Viaggio tra i candidati alle elezioni

IL PD, BERSANI E LE PICCOLE SCARAMUCCE ELETTORALI – PARTE SECONDA

bersaniParlavamo dunque di uno scenario perfetto, di proposte condivisibili e di credibilità che crollano rischiando di compromettere mesi e mesi di battaglie politiche per il centro sinistra. In cosa consistono queste minacce per la vittoria del PD che si nascondono dietro alle sigle CGIL e MPS ?

In realtà altro non sono che l’incarnazione di una forte contraddizione tra le parole e i fatti. La posta in gioco è alta, e le tematiche toccate sono delicate e fondamentali: il lavoro e le banche.

Il primo scoglio che il PD deve affrontare è il legame con il sindacato in tema di mercato del lavoro. Bersani dichiara più volte: “Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari.”

Giusto, giustissimo. In un periodo in cui la disoccupazione supera l’11% (record dal 2004 ad oggi), un incentivo fiscale per agevolare l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro sarebbe un toccasana per lo scenario italiano. Se poi lo si affianca alla previsione di un contrasto della precarietà, alla promessa di un sostegno alla ricerca e innovazione delle imprese e dell’occupazione femminile con particolare riferimento al Sud, si può parlare di un’ottima base di partenza per un programma politico da definirsi serio.

L’ultimo battibecco politico Monti-Bersani si incentra però sull’appoggio al piano lanciato dalla CGIL in tema di impiego: 60 miliardi stanziati, con l’obiettivo di portare la disoccupazione al 7% nei prossimi 3 anni, usufruendo di finanziamenti pubblici e non. Il fine ultimo è un incremento del PIL del 3%.

Il piano prevede l’assunzione statale di 175 mila giovani per un investimento pari a 10 miliardi di euro, proponendo una compartecipazione al debito pubblico dei Paesi europei alla Bce.

Condannato dall’opposizione per l’ennesimo appoggio al sindacato e per l’incentivo di una manovra che porterebbe a un nuovo aumento della spesa pubblica, Bersani risponde con un: “Noi abbiamo un problema in Italia che è il lavoro, non divaghiamo”.

Uno schieramento che rischia di costare voti al PD: la differenza da un governo Monti si gioca tra una democrazia centrista del Professore che prescinde dal veto di qualsiasi organizzazione sociale, sindacati in primis, a un governo di centro sinistra che non vuole compromettere lo storico legame con la CGIL.

Le proposte sindacali partono dall’incasso di 40 miliardi di euro recuperati dall’evasione e dall’introduzione di una nuova patrimoniale, l’Imposta strutturale sulle Grandi Ricchezze, e arrivano alla socializzazione del debito pubblico dei Paesi europei alla Bce, per una “concessione” di 318 miliardi all’Italia che ridurrebbe il rapporto debito/pil al 99%.

Non importa aver sottovalutato il fatto di dover modificare lo statuto della Banca centrale europea e alcuni trattati ad esso correlati. E non importa dover attingere al patrimonio di fondazioni bancarie, cassa depositi, fondi pensione. Non importa programmare  20 miliardi di tagli agli sprechi nella PA. Non importa, perché se si è abituati ad avere un appoggio al governo, tutto si può fare.

Costerà caro al PD questo legame, in un epoca in cui si parla di flessibilità del lavoro e rilancio dei giovani? Se l’immagine che Bersani ha cercato di impostare negli ultimi mesi è quella del vento del cambiamento con Renzi, fallita in partenza con le primarie, adesso sta calpestando questo sogno, confermando l’attaccamento storico al sindacato.

Ma parliamo del secondo macigno piombato sulla testa di Bersani. Parliamo di legalità, trasparenza, Parliamo di MPS.

Questo scandalo che mina alla Banca ma anche alla Politica, in puro stile italiota. I punti cardine dell’inchiesta sono:

  • l’acquisizione di Antonveneta nel 2007 per 9,7 miliardi di Euro dal Banco di Santander. Non sono molto chiari quei 2 miliardi e rotti di plusvalenza in un mese realizzata da Santander, e spunta la parola tangenti.
  • la gestione di due derivati stipulati post acquisizione, per rendere rosei i bilanci della banca. Quel piccolo problema del falso in bilancio potrebbe essere stato sottovalutato.
  • il premio del 5% ad alcuni dirigenti dell’area finanza di Mps, la “banda del 5%” appunto, famosa per prendere questa percentuale su ogni operazione.

Piccoli problemi di manipolazione del mercato, conti presso la banca vaticana su cui transitavano somme  legate all’acquisto di Antonveneta da parte di Mps, aggiotaggio, omesso controllo in relazione a presunte inefficienze di Consob e Bankitalia.

Storie di operazioni finanziarie sospette, di dirigenti che muovono milioni di euro sdraiati su una spiaggia di Miami, anziché a Siena, di una Consob che avrebbe dovuto indagare, di 800 milioni di perdite in parte nascoste nel bilancio della banca, di intermediari fittizi.

Storie di un governatore della Banca d’Italia, Draghi, che avrebbe dovuto vigilare sul sistema del credito del nostro Paese.

Storie di Fondazioni che fino all’anno scorso detenevano più del 50% delle azioni di MPS, avendo un controllo diretto sulla Banca. Con membri di nomina politica, eletti dal comune di Siena, Provincia, dalla Regione Toscana, dall’Università, dall’Arcidiocesi. Quella politica che coincide con il partito che da mezzo secolo governa Siena. Quel partito che ora fa orecchie da mercante.

Bersani risponde alle accuse di Berlusconi con un: “Non accetto che ci faccia la predica gente che ha abolito il falso in bilancio: che noi reintrodurremo subito”. E replica a Tremonti: “Quando ero al governo, dietro le mie porte c’erano le banche che urlavano: dietro quelle di Tremonti non le ho sentite urlare mai”.

Certo, le banche stanno zitte, se ci guadagnano.

Quanto può costare questo scandalo al PD?

Basterà sbandierare battaglie parlamentari sul nodo dei derivati, proporre una Tobin tax alle transazioni finanziarie e proporre  leggi sull’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla finanza? A voglia a dichiarare che “le fondazioni non possono avere una posizione predominate in una banca” e “se vado al governo si esce da qualsiasi controllo della Fondazione sulla banca.” Aggiungiamoci anche un “non siamo mica qui a smacchiare i Giaguari!”

Sconcertata dall’ennesima dimostrazione che anche in politica “chi predica bene, razzola male”, decido di proseguire nella lettura del prossimo programma elettorale.

Chissà quale altro racconto noir, quale altra storia di misteri, intrecci, raggiri la politica ha in serbo per me!

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