Agghiurnò

Con queste prime riflessioni mi riprometto di dispensare squarci di luminoso ottimismo sul nostro presente e futuro all’interno di Italioti. Tuttavia mi riservo di crogiolarmi anche in cattivi pensieri nel mio controcanto “Scurò”.
Agghiurnò e Scurò sono due verbi siciliani che indicano rispettivamente in forma impersonale il sorgere ed il calare del sole.
Insomma modeste variazioni sul “Buongiorno” del grande Maestro Massimo Gramellini.

Bad times. Viviamo in brutti tempi, tempi di incertezza, di frustrazione, di precarietà. Ma la crisi non deve essere decadenza ma occasione unica per rigenerarsi, per “riavviare il sistema” senza con questo rimuovere il nostro vissuto precedente ma senza neppure stare lì immobili, inebetiti, inermi a lasciare che la nostra Storia venga erosa dal virus della Crisi.
Reagire, scuotersi dal torpore in cui spesso alcun di noi ama crogiolarsi, guardare avanti senza aver paura di tenere a mente cosa abbiamo vissuto, senza frustrarci per ciò che non vivremo come avremmo voluto o per come vivremo.
Francesco Delzìo, già direttore dei Giovani di Confindustria, ritiene che la generazione allevata tra la fine degli anni settanta ed i primi anni novanta deve più che mai assumere la forza ed il carattere dei Tuareg: (http://27esimaora.corriere.it/articolo/generazione-tuareg-la-possibile-vita-precaria-nel-deserto-di-opportunita/) viviamo nella nevrosi metropolitana ma dobbiamo temprarci per vivere e muoverci come se ci trovassimo dinanzi ad una distesa di sabbia desertica, tante volte senza disporre di adeguati strumenti per l’orientamento e senza sufficienti risorse per il sostentamento. Ma una risorsa è indispensabile per la traversata: muoversi in gruppo, rifuggire dall’individualismo.
È vero, siamo orfani di idee forti, di ideologie pregnanti: fuochi che seppur con mille pericolosi effetti collaterali hanno illuminato e scaldato le generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni e li hanno fatti sentire vivi.
Il tessuto sociale, economico, politico è sfilacciato, attraversato da cellule impazzite che alterano il DNA infettando la catena di populismi, chimere allucinanti ed allucinogene. Il sistema immunitario è fortemente debilitato.
In tanti, gli istituti di credito su tutti, non ci danno credito se non ipergarantito dai nostri genitori.
Le aziende, gli studi professionali adottano lo stage più per arricchirsi del nostro talento che per arricchirlo ulteriormente.
Lo scudo protettivo del posto di lavoro a tempo indeterminato e pressochè inamovibile fino alla pensione di mezza età fa già bella mostra di sé ai nostri occhi sotto teche novecentesche.
D’accordo, è dura. Ma disponiamo di arnesi per montare e smontare i nostri accampamenti, che potranno diventare insediamenti agglomerati conurbazioni.
Disponiamo di dispositivi fissi e mobili che ci consentono di interagire tra di noi pur non conoscendoci personalmente, di consultare archivi distanti da noi centinaia di migliaia di chilometri, di veicolare i nostri pensieri appena usciti dalla nostra anticamera celebrale.
Non dobbiamo affrontare decine di ore di incerta navigazione in transatlantici per raggiungere l’altro capo del mondo come i nostri trisavoli, non dobbiamo affrancare una nostra lettera e confidare nelle poste perché arrivi al destinatario, non dobbiamo stare con la testa all’insù a vedere i cinegiornali ridondanti di retorica, non dobbiamo contenderci il giornale al bar o dal barbiere, per essere informati e risparmiare le mille lire.
Eppure chi non era “connesso” ha fatto grandi imprese, ce le ha tramandate, ma ci ha anche viziato ed in parte scialacquato il benessere prodotto.
E la nostra generazione?
Nel corso di quella che riterrei una lectio magistralis a noi giovani capaci ma talvolta affetti da indolenza ed arrendevolezza (gli “Italiani di domani”) tenuta alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Beppe Severgnini ha lanciato sugli astanti alcuni moniti che dovremmo fare nostri anche se ci sembrano indigeribili o irrealizzabili.
“Average is over”, ovvero la media è finita: così Thomas Friedman, columnist del New York Times (www.nytimes.com/2012/01/25/opinion/friedman-average-is-over.html?_r=0) sprona a ricercare ed apportare il nostro contributo originale, non potendoci più adagiare su un’aurea mediocritas ormai ossidata dall’incedere dei tempi.
“Ideas have sex: They combine, they recombine, they meet and they mate…” (Matt Ridley). È una provocazione forte e plastica che deve portarci a mettere passione in ciò che facciamo e pensiamo e a cercare affinità elettive con altre idee, siano esse nostre o di altri.
L’incontro di idee può essere sbagliato come quello tra un uomo o donna ma può anche scatenare un coup de foudre, va comunque provato, anche a costo di dover ammettere con il poeta Valerio Magrelli che “talvolta bisogna saper scegliere il bersaglio dopo il tiro”. Il che non significa abbozzare, ripiegare, ma stringere un compromesso senza compromettersi.
Guardare ed analizzare lo sfacelo, incappare nell’inettitudine, sconcertarsi dinanzi al malaffare, incappare nel sottobosco dei nostri tempi e fuggirne attoniti e nauseati è irrinunciabile, deve essere fatto, ma non deve essere il leitmotiv, il fil noir delle nostre esistenze.
Perché noi siamo “tutto nel gesto che facciamo” (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò).

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