Fuga dall’Italia: gli “Spaghetti” e/o gli Italiani dallo spazio

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Affascinanti, belli, facili ed irrimediabilmente irresistibili. In una parola, latin lovers: questa la prima osservazione sugli italiani da un Professore olandese, evidentemente ancora memore della sconfitta subita in giovinezza nella conquista di una dolce fanciulla, a causa di un ben più esperto e spudorato Italiano. “Spaghetti” era il soprannome con cui gli olandesi, amanti inesperti ed ingenui, descrivevano gli italiani fuggiti nel Nord Europa in cerca di fortuna lavorativa e non nel dopoguerra.

Da allora, sembrano essere passati secoli: il boom economico e culturale, i figli dei fiori, il decennio del terrorismo, i “gloriosi” anni ’80 (cosa ne resterà??), le stragi, mani pulite… Anni in cui l’Italia veniva ancora vista con curiosità ed interesse all’estero, come culla di civiltà, cultura e dolce vita, sebbene talvolta derisa dall’insopportabile binomio italiano-mafia, spauracchio del turista tipo.

E poi? La Seconda Repubblica. La lunga, stancante e logorante storia della Seconda Repubblica.

Proprio nel momento in cui ci si sarebbe aspettati un cambiamento, una rivoluzione, gli italiani – compresa talvolta la sottoscritta – sembrano essersi affossati nel nulla, nel vuoto della dialettica del Berlusconismo e dell’Anti-berlusconismo, negli arroccamenti culturali dei sinistri e nelle tendenze smodate dei destrorsi. Da qui parte la seconda immagine negativa dell’Italia all’estero: corrotta e “prostituta” del potere, burlona, populista, culturalmente morta e naturalmente dedita alla pigrizia. Italiota. Immagine amara che, nel confronto con i concittadini europei, ci porta spesso a doverci incolpevolmente giustificare delle nefandezze della nostra classe politica tutta (!!!) che, se da un lato, rappresenta il decadimento culturale di una grossa fetta della popolazione, dall’altro, ne oscura un’altra che silenziosamente vive e mantiene coraggiosamente il Paese in piedi, talvolta con sacrifici inimmaginabili e forse anche inaccetabili agli amici europei.

Un appiattimento generale che ha avvolto e spento la vita italiana, ha provocato una stasi indescrivibile e che, nel 2010, per la prima volta dopo tanti anni, ha portato l’Italia a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’emigrazione italiana nel mondo[1][2]. Fuggire o non fuggire: questo il dilemma del giovane italiano. Fuggire, lavandosene le mani (uottefacca you compratiots want?!) o restando comunque Italiani? Restare e dormire o restare e lottare.

E’, insomma, questa l’età del ritorno degli “spaghetti”? Forse no. Anzi, la pretesa più comune è quella della fuga dei cervelli e della permanenza degli “spaghetti”, intendendo per tali gli inguaribili mammoni e latin lovers incapaci di espandere i propri orizzonti, gli italioti.

Ma è veramente questa la realtà? E che impressione diamo all’estero di noi stessi?

Per una come me che, negli ultimi anni, ha vissuto nell’incredibile fortuna di potersi godere il sole della propria terra natìa mantenendosi allo stesso tempo in costante e mutevole movimento, le sensazioni in tal senso sono contrastanti.

Avere questa prospettiva privilegiata, mi ha innanzitutto aiutato a liberarmi da ogni pregiudizio, nei confronti sia di chi va sia di chi resta. Italia è l’una e Italia è l’altra.

E così come, tranne che in casi estremi, non sono codardi nè traditori i primi, neanche si può dire che gli altri siano fannulloni e mammoni, tranne che in ipotesi patologicamente inguaribili.

La vita italiana è fatta sì da milioni di giovani capaci e brillanti che partono in cerca di un futuro migliore “altrove“, là dove la vita sembra – ed effettivamente è – più possibile. La realtà, però, è anche fatta da altrettanti giovani che, non meno coraggiosamente, scelgono di restare “in patria“, non per usufruire di incredibili raccomandazioni, ma per contribuire dall’interno, e non meno coraggiosamente degli “espatriati”, a costruire un Paese realmente migliore.

E’ vero sì che l’Italia è spesso costretta a dimostrare tutta la sua ricchezza culturale attraverso i giovani ricercatori che all’estero trovano finalmente la possibilità di sprigionare tutta la propria intelligenza, cuorisità ed innovatività. E’ altrettanto vero, però, che Italia sono pure i giovani e, perchè no, anche gli adulti, che onestamente e silenziosamente compiono quotidianamente il loro dovere di cittadini e lavoratori. Come lamentarsi degli insegnanti o dei giovani sognatori di AddioPizzo che, in una terra come la Sicilia, considerata dalla politica come ontologicamente senza speranza, hanno attivamente e fermamente detto “no” al pagamento del pizzo, altrimenti destinato a restare nel limbo del common law dell’isola? Come ricondurre all’immagine degli italioti le migliaia di magistrati che combattono quotidianamente con il loro silenzioso lavorio lontano dai riflettori, la mafia e la corruzione? O, ancora, i medici che, malgrado le continue offese istituzionali alla tutela del diritto alla salute, mantengono viva con incessante determinazione la propria passione? Questi, dall’estero e non, non sono che esempi di originalità italiana che, anche in tempi bui, incerti e politicamente instabili come questo, lasciano intravedere la luce alla fine del tunnel.

L’immagine che esce da questa volutamente generica descrizione è di un’Italia beyond Italioti-land ancora capace di vivere. Un’Italia che, come ebbe a dirmi il mio capo tedesco alla Commissione Europea all’indomani delle ultime elezioni, ha l’incredibile opportunità di vivere una crisi che non necessariamente è un folle baratro, ma, per dirla in musica, “un eccesso di lucidità” in cui il peggiore italiota è chi, da dentro o da fuori, smette di sognare e muore dentro sè stesso, dimenticandosi di essere parte di un tutto sicuramente perfettibile, ma non perso e che, anzi è, quanto più in bilico, tanto più migliorabile.

Ad majora, semper.


[1] Secondo dati Istat, nel decennio 2000-2010, 316.000 giovani di età inferiore ai 40 anni sono andati all’estero, di cui oltre 80.000 solo nel 2009 (anno in cui si è registrato un aumento del 20% rispetto al 2008). Di questi si stima che la gran parte siano giovani, di cui il 70% laureati. (Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-20/numeri-costi-nuova-emigrazione-173135.shtml#continue)

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