Più di ciò che siamo

più di ciò che siamo

Non sogniamo più.

E’ ormai un dato di fatto.

Ormai la crisi non è solo economica, ma è prevalentemente di valori e prospettive, di visioni, di slanci.

O, per meglio dire, la crisi economica deriva da una crisi di identità e di sogni, da una mancanza di appartenenza. La crisi economica stessa ha successivamente  alimentato questi buchi nell’animo delle persone, per farci sprofondare ancora di più in questo circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

Non ci rendiamo conto che siamo arrivati a richiedere alla nostra vita la mera soddisfazione di bisogni primari:  lavoro, scuola, sanità, casa.

Spesso chi non trova soddisfatte le suddette categorie diventa ogni giorno più triste, rassegnato; nemmeno incazzato. Oppure sì, incazzato, ma di quell’incazzatura che si trasforma solo in frustrazione, che tira fuori il peggio dell’essere umano: estremismi di destra e sinistra, razzismi, ideologie e populismi.

Il problema però è che non solo chi non arriva alla fine del mese e non ha una famiglia a cui badare perde fiducia nell’ uomo e in un mondo diverso, ma anche chi sta bene economicamente e la famiglia ce l’ha.

Nella mia seppur breve esperienza lavorativa, l’unica forza che faceva andare avanti molte persone che ho incontrato era la loro famiglia. Lavoravano perché avevano dei figli da mantenere e quello era il loro motore. A meno di essere tra i fortunati che hanno il lavoro che hanno sempre sognato, spesso questo è l’unico motivo che ti spinge ogni mattina ad entrare nel tritacarne quotidiano. Allo stesso tempo però le stesse persone vivevano doppie vite: avevano amanti ed erano distrutte dentro. Ma perché tutto questo? Perché questa infelicità che sembra inseguirci in continuazione a cui non riusciamo a scampare?

Perché le persone non sanno più volare. Appena uno raggiunge una più o meno solida tenuta economica pensa alla vacanza, alla macchina più figa, alle bevute con gli amici, alle belle ragazze… Tutte cose vane, che non rimangono.

Siamo pieni di persone autorealizzatesi: sul lavoro, affettivamente, con un bella famiglia, una casa… Ma che dopotutto non si bastano mai ed entrano in crisi o in depressione.

Non può bastare essere diventati un qualcuno se non si ha un fine più alto. Non può essere il sogno della vita di un uomo avere un lavoro e una famiglia, avere sicurezza economica per poter andare in vacanza e uscire a cena.

Senza uno slancio l’uomo muore. Senza nuove idee l’uomo muore. Senza nuove battaglie l’uomo muore.

Vivere di cose vuote, che non apportano nessun valore e nessun arricchimento della persona, porta l’animo umano a morire, anche se si ha la fortuna di avere lavoro e famiglia.

La famiglia non è sicuramente una cosa vuota, è l’unità sociale di base da cui deve partire tutto il resto, ma se non c’è nulla che va oltre, anche quella muore. Non può essere l’origine e il fine.

Non si può solo chiedere alla politica, bisogna anche dare alla politica perché la situazione migliori e cresca. Bisogna dare in modo attivo alla società.

Tutto questo era il pane dell’Italia ed è svanito.

Ma la colpa non è nostra, è dell’ingranaggio stesso in cui viviamo, è la più grande colpa della società “evoluta” in cui  siamo cresciuti e che non vogliamo, o non riusciamo, ad abbandonare.

Vivere di cose vane e senza partecipazione è l’eredità che ci hanno lasciato decenni di crescita economica, di benessere e di estremismi. L’Italia è sempre stato un paese ricco di lotte e ideali, che si è assopito dopo la dura parentesi del terrorismo e degli anni di piombo in generale. È negli anni ’80 che siamo entrati nel circolo vizioso, in un relativismo dilagante, non potendo più sopportare la violenza di pochi che è riuscita a rovinare la passione politica e sociale di molti. Abbiamo iniziato tutti a farci degli shampoo; ci siamo concentrati su quale prodotto fosse meglio usare… ”son convinto che sia meglio quello giallo senza… canfora”, senza guardare più al di là, non capendo che la realtà è là fuori,oltre la doccia di casa, e ne abbiamo perso il contatto.

Ed ecco i risultati: l’abbandono di qualsiasi forma di appartenenza politica e non da parte dei giovani e il menefreghismo imperante che si traduce in un’ottica drammatica di breve periodo. La stessa ottica che ruba il futuro al singolo e alla lunga l’Italia, ed è ormai un’epidemia dilagante che pervade la nazione in tutte le sue forme:

  • La politica, che non fa altro che promettere risultati nei prossimi 2 anni senza indicare una via vera e solida
  • La cattiva imprenditoria che non ha investito negli anni per crescere, ma ha solo arricchito se stessa, spesso non rinunciando alla macchina nuova e alla casa più bella
  • Gli studenti a cui tutto deve essere riconosciuto e che non si riconoscono doveri
  • I professori, bravi per natura e contrari a ogni valutazione
  • Gli impiegati e gli operai, tutti sempre con diritti acquisiti intoccabili e inscalfibili che non capiscono che ormai si è tutti sulla stessa barca, lavoratore e datore di lavoro

Per combattere tutto questo cosa serve? Una nuova rivoluzione?

Serve un nuovo sogno, una nuova via, un nuovo leader che sappia unire, che sappia fare una politica che porti a benefici e sacrifici per tutti, che indichi una nuova aggregazione, una nuova sintesi dopo il disfacimento di tutti questi anni. Un nuovo punto di riferimento che guardi al mondo e non all’Italia, che guardi al sistema lavoro per intero e non solo alle singole parti, che riparta dall’educazione dei ragazzi e dalla scuola, perché da essa dipende tutto.

Chi verrà? Non vedo nessuno all’orizzonte. Nessun Berlinguer, nessun Moro. Ma nemmeno nessun Obama. E sono triste.

Noi Italiani abbiamo bisogno di eroi sempre, tutti i giorni purtroppo. Alla faccia di Brecht che chiamava “Beato” il Paese che non ne ha bisogno.

Non essendoci nessuno all’orizzonte allora tocca a noi, ma avere un ideale è faticoso. Vivere di slanci è impegnativo e richiede costanza, quella costanza che solo i sogni ti mettono nel cuore. Costanza significa sacrificio, il padre di ogni grande impresa. Solo col tempo e con il sudore della fronte si riesce e si può provare a essere più di ciò che siamo.

Scurò – Piccolo omaggio a Franca Rame

Franca Rame-bozzettoSperavo di dare voce al mio dolente controcanto il più tardi possibile ma purtroppo ieri il Sipario italiano si è listato a lutto.
Anche Franca Rame ha dovuto lasciare le scene terrene in quanto scritturata dal Teatro Stabile dell’Aldilà.
Non ho avuto l’occasione di vedere Franca Rame calcare le scene dal vivo ma so e sono convinto che abbia rappresentato il Teatro in Italia ed all’estero con una passione scenica, civile e politica degna di un’eroina della tragedia greca.
Qualche tempo addietro, quando il male di vivere sembrava irrimediabilmente affliggerla unitamente alle continue offensive all’ormai gracile fisico, scrisse sul suo blog de Il Fatto quotidiano (www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/30/lettera-damore-a-dario/483928/ ) un accorato atto di amore per il compagno di scene e di vita Dario Fo e per il Teatro supplicando di poter riprendere a calcare le scene.
Lo riterrei un testamento disperato, di chi ha vissuto una vita piena ed intensa, carica di adrenalina, violata dalla brutalità umana, pervasa da tante passioni, e sa di essere all’atto finale della propria pièce, al punto da provare a dipanarne il canovaccio.
Non ho apprezzato sempre le sue più recenti battaglie politiche condotte al tintinnar di manette (e credo che anche lei sia rimasta delusa da alcuni compagni di “avventura”) e, più indietro nel tempo, non avrei condiviso appieno il “soccorso rosso” prestato nel periodo buio e complesso degli anni di piombo: ma ne ho apprezzato (e ne avrei apprezzato pur con distinguo) la coerenza e l’integrità.
Ma non importa.
Mi spiace non aver potuto condividere l’emozione che indubbiamente propalava dai palcoscenici che hanno avuto l’onore di essere battuti dalla sua forte grazia scenica, di non aver potuto raccogliere direttamente dalla sua voce il messaggio vibrante di protesta contro i soprusi dell’uomo padrone di fabbrica e di corpi, in difesa dei derelitti e dei più deboli.
Ho avuto modo di seguire una delle loro ultime battaglie contro un’odiosa, meschina, volgare truffa ordita ai danni del loro Comitato “Il Nobel per i disabili” (http://comitatonobeldisabili.blogspot.it/ ) fondato per prestare assistenza con il premio ricevuto nel 1997 e ricordo come ai momenti di sconforto sopravvenivano potenti slanci combattivi da “barricadera” senza macchia e senza paura.
Dopo Mariangela Melato, di cui ho avuto il privilegio di vedere l’incarnazione di Madre Courage, il Teatro si ripiega per la seconda volta in pochi mesi in un doloroso “scurò” per la perdita di un’altra eccezionale Madre Courage nella vita reale e scenica (direi un’unica ed inscindibile dimensione per entrambe queste Donne).
Il Piccolo Teatro Strehler di Milano ha già accolto il suo piccolo corpo per renderle l’onore del sipario (http://www.piccoloteatro.org/news/1010 ).
Forse, però, a Franca Rame farebbe piacere rischiarare il mio Scurò con la strofa irriverente intonata da Enzo Jannacci insieme al Maestro Dario ed al Signor G. di “Ho visto un Re” (http://video.repubblica.it/dossier/addio-enzo-jannacci/jannacci-con-fo-e-gaber-nel-1968-ho-visto-un-re/123954/122441 ):
“E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam”.
Perché qualche re (o meglio reuccio) ci sarà anche oggi a recitare la sua parte…

Agghiurnò

Con queste prime riflessioni mi riprometto di dispensare squarci di luminoso ottimismo sul nostro presente e futuro all’interno di Italioti. Tuttavia mi riservo di crogiolarmi anche in cattivi pensieri nel mio controcanto “Scurò”.
Agghiurnò e Scurò sono due verbi siciliani che indicano rispettivamente in forma impersonale il sorgere ed il calare del sole.
Insomma modeste variazioni sul “Buongiorno” del grande Maestro Massimo Gramellini.

Bad times. Viviamo in brutti tempi, tempi di incertezza, di frustrazione, di precarietà. Ma la crisi non deve essere decadenza ma occasione unica per rigenerarsi, per “riavviare il sistema” senza con questo rimuovere il nostro vissuto precedente ma senza neppure stare lì immobili, inebetiti, inermi a lasciare che la nostra Storia venga erosa dal virus della Crisi.
Reagire, scuotersi dal torpore in cui spesso alcun di noi ama crogiolarsi, guardare avanti senza aver paura di tenere a mente cosa abbiamo vissuto, senza frustrarci per ciò che non vivremo come avremmo voluto o per come vivremo.
Francesco Delzìo, già direttore dei Giovani di Confindustria, ritiene che la generazione allevata tra la fine degli anni settanta ed i primi anni novanta deve più che mai assumere la forza ed il carattere dei Tuareg: (http://27esimaora.corriere.it/articolo/generazione-tuareg-la-possibile-vita-precaria-nel-deserto-di-opportunita/) viviamo nella nevrosi metropolitana ma dobbiamo temprarci per vivere e muoverci come se ci trovassimo dinanzi ad una distesa di sabbia desertica, tante volte senza disporre di adeguati strumenti per l’orientamento e senza sufficienti risorse per il sostentamento. Ma una risorsa è indispensabile per la traversata: muoversi in gruppo, rifuggire dall’individualismo.
È vero, siamo orfani di idee forti, di ideologie pregnanti: fuochi che seppur con mille pericolosi effetti collaterali hanno illuminato e scaldato le generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni e li hanno fatti sentire vivi.
Il tessuto sociale, economico, politico è sfilacciato, attraversato da cellule impazzite che alterano il DNA infettando la catena di populismi, chimere allucinanti ed allucinogene. Il sistema immunitario è fortemente debilitato.
In tanti, gli istituti di credito su tutti, non ci danno credito se non ipergarantito dai nostri genitori.
Le aziende, gli studi professionali adottano lo stage più per arricchirsi del nostro talento che per arricchirlo ulteriormente.
Lo scudo protettivo del posto di lavoro a tempo indeterminato e pressochè inamovibile fino alla pensione di mezza età fa già bella mostra di sé ai nostri occhi sotto teche novecentesche.
D’accordo, è dura. Ma disponiamo di arnesi per montare e smontare i nostri accampamenti, che potranno diventare insediamenti agglomerati conurbazioni.
Disponiamo di dispositivi fissi e mobili che ci consentono di interagire tra di noi pur non conoscendoci personalmente, di consultare archivi distanti da noi centinaia di migliaia di chilometri, di veicolare i nostri pensieri appena usciti dalla nostra anticamera celebrale.
Non dobbiamo affrontare decine di ore di incerta navigazione in transatlantici per raggiungere l’altro capo del mondo come i nostri trisavoli, non dobbiamo affrancare una nostra lettera e confidare nelle poste perché arrivi al destinatario, non dobbiamo stare con la testa all’insù a vedere i cinegiornali ridondanti di retorica, non dobbiamo contenderci il giornale al bar o dal barbiere, per essere informati e risparmiare le mille lire.
Eppure chi non era “connesso” ha fatto grandi imprese, ce le ha tramandate, ma ci ha anche viziato ed in parte scialacquato il benessere prodotto.
E la nostra generazione?
Nel corso di quella che riterrei una lectio magistralis a noi giovani capaci ma talvolta affetti da indolenza ed arrendevolezza (gli “Italiani di domani”) tenuta alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, Beppe Severgnini ha lanciato sugli astanti alcuni moniti che dovremmo fare nostri anche se ci sembrano indigeribili o irrealizzabili.
“Average is over”, ovvero la media è finita: così Thomas Friedman, columnist del New York Times (www.nytimes.com/2012/01/25/opinion/friedman-average-is-over.html?_r=0) sprona a ricercare ed apportare il nostro contributo originale, non potendoci più adagiare su un’aurea mediocritas ormai ossidata dall’incedere dei tempi.
“Ideas have sex: They combine, they recombine, they meet and they mate…” (Matt Ridley). È una provocazione forte e plastica che deve portarci a mettere passione in ciò che facciamo e pensiamo e a cercare affinità elettive con altre idee, siano esse nostre o di altri.
L’incontro di idee può essere sbagliato come quello tra un uomo o donna ma può anche scatenare un coup de foudre, va comunque provato, anche a costo di dover ammettere con il poeta Valerio Magrelli che “talvolta bisogna saper scegliere il bersaglio dopo il tiro”. Il che non significa abbozzare, ripiegare, ma stringere un compromesso senza compromettersi.
Guardare ed analizzare lo sfacelo, incappare nell’inettitudine, sconcertarsi dinanzi al malaffare, incappare nel sottobosco dei nostri tempi e fuggirne attoniti e nauseati è irrinunciabile, deve essere fatto, ma non deve essere il leitmotiv, il fil noir delle nostre esistenze.
Perché noi siamo “tutto nel gesto che facciamo” (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò).

Piccola Generazione Elastico

flexibility

Elastico:
è ripresa dal greco: [elater] persona o cosa che spinge avanti, da [elaunein] tirare o spingere.
L’essere elastico consiste nel reagire alle deformazioni e alle forze subìte senza rompersi, tendendo a recuperare la forma originaria: in questa formula rientrano tanto gli elastici che vengono scoccati tendendoli al dito quanto i titanici sommovimenti tellurici che rispondono all’esplosione del terremoto.
da: http://unaparolaalgiorno.it/significato/E/elastico

Piccola Generazione Elastico
Piccola e non giovane perché fino a 30 anni possiamo ancora darci tante scuse, perché la formazione non finisce mai, perché si può sempre posticipare il momento dello sporcarsi le mani.
Piccola perché facciamo figli solo se siamo sicuri di avere l’apriscatole nel cassetto della cucina, ma abbiamo buone intenzioni; vogliamo solo proteggere il figlio che verrà da questo acquazzone di precarietà.

Voi credete che finirà? Di piovere, dico.
Piccola Generazione Elastico?
Presenti! Siamo noi, capaci o costretti ad andare via, lontano, nell’ Estero che ha sempre il color del Rosa per chi resta a casa, ma chi vi sta conosce anche l’amaro.
Elastici perché capaci di percorrere molte latitudini e longitudini da casa e tentare, ognuno a suo disperato e tenero modo, di ricostruire casa ovunque.
Cerchi di non romperti mai, piccola generazione Elastico, ma di allungarti, di essere accomodante,
di aver sempre un argomento nella terra che hai scelto o che ti è capitata, che scacci malinconia e solitudine con i social network.
Piccola Generazione Elastico
Spesso figlia di padri e madri che sono riusciti a costruire vita e successi attorno al pilastro della Sicurezza lavorativa, che studiavi tranquilla perché non c’era fretta, perché ti avevano promesso che avevi il Diritto a desiderare il mondo, – eccome! – e ti avevano strizzato l’occhio.
Piccola Generazione Elastico,
che non sarà mai uno sciatore da discesa, ma staffettista su una lunghezza da maratona, per cosa hai fretta? Ma dove corri? Hai idea di dove vai?
Animale d’adattamento,
Affascinante e Spaventosa,
ti sradicano, ti riambienti, parti, stai,
apri gli orizzonti a più non posso, capisci tanti punti di vista ma fai fatica ad amarne uno,
a trovare la tua visione di mondo.
Piccola Generazione Elastico,
Ti hanno sempre raccomandato Sii flessibile, Sii mobile, Sii competitivo!
Più che stanca a furia di estenderti, sei stressata.
In questo mondo di non contatto, di distanze, capisci che qualcuno ti ha rubato l’emozione che dava la terra, la natura, con quelle mani morbide fresche di manicure, così lontane dalla verità delle mani nodose dei nonni.
Piccola Generazione Elastico,
Sveglia!
Siamo noi i prossimi padri. Noi, le prossime madri.
Se non possiamo cambiare un ingranaggio sociale incancrenito, cerchiamo almeno di guardare nelle nostre mura.
Se non posso cambiare lo Stato, tenterò con la mia Città. Se la città non mi ascolterà, tenterò con il villaggio. Se nemmeno il villaggio mi starà a sentire, tenterò con mia moglie.
E se pure lei si sarà ammalata, toccherà cominciare col proprio peggior nemico.

Smettila di allungarti inutilmente, Piccolo Elastico, perderai il tuo slancio.
O addirittura, ti strapperai.
E un elastico col nodo non è una corda. Vien buono solo per tenere insieme vecchie scatole dove nessuno nasconde niente.

Innamorati di una buona idea.
E lascia che la tua vita da elastico altro non sia che il lancio di questa nelle stelle.
Almeno il tuo tenderti non sarà stato vano.

“ Quel che è grande nell’uomo è che egli è un ponte e non un fine:
quel che si può amare nell’uomo è che egli è un passaggio e un trapasso.
Io amo coloro che non sanno vivere se non come quelli che vanno in rovina,
perché essi sono quelli che vanno oltre”
Così parlo Zaharushtra, F. Nietzsche

The Matthew Renzi Experience

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Era l’autunno del 2011 quando Justin Timberlake si fece fotografare nei panni di Presidente degli Stati Uniti, per la promozione di un dimenticabile film con Amanda Seyfried. In quello stesso periodo dichiarò che la pausa che si prendeva dal mondo discografico sarebbe proseguita a tempo indeterminato.

Quasi due anni sono trascorsi, l’attore è tornato a cantare e a vendere come se non fosse passata una settimana – un giorno qualcuno dovrà pur scrivere un saggio sul perché a dominare il mondo sono rimasti solo i Justin, da Vernon a Bieber. Nel frattempo dall’altro lato dell’oceano, nelle province dell’impero, un sindaco aspirante leader proclamantesi sindaco è alle ennesime prove tecniche di guida del partito, o quel che resta di esso. Non si concia tuttavia da leader del mondo libero, bensì da biker del mondo occidentale.

In apparente contrasto con l’americano che canta Suit And Tie, l’inno della giacca e della cravatta, il Matthew Renzi del 2012 diventa Fonzie, l’uomo che non deve chiedere scusa, in una giacca di pelle che per quanto ne sappiamo potrebbe essere firmata Diesel – non foss’altro perché Renzo Rosso  già fu arbiter elegantiarum di Roberto Formigoni.

Due uomini di spettacolo in apparenza così diversi, l’uno il negativo dell’altro, eppure dal percorso così simile.

Occorre ricordare infatti che Justin Timberlake iniziò la propria carriera in quella fabbrica di talento che era il Mickey Mouse Club, a metà degli anni ’90, proprio quando il Matthew comprava le vocali alla Ruota della Fortuna di Mike. D’altronde, il piglio televisivo è qualcosa di innato, non importa se sei nato in Florida o a Rignano.

Ma il successo arriva dopo, in una band di giovanotti che infiammano i cuori della gente teledipendente, gli ‘N Sync per l’uno e il tridente Renzi-Civati-Serracchiani per l’altro. Quando le boyband si sciolgono, è sempre dura dover scegliere su chi puntare. C’è chi scommette su Robbie Williams, chi su Pippo Civati, e non tutti possono vincere.

Chi ha scelto di seguire Justin dal primo giorno ci ha visto lungo. Lo scorso marzo infatti, a soli 31 anni, Timberlake è entrato nella ristretta cerchia dei 5 timers, gli ospiti che hanno presentato per almeno cinque volte il Saturday Night Live, un’istituzione per la televisione americana e un’icona per il mondo dell’intrattenimento. Il Matthew purtroppo in questo non può competere. Nelle sue 5 apparizioni alle Invasioni Barbariche ha pur sempre dimostrato di avere i tempi giusti, ma non ha mai potuto contare su spalle comiche più a fuoco di Daria Bignardi.

Tuttavia il vero capolavoro di carisma del cantante americano sta nelle sue partecipazioni estemporanee allo show notturno di Jimmy Fallon, in cui si diletta a ripercorrere la storia del rap sulle basi gentilmente offerte da The Roots.  All’ultimo giro il conduttore e l’ospite hanno riproposto tra le altre tracce anche Lose Yourself di Eminem, il rapper che dieci anni fa poteva permettersi il lusso di umiliare a parole e a video le popstar teenager senz’anima. Ma, si sa, la vendetta è un piatto che va gustato freddo; come nella tradizione fiorentina JT guarda e passa e, nel 2013, si fa disinvolto interprete di un “Ma ve lo ricordate quando pensavamo che Eminem contasse qualcosa?”. Fatte le dovute proporzioni, MR si sta godendo in egual misura le settimane in cui gli antichi avversari interni lo definiscono una risorsa e gli permettono di fare l’Harlem Shake sul PD.

Justin Timberlake non è il miglior cantante in circolazione, ma in The 20/20 Experience offre una musica pop ben ancorata al presente, più che al futuro, reinterpreta senza rottamare suoni retrò che una produzione orchestrale gli permette di manipolare. In bilico tra fiati, archi e digitale, porta a casa il risultato a colpi di falsetto. Quest’estate sarà in tour con Jay Z e sarà uno spettacolo.

Il Matthew non è il miglior politico in circolazione, ma nell’esperienza 20/13 corre dietro alla cultura popolare di ieri e di oggi, forse ha anche smesso di rottamare. In bilico tra DC e online, risolve l’impasse con la battuta. Questa primavera è stato ospite di Maria De Filippi ed è stato glorioso.

Renzi come Fonzie insegue il miraggio del mainstream, a pochi centimetri dal salto dello squalo. Vuole comunicare con tutti a vari livelli, parlare ai giovani e ai fan degli anni ’90, mescolare alto e basso, Dick In A Box e Let The Groove Get In. Justin Timberlake è stato abbastanza umile e intelligente da saper mescolare carte e incrociare carriere in modo credibile. Il Matthew farà lo stesso.

Forse funzionerà. D’altro canto, tra chi vuole incoronare Justin Bieber a padrone dell’universo e chi Beppe Grillo, esisterà pure un’alternativa.

A Giovanni Falcone

A Giovanni Falcone di Ruggero De Simone

Giovanni-Falcone

Caro Giudice Falcone,

dopo 21 anni mi trovo a compiere i miei trent’anni con l’indelebile ricordo del Suo profondo sorriso

spezzato

allorquando il mio ignaro

fioriva nel volto di un bambino di nove anni.

Da allora,

ogni 23 di maggio,

il mio sorriso si ritrae

per un attimo

lunghissimo

al ricordo del Suo vilmente interrotto.

Ma poi riaffiora,

si allarga fiducioso, fiero, mai beffardo,

perchè così Lei avrebbe voluto fosse,

perchè disarmarsi della gioia di vivere

sarebbe come cedere al ricatto di chi vuol imporre fiele

nelle bocche degli Uomini giusti e di buona volontà.

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Giovanni-Falcone-e-Paolo-Borsellino

Caro Giovanni Falcone,

il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare,

scrisse qualcuno per la pavida bocca di un curato,

Farne ostentazione ed abuso ne farebbe soltanto incoscienza,

disse lei più volte.

La Paura spesso insegue il Coraggio,

sovente lo bracca,

talvolta lo abbatte.

Ma in Lei, Giovanni,

è stato il Coraggio a braccare la Paura,

a frenarne la fuga incontrollata,

a dominarne gli impulsi irrazionali.

Il Coraggio di non aver paura,

la Tenacia di non arrendersi alla Paura,

Le ha fatto dire che la Mafia è un fenomeno umano

la Mafia è  un fenomeno umano

e come tutti i fenomeni umani

ha un principio,

una sua evoluzione

e avrà quindi anche una fine.

E’ la Paura di non aver coraggio,

la rassegnazione a non darsi al Coraggio,

la convenienza a svendere il Coraggio,

a far sussurrare

a far biascicare

invece

che la Mafia è un fenomeno umano

ma proprio perchè tale accompagnerà l’Uomo

fino alla fine dei suoi giorni.

E’ lo sprezzo per il Coraggio degli Uni e per la Paura degli Altri

ad imporre all’Uomo il fine mafia mai.

Gli Uomini passano,

le Idee restano

come il Corpo che lascia al suo immortale destino l’Anima.

Ma non accade sempre:

Giovanni Falcone_2

Giovanni,

Tu resti a sorreggere le Idee di Giustizia e Libertà

che hai incarnato con la Tua mite e granitica fermezza,

nonostante la lapidazione in vita

di farisei togati,

di ladroni mascherati,

di subdoli o sfacciati detrattori tramutatisi alla Tua morte in smaccati adulatori

nonostante il tritolo

di morte per Te,

di paura e scoramento per noi.

Cosa Nostra puzza di morte,

basta che Noi la si voglia sopprimere per non inquinarne più l’aria che viviamo,

per sentire con Te, con Paolo, con tutti i Martiri di Mafia,

il fresco profumo di Libertà

liberi dal puzzo del compromesso morale.

Tu, Giovanni Falcone,

vivi tra di noi,

nonostante Loro non vogliano.

[Read more…]

La crisi spegne i sogni dei giovani e li incentiva a contare solo su se stessi?

help-key“In altalena fra la paura per il futuro, irto di molte più difficoltà rispetto a quelle incontrate dai genitori (per il 17% degli adolescenti), al punto da temere di non farcela (6%) – e un certo ottimismo proprio dell’età, che fa pensare loro che la riuscita nella vita dipenda da loro stessi (37%).”

Una triste realtà sui tagli a cultura, istruzione…e sogni!

http://it.fashionmag.com/news/Le-rinunce-dei-giovani-in-tempo-di-crisi-tagli-a-vestiti-sport-gite-e-vacanze,331008.html#.UZsxUXwaySM

Di cosa abbiamo bisogno?

Chaplin-Il-grande-dittatoredi sognare

di libertà

di amore

di sentirci amati

di un futuro

di leader

E’ tremenda l’attualità di questo pezzo. In assenza di sogni viene fuori la bruttezza dell’uomo, il suo essere animale, ecco che allora i grandi uomini si fanno avanti, per dare sogni di grandezza.

Buon inizio settimana a tutti

Il Grande Gatsby Da Arcore

arco

B: «C’è qualcosa di profondamente disturbante, in questo film.»

A: «A parte che è brutto, dici?»

B: «A parte quello intendo. Ma non sono sicuro di riuscire a spiegarlo.»

A: «Puoi sempre provare.»

B: «A me sembra una grande metafora dell’Italia.»

A: «No.»

B: «Ma se non mi lasci elaborare…»

A: «No, non riuscirai a piegare il paradigma del sogno americano alle tue esigenze didascaliche.»

B: «Uff. Va bene. Però Gatsby è Silvio.»

A: «Sì, come no. E l’Italia è ferma agli anni ’20?»

B: «Be’, adesso sei tu didascalica. La mia, almeno, era una forzatura.»

A: «…»

B: «Seguimi. Abbiamo visto due ore abbondanti di feste sfrenate, vizi e spettacoli d’amoralità varia. Chiamale cene eleganti e hai un abbozzo di una serata ad Arcore.»

A: «Arcore sarebbe la West Egg degli arricchiti e dei parvenu?»

B: «Be’, è pur sempre Brianza.»

A: «E dici che la villa è quella.»

B: «Mettici le gare di burlesque e non noterai la differenza.»

A: «E il misterioso Gatsby…?»

B: «È il misterioso Berlusconi. E le sue fortune sono oggetto di instancabile scrutinio.»

A: «Le sue di chi?»

B: «Inizi a confonderli anche tu?»

A: «Scemo. Che poi nel film non lasciano spazio all’immaginazione, quanto alle origini della sua ricchezza.»

B: «Ancora al film, stai a pensare? Ascolta Leonardo Di Caprio, sono tutte bugie, quelle che circolano sul suo conto. L’unica verità è che Gatsby è un gentiluomo, che ha imparato le buone maniere su una nave da crociera.»

A: «In barca, vorrai dire.»

B: «Sì, scusa.»

A: «E, sempre in questo tuo adattamento, Nick chi sarebbe?»

B: «Vedi, c’è questo sindaco di Firenze che è stato invitato ad Arcore una volta e ancora glielo rinfacciano. Ma sai, era giovane e inesperto, ancora non sapeva quanto corruttibile fosse il cuore umano.»

A: «A proposito, ma nel libro non stava con Jordan?»

B: «Che nel film invece è Nicole Minetti. Quel broncio sfrontato, quello stile nell’indossare gli abiti da sera come fossero tute da ginnastica…»

A: «Ma piantala.»

B: «Pensa un po’ quello che vuoi, ma la mia sceneggiatura è una bomba. Dalla prosperità agli eccessi dell’era berlusconiana in un’Italia sull’orlo della crisi.»

A: «Orlo?»

B: «Non hai visto le scene ambientate a New York? I ristoranti erano tutti pieni.»

A: «Ma tu l’hai studiato, no, il simbolismo della grande città che corrode gli animi più fragili? La decadenza morale che investe tutti i personaggi?»

B: «Sì, succede la stessa cosa a Roma.»

A: «A Roma?»

B: «Ma sì, ci stanno questi parlamentari di provincia che all’inizio pensavano di poter fare a meno dei soldi, invece adesso…»

A: «Adesso cosa?»

B: «Niente, adesso li vogliono.»

A: «E anche a Roma c’è la old money degli aristocratici contro la new money imprenditoriale?»

B: «No, ormai in Italia chiunque abbia du’ spicci è considerato casta.»

A: «Vi manca tutto un filone quindi.»

B: «Ma secondo me Silvio ci ha provato, a posizionarsi come nuovo ricco cui manca il gusto, ma ha tanto cuore. Elargiva soldi alle ragazzine per generosità. Però non ha funzionato.»

A: «E Daisy?»

B: «Cosa?»

A: «Ci sarà pure una Daisy in questa storia.»

B: «Ma sai che secondo me è proprio l’assenza di una Daisy a essere costata il posto all’ultimo avvocato?»

A: «Cioè l’avrebbe licenziato perché non gli ha permesso di amare?»

B: «Tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per amore. Questa doveva essere la linea difensiva. L’ha licenziato perché non ha mai letto Fitzgerald.»

A: «Mentre il nuovo avvocato l’ha letto?»

B: «Il  nuovo avvocato può andare al cinema e recuperare il tempo perduto. Dategli una Daisy e risolleverà il mondo.»

A: «Be’, oddio, non è che finisca proprio bene, per Gatsby.»

B: «50 milioni al botteghino, 90 anni dopo l’uscita del libro? Lascia stare, Silvio ci metterebbe subito la firma. Considerato che l’altra sera ha fatto il 5% su Canale 5.»

COME STELLE NELLA NOTTE

stelle-nella-notteVi siete mai fermati a pensare quale possa essere il punto di vista di un 17enne sulla crisi e tutto il resto? Il pezzo di seguito, secondo classificato al Secondo Concorso Giornalistco Roberto Romualdo, e’ stato scritto proprio da un 17enne, e lo riproponiamo qui con il permesso speciale dell’autore, per ricordarci che i giovani, quelli giovani davvero, sono ancora capaci di sognare…

COME STELLE NELLA NOTTE

Nati abbastanza presto per ricordarci l’Italia nel boom del benessere. Attualmente abbastanza coscienti per comprendere ciò che ci accade intorno. In grado di fare un paragone oggettivo tra la situazione in cui viviamo oggi e quella in cui abbiamo vissuto la nostra infanzia. Queste sono le caratteristiche che ci distinguono dalle generazioni precedenti. Nati a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, ci ritroviamo a dover fronteggiare una situazione di cui non abbiamo colpe e, malgrado questo, ci sforziamo di non abbatterci. Tutti sono a conoscenza degli effetti della crisi economica e molti, nonostante le difficoltà, cercano di fare qualcosa per tutelare il nostro futuro. Ciò deve stimolarci affinché sfruttiamo al meglio le possibilità che ci vengono offerte. Piangersi addosso e incolpare le generazioni precedenti non serve a niente. Dobbiamo sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo a disposizione, in modo da essere i primi a pensare al nostro futuro. Nel proprio piccolo ognuno di noi, contribuirà necessariamente al miglioramento della situazione attuale, avendo infatti toccato il fondo, o essendo vicini a farlo, non potremo che risalire. Noi saremo i protagonisti di questa risalita. Tutto ciò che di positivo riusciremo a fare ci porterà una notevole gratificazione date le condizioni in cui ci troviamo e la scarsa fiducia che molti adulti hanno in noi. Ci troviamo così a dover scegliere tra farsi trascinare nella crisi (economica e morale), dando ragione a chi si mostra scettico nei nostri confronti, oppure darsi da fare per riuscire a smentire questi ultimi approfittando delle possibilità che ci sono concesse da chi invece crede in noi. Senza rendercene conto subiamo l’azione di circostanze che con il tempo e la maturità accresceranno in noi una serie di forti motivazioni e stimoli che ci spingeranno a reagire per cambiare le cose. Immersi nel buio della notte in cui viviamo, noi giovani rappresentiamo le uniche stelle ancora visibili.

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