Bank of Japan Revolution: scavare le buche o scavarsi la fossa?

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Il 16 Dicembre del 2012 le elezioni in Giappone, a differenza di quanto accaduto da noi, hanno consegnato al paese una maggioranza stabile ed un governo forte. Fatto ancor più interessante per il nostro percorso di analisi è che il neo primo ministro Shinzo Abe ha incentrato la sua campagna elettorale su una promessa di politica monetaria: una rottura con la prudenza degli ultimi anni, ed un percorso di inflazione per emergere dallo stallo economico.

Negli ultimi venti anni l’attenzione del governo giapponese, e di quasi tutti coloro che si sono dedicati ad analizzare questo “Grande Malato”, si è concentrata sulle decisioni che avrebbero potuto aiutare il paese ad emergere dalla stagnazione, o su quelle che l’avevano peggiorata.

Combinare uno stimolo economico forte (debito e spesa pubblica) con una politica monetaria inflattiva è stata la ricetta più diffusa degli economisti mainstream alla Paul Krugman. Il Giappone è stato troppo cauto, troppo a lungo: ecco perché non è riuscito a liberarsi dalla “trappola della liquidità” e tornare a crescere.

Perdonate la semplificazione, ma quello che si dice qui è una reminiscenza della vecchia proposta di scavare buche e ricoprirle per far ripartire l’economia, combinata con una spinta monetaria sui prezzi per sconfiggere la deflazione.

Si è perso però un nesso fondamentale dell’analisi: cosa aveva fatto il Giappone negli anni ’80 per precipitare in una così profonda spirale? Una “correzione”, come i nostri giornalisti usavano chiamare le recessioni di una volta, durata più di un decennio e recuperata solo a tentoni poco prima della recente crisi mondiale?

Dal 1980 al 1990, il valore di M2 (una comune misura della quantità di moneta in una economia) in Giappone fu incrementato da poco meno di ¥200 trilioni a più di ¥480 trilioni attarverso un’aggressiva politica di bassi tassi di interesse (mirata a mantenere competitivo il tasso di cambio col dollaro). Allo stesso tempo, l’indice della borsa Nikkei 225 saliva da circa 6.500 punti (gennaio 1980) a sfiorare i 39.000 (dicembre 1989), ed il prezzo delle abitazioni in alcune aree di Tokio raggiungeva i $215.000 al metro quadro (anche più, secondo alcune fonti).

Certo l’inflazione, misurata con il famoso indice dei prezzi al consumo, era rimasta contenuta durante quel periodo: al di sotto del 2,5% dal 1982 fino al ‘90. In questo caso, benché gli economisti prendano questo indicatore come il migliore segnale di allarme di una politica monetaria troppo espansiva, la catastrofica bolla era rimasta nascosta all’ombra di un’inflazione ufficiale contenuta.

All’inizio degli anni ’90 le misure restrittive prese per fermare la bolla, e riportare il credito sotto controllo, generarono un massiccio (ma necessario) aggiustamento economico che in relatà non si è mai completato.

Ma la rivoluzione monetaria, come l’ha chiamata il Financial Times, o Abenomics è arrivata a risolvere il problema: la nuova promessa di Abe e del neo-governatore della Bank of Japan Kuroda è di raddoppiare la Base Monetaria e rilanciare l’economia del Giappone con un nuovo target di inflazione al 2% in due anni.

Nell’ultima seduta prima delle elezioni di Dicembre, l’indice Nikkei era intorno ai 9.700 punti. Ieri ha chiuso introno ai 13.200 (+35%). Ad oggi, è previsto che raggiunga quota 16.000 per la fine dell’anno: un ulteriore rialzo del 20% rispetto alla recente chiusura.

Il Professor Krugman, in paio di recenti post, appare soddisfatto del nuovo indirizzo dettato da Abe.

Ma che tipo di buca sta realmente scavando il Giappone?

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