasciar fermentare le pulsioni più basse, la vacuità più vertiginosa.

Da ultimo, il riscatto dell’anima. Sì, con la seta e la tela iuta,  il tessuto più pregiato, quello più povero: ci si veste della grande bellezza di cui è capace l’animo umano malgrado tutto, della più umile ma immensa spiritualità malgrado i ritualismi cerimoniali che riecheggiano in vicinanza.

Per imbastire un siffatto canovaccio Sorrentino non poteva che avvalersi di maestri di tessitura o anche soltanto di volenterosi aiutanti di notevole levatura, molti provenienti, non a caso, dalle tavole di palcoscenici prima che dai set cinematografici.

Toni Servillo, ovvero Jep Gambardella, conosce l’imbastitura del canovaccio  e conduce lo spettatore in ogni anfratto, terrazza, volgare locale o lussuosa dimora in cui si dipana la complessa matassa scenica. E lo fa con quell’aria distaccata ma al contempo partecipata di chi vive, complice e vittima, lo scempio continuo della bellezza della vita che promana dalle movenze del corpo, dall’espressività del volto, dalla cadenza partenopea, quest’ultima capace di ingenerare nell’orecchio dello spettatore una sensazione di sciabordio alle volte molesto alle altre malinconico, poi dolce, delle onde che increspano la vita umana.

Carlo Verdone e Carlo Buccirosso. Sono loro ma sotto diverse spoglie. Tessono la trama apportando il loro inconfondibile contributo caricaturale, nevrotico-frustrato, farsesco, ma senza per questo cedere alle caratterizzazioni che li rendono irresistibili o esagerati in altri contesti scenici, dosando mirabilmente l’apporto di coloritura ai tessuti del loro scampolo di canovaccio.

Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka, Aldo Ralli, Massimo Popolizio, Iaia Forte, Massimo De Francovich offrono con naturalezza e generosità  la loro perizia teatrale dimostrando che si può stare dinanzi ad una macchina da presa soprattutto se non si perde mai il contatto con il nudo legno del palcoscenico di un teatro.

A Serena Grandi riesce di rendere grandioso il suo degrado fisico e a Sabrina Ferilli il suo coté laziale ruspante.

E poi Roma. Bella, putrida, maliarda, corrotta, scrigno stracolmo a cielo aperto, cloaca maleodorante.

La fotografia la esalta e la abbassa in maniera sublime, tributando alla città eterna un atto di amore tormentato sì ma non disperato.

Una Grande Armonia che scaturisce dai contrasti più accesi, dalle sensazioni più divergenti, dalle visioni più disparate.

Roma è anche il Vaticano, ma non è il solito cliché. Perché contro le papaline salottiere o che pontificano con omelie prosaiche a signore annoiate con piglio da saccenti bon vivant di succulenti e lussuriose pietanze, che rifuggono dalla incerta richiesta di soccorso spirituale del peccatore Jep – neanche fosse un modesto contorno o un insulso sorbetto tra una portata e l’altra –   si erge nella sua umilissima e macilenta imponenza la forza spirituale di una donna di fede che vuole essere ultima tra gli ultimi anche nella fastosa città di Pietro malgrado il cerimoniale da prima donna organizzatole intorno.

Ma Spes ultima Dea, sembrano voler sussurrare i maestri Servillo e Sorrentino, sorretti dal coro scenico alle loro spalle, poco prima di lasciar venire giù il sipario.

Jep Gambardella proverà a riscoprire la Grande Bellezza perduta in gioventù così come la “Santa” nella sua immensa solitudine ma straordinaria fortezza spirituale giungerà alla fine della sua ascesa penitenziale.

Nessuna disperazione, quindi, nella dissolvenza sul tramonto dei maestosi ponti sul Tevere.

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“Questa è una sconfitta dello stato”

cucchiCosì dice l’avvocato di Stefano Cucchi nella dichiarazione post sentenza.

Un caso indecente, inaccettabile per chi pensa di vivere in un paese libero, dove a 70 anni dal fascismo un cittadino crede di poter vivere con la garanzia che se sbaglia non verrà massacrato e infine ucciso da coloro i quali lo dovrebbero proteggere, che dovrebbero proteggere i cittadini tutti.

Non mi ero mai occupato pienamente di questo fatto di cronaca, ma ora non se ne può fare a meno. Non si può fare a meno di constatare che il cancro dell’italia sono forse le istituzioni in generale: non solo i politici, ma tutti gli apparati che si proteggono tra di loro e che sono a tutti gli effetti inattaccabili dai cittadini.

In un paese falcidiato da una povertà economica e spirituale, se chi deve proteggere anche solo quel lieve lumicino di speranza che rimane ci butta sopra secchiate d’acqua, significa proprio che siamo arrivati ad un punto di non ritorno.

Da ieri le nostre leggi non possono più essere quelle dello stato, ma quelle  fondamentali dell’essere umano, anche se contrarie a quelle del paese in cui viviamo.

Lo so, sono discorsi utopistici, sogni. Ma forse ci sono rimasti solo quelli e ieri hanno fatto un altro passo per ucciderli.

Grazie Stefano per averci fatto capire ancora di più da che parte stare.

Il Mal di Militare

Alcuni recenti episodi di cronaca nera causati dalla massiccia diffusione di armi da fuoco, soprattutto negli USA, ha sollevato anche dalle nostri parti il crescente vento del: “Stop alla diffusione delle armi di piccolo taglio!”, che in un istante diventa tempesta “Stop alla diffusione della armi!” e poi si scatena in uragano “Stop alla spesa militare!”.  Credo che siano tre affermazioni estremamente diverse. Mi soffermerò sulla banalità della terza, tralasciando le prime due, di più complessa argomentazione.

Il XIX secolo, uno dei più sanguinari della storia dell’Uomo, ha sollevato, e a ragione, numerose perplessità in merito all’opportunità, da parte di uno Stato, di servirsi dello strumento bellico per risolvere le controversie internazionali. L’opinione pubblica in particolare, come spesso accade nei più svariati ambiti sociali e politici in reazione a degli eventi particolarmente negativi per la collettività, ha quindi appoggiato posizioni diametralmente opposte a quelle belligeranti / colonialiste / imperialiste della prima metà del ‘900. Un vetero-pacifismo incondizionato, per certi versi totalitario per la sua incapacità di ascoltare eventuali obiezioni, ha allora ipnotizzato l’opinione pubblica

“le armi”, (che così presentate paiono un’entità dotata di coscienza e volontà…) “vanno abolite, in quanto inutile strumento di morte, distruzione e oppressione dei popoli”. Tutto corretto, tranne la parte relativa all’abolizione. Perché?

Signore e signori, se non ve ne siete mai accorti o se l’avete dimenticato, mi preme farvi presente una terribile verità: il Male esiste nell’uomo! Il Male, qui inteso come  istinto di sopraffazione particolare sul bene collettivo, esiste in natura ed è in qualche modo celato nel segreto stesso della vita: i batteri che “ingordi” distruggono l’ospite, il leone che combatte per assurgere al ruolo di capobranco; l’uomo che conduce la sua vita per incrementare la propria ricchezza e il proprio potere.  Giovanni Pico de la Mirandola sosteneva che l’uomo non è né bestia né angelo, ma può essere l’uno o l’altro a seconda della propria volontà e delle proprie scelte. Meravigliosa intuizione, ma spesso la bestia prevale sul semidio che è nell’uomo, soprattutto quando la Volontà diventa figlia della Necessità.  Quello che è definito il  “contratto sociale” roussoviano tra uomini, ha permesso un bilanciamento tra interessi individuali e collettivi; ma questo equilibrio, stabile all’interno di uno Stato,  è invece costantemente aleatorio quando si considerano i rapporti tra Stati, perché instabile è la natura degli uomini che ne fanno parte, perennemente sospesi tra il divino ed il bestiale. E così che gli uomini, inizialmente gli uni contro gli altri per accaparrarsi poche risorse, si coalizzano ed organizzano (anche militarmente) in gruppi più o meno omogenei per tradizioni, storia ed interessi, e si scontrano contro altri gruppi altrettanto coalizzati e organizzati. Il Male, in pratica, si organizza e si struttura. Ma non è tutto. Il Male, in quanto insito nell’uomo, ha un’altra micidiale caratteristica: non può essere sconfitto. L’interesse individuale può anche arrivare a convergere con l’interesse collettivo, come capita (o dovrebbe) nelle democrazie, ma le risorse rimangono scarse, e la “scarsità” è  terreno fertile per l’insorgere del Male. Il Male dunque si trasforma. Sconfitto un nemico, protetto un territorio, conquistata una risorsa, sorgerà sempre un nuovo ostacolo sul cammino di uno stato, e il Male non cesserà di bruciare il cuore dell’uomo e alimentare la sete di un popolo.

Ed è a questo punto che entra in gioco il ruolo eccezionale e fondamentale del sistema militare di una Nazione. A prescindere dai vantaggi economici, scientifici e tecnologici che derivano dagli investimenti in tecnologia militare, la maggior parte dell’opinione pubblica, soprattutto tra i miei coetanei, non ha compreso la più importante delle verità che soggiacciono al costante armamento che prosegue dal 1945 e che non si è interrotto neanche con la fine della Guerra Fredda, neanche con l’uccisione di Bin Laden, e che, finchè l’uomo vivrà in società e a contatto con altri popoli che bramano le sue risorse, le sue terre, la sua qualità della vita, non cesserà mai: le armi costituiscono l’unica deterrenza possibile al Male bestiale dell’uomo. Un eventuale “stop alle armi” implicherebbe allora l’incapacità di porre argini alla forza distruttiva del Male; significherebbe anzi incrementare il Male, perché la posizione di vantaggio acquisita dal popolo più forte, lo spingerebbe a muovere una facile offensiva per la conquista delle risorse “non sufficientemente protette”; lo stop alle armi non porterebbe mai alla Pace universale, ma solo ad una guerra lampo da parte del più potente.

È per questo che, nonostante un’opinione pubblica spesso “agguerrita” (aggettivo quanto mai adatto in questo contesto), tutti i governi mondiali (illuminati e non) investono complessivamente nello strumento militare circa due mila miliardi di dollari.

È per questo che anche una Nazione come l’Italia sostiene spese in ambito militare (sebbene la spesa complessiva ammonti appena all’1,4% del PIL).

Ma soprattutto, occorre ricordare che la soluzione politica ed il dialogo con gli altri popoli e le altre civiltà non bastano a proteggere l’uomo da una forza che può essere solo arginata ma mai definitivamente sconfitta . È per questo che si chiama Difesa (dal Male).

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