Il Grande Gatsby Da Arcore

arco

B: «C’è qualcosa di profondamente disturbante, in questo film.»

A: «A parte che è brutto, dici?»

B: «A parte quello intendo. Ma non sono sicuro di riuscire a spiegarlo.»

A: «Puoi sempre provare.»

B: «A me sembra una grande metafora dell’Italia.»

A: «No.»

B: «Ma se non mi lasci elaborare…»

A: «No, non riuscirai a piegare il paradigma del sogno americano alle tue esigenze didascaliche.»

B: «Uff. Va bene. Però Gatsby è Silvio.»

A: «Sì, come no. E l’Italia è ferma agli anni ’20?»

B: «Be’, adesso sei tu didascalica. La mia, almeno, era una forzatura.»

A: «…»

B: «Seguimi. Abbiamo visto due ore abbondanti di feste sfrenate, vizi e spettacoli d’amoralità varia. Chiamale cene eleganti e hai un abbozzo di una serata ad Arcore.»

A: «Arcore sarebbe la West Egg degli arricchiti e dei parvenu?»

B: «Be’, è pur sempre Brianza.»

A: «E dici che la villa è quella.»

B: «Mettici le gare di burlesque e non noterai la differenza.»

A: «E il misterioso Gatsby…?»

B: «È il misterioso Berlusconi. E le sue fortune sono oggetto di instancabile scrutinio.»

A: «Le sue di chi?»

B: «Inizi a confonderli anche tu?»

A: «Scemo. Che poi nel film non lasciano spazio all’immaginazione, quanto alle origini della sua ricchezza.»

B: «Ancora al film, stai a pensare? Ascolta Leonardo Di Caprio, sono tutte bugie, quelle che circolano sul suo conto. L’unica verità è che Gatsby è un gentiluomo, che ha imparato le buone maniere su una nave da crociera.»

A: «In barca, vorrai dire.»

B: «Sì, scusa.»

A: «E, sempre in questo tuo adattamento, Nick chi sarebbe?»

B: «Vedi, c’è questo sindaco di Firenze che è stato invitato ad Arcore una volta e ancora glielo rinfacciano. Ma sai, era giovane e inesperto, ancora non sapeva quanto corruttibile fosse il cuore umano.»

A: «A proposito, ma nel libro non stava con Jordan?»

B: «Che nel film invece è Nicole Minetti. Quel broncio sfrontato, quello stile nell’indossare gli abiti da sera come fossero tute da ginnastica…»

A: «Ma piantala.»

B: «Pensa un po’ quello che vuoi, ma la mia sceneggiatura è una bomba. Dalla prosperità agli eccessi dell’era berlusconiana in un’Italia sull’orlo della crisi.»

A: «Orlo?»

B: «Non hai visto le scene ambientate a New York? I ristoranti erano tutti pieni.»

A: «Ma tu l’hai studiato, no, il simbolismo della grande città che corrode gli animi più fragili? La decadenza morale che investe tutti i personaggi?»

B: «Sì, succede la stessa cosa a Roma.»

A: «A Roma?»

B: «Ma sì, ci stanno questi parlamentari di provincia che all’inizio pensavano di poter fare a meno dei soldi, invece adesso…»

A: «Adesso cosa?»

B: «Niente, adesso li vogliono.»

A: «E anche a Roma c’è la old money degli aristocratici contro la new money imprenditoriale?»

B: «No, ormai in Italia chiunque abbia du’ spicci è considerato casta.»

A: «Vi manca tutto un filone quindi.»

B: «Ma secondo me Silvio ci ha provato, a posizionarsi come nuovo ricco cui manca il gusto, ma ha tanto cuore. Elargiva soldi alle ragazzine per generosità. Però non ha funzionato.»

A: «E Daisy?»

B: «Cosa?»

A: «Ci sarà pure una Daisy in questa storia.»

B: «Ma sai che secondo me è proprio l’assenza di una Daisy a essere costata il posto all’ultimo avvocato?»

A: «Cioè l’avrebbe licenziato perché non gli ha permesso di amare?»

B: «Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per amore. Questa doveva essere la linea difensiva. L’ha licenziato perché non ha mai letto Fitzgerald.»

A: «Mentre il nuovo avvocato l’ha letto?»

B: «Il  nuovo avvocato può andare al cinema e recuperare il tempo perduto. Dategli una Daisy e risolleverà il mondo.»

A: «Be’, oddio, non è che finisca proprio bene, per Gatsby.»

B: «50 milioni al botteghino, 90 anni dopo l’uscita del libro? Lascia stare, Silvio ci metterebbe subito la firma. Considerato che l’altra sera ha fatto il 5% su Canale 5.»

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